15 giugno 2017

Il caso vaccini in Italia (e nel mondo)

È attivo dal 14 giugno il numero di pubblica utilità 1500: chiamando, risponderanno medici ed esperti del ministero e dell’Istituto superiore di Sanità per fornire ai cittadini informazioni sulle novità introdotte dal recente decreto legge in materia di vaccinazioni obbligatorie da zero a 16 anni. A poche ora dall'entrata in funzione del servizio sono state 300 le chiamate ricevute, a conferma dei tanti dubbi sul tema che stanno affliggendo i genitori di figli in età scolare. Nel frattempo la Regione Veneto – in maniera pressoché analoga si sta muovendo pure la Regione Liguria – ha impugnato il provvedimento per «lesione dell’autonomia regionale». Il fatto contestato è l'obbligo previsto dal decreto, non l'utilità dei vaccini. Ma procediamo con ordine, tentando di capire come si è arrivati a questo punto.

IL DECRETO IN MATERIA DI PREVENZIONE VACCINALE Il decreto, pubblicato in Gazzetta il 7 giugno 2017 e recante “Disposizioni urgenti in materia di prevenzione vaccinale”, introduce una nuova serie di vaccinazioni obbligatorie, pena la non ammissione nelle scuole (questa specifica procedura in precedenza era stata in vigore fino al 1999), che così passano da quattro a 12 con sanzioni anche di natura economica per la mancata applicazione. La decisione del ministero della Salute per «dare una risposta concreta alla popolazione per la tutela della loro salute, dei loro figli e delle famiglie a fronte del drammatico calo della copertura vaccinale» segue una serie di allarmi in materia. Ad esempio l'aumento dei casi di morbillo, che stando all'ultimo bollettino dello stesso ministero (periodo 5-11 giugno) sarebbero saliti a 2.988, 137 in più rispetto alle precedenti rilevazioni. Nelle linee guida, sempre il ministero ricorda che la soglia di copertura vaccinale raccomandata dall’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS) è pari al 95% (percentuale che permetterebbe di raggiungere la cosiddetta immunità di gregge): «Se la quota di individui vaccinati all’interno di una popolazione raggiunge questo valore, si arresta la circolazione dell’agente patogeno. Il raggiungimento di tale soglia consente, quindi, di tutelare anche i soggetti fragili che, a causa delle loro condizioni di salute, non possono essere vaccinati». Oggi le coperture medie nazionali dei vaccini risulterebbero al di sotto della soglia prevista, in alcuni casi lievemente (pertosse 93,6%; tetano 93,7%; epatite B 93%...), in altri in maniera più marcata (meningococco C 80,7%, e fino al 46,1% della varicella). Le 12 vaccinazioni obbligatorie non corrispondono a 12 punture, in quanto sei vaccinazioni (anti-poliomielite, anti-difterite, anti-tetano, anti-epatite B, anti-pertosse, anti-Haemophilus Influenzae tipo b) possono essere somministrate con l'esavalente, quattro (anti-morbillo, anti-rosolia, anti-parotite, anti-varicella) con la vaccinazione quadrivalente, mentre i vaccini anti-meningococco B e anti-meningococco C devono essere fatti separatamente (in tutti i casi vanno considerati i relativi richiami).

COME SI È ARRIVATI A QUESTO PUNTO
Le reazioni all'obbligo per le vaccinazioni in età scolare sono diverse, l'argomento divide l'opinione pubblica. Ad oggi si registrano, in molte città d'Italia, manifestazione di genitori contrari all'obbligo. Ma anche pareri favorevoli (secondo una recente ricerca Tecnè lo è il 79% degli intervistati, quota che cresce all'85% tra quanti hanno figli nelle fasce di età interessate). Tra le cause del calo della copertura vaccinale, il ministero della Salute elenca «la scarsa consapevolezza degli effetti benefici per la salute, individuale e collettiva; la ridotta percezione dei rischi legati alle malattie infettive; la diffusione di teorie prive di fondamento scientifico che mirano ad enfatizzare la gravità e la frequenza degli eventi avversi da vaccinazione». Per quanto riguarda la diffusione di teorie prive di fondamento, l'Eurispes nel Rapporto Italia 2016 ricorda il caso della presunta correlazione tra vaccini e autismo, convinzione basata sulla pubblicazione nel 1998 di un articolo del medico britannico Andrew Wakefied (poi radiato) sulla rivista The Lancet: il documento venne ritirato nel 2010, ma già all'epoca lo studio fu ritenuto non attendibile a causa di alcuni difetti e dati apparentemente falsificati, oltre che per il campione scarsamente rappresentativo (solo 12 bambini analizzati). Eppure la teoria, nel tempo, ha ottenuto una vasta diffusione, soprattutto online. Nel Rapporto dell'Eurispes, però, si fa riferimento anche ad altri elementi utili per comprendere meglio il contesto: il diritto al rifiuto alle vaccinazioni per i propri figli che si può esercitare tramite l'Obiezione Attiva e il Dissenso Informato; la somministrazione (di fatto) attraverso l'esavalente di ulteriori vaccinazioni oltre le quattro obbligatorie (il testo, lo ricordiamo, è dello scorso anno); le norme sulla cautela vaccinale, vale a dire la legge 210/1992 che unitamente alla legge 229/2005 stabilisce un indennizzo per eventuali danni dovuti alla vaccinazione, il Dm 12 dicembre 2003 con cui le Asl sono tenute ad avvisare gli utenti nonché raccogliere dati e segnalazioni su possibili reazioni avverse, il Dpr n. 335/1999 che ha sancito la libera frequenza scolastica ai soggetti non vaccinati.

 LA FIDUCIA NELLA SICUREZZA DEI VACCINI NEL MONDO
Lo studio del Vaccine Confidence ProjectThe State of Vaccine Confidence: 2016 – misura la fiducia delle persone nei vaccini in 67 paesi. In Europa i più scettici sono i francesi, che nel 41% dei casi ritengono le vaccinazioni una pratica non sicura (lo studio prende in esame diverse variabili quali l'efficacia o il condizionamento dettato dai credi religiosi, ma qui ci soffermeremo sulla sicurezza), mentre in Italia poco più del 20% la pensa allo stesso modo (il 15% tendenzialmente, il 5% in modo più netto). Percentuali che scendono non di poco in Spagna e in Germania. Negli Stati Uniti la quota di chi ritiene sicuri i vaccini è oltre l'80%, mentre il Giappone appare decisamente più scettico. In un paese come la Nigeria, dove le campagne di vaccinazione e assistenza medica spesso difettano dell'adeguata copertura, la percezione sulla sicurezza supera il 90%. La quota di persone che non ritengono i vaccini sicuri si attesta nella media globale al 12%.

(anche su T-Mag)

7 giugno 2017

Il Regno Unito alla prova del voto

Una campagna elettorale che avrebbe dovuto avere al centro dell'agenda un unico, grande tema, è stata sconvolta negli ultimi giorni dal terrorismo. Non che la Brexit sia ora passata in secondo piano, ma gli effetti e le scelte politiche derivate dall'esito del referendum del giugno 2016 già venivano dati per scontati, soprattutto se a vincere saranno i conservatori di Theresa May, che hanno avviato le primissime fasi del processo di uscita del Regno Unito dall'Unione europea. Il terrorismo, dicevamo, ha però sconvolto i programmi. Tre attacchi in tre mesi: il primo a Londra, il 22 marzo, sul Westminster Bridge (cinque i morti, circa 50 i feriti); il secondo il 22 maggio al termine del concerto di Ariana Grande alla Manchester Arena (23 i morti compreso l'attentatore suicida, oltre cento i feriti); il terzo di nuovo a Londra, il 3 giugno, stavolta sul London Bridge (sette i morti, 48 i feriti). «Quando è troppo è troppo», è stato il lapidario commento della premier May sui recenti eventi rivendicati dall'Isis. Giovedì 8 giugno il Regno Unito è chiamato a votare per il rinnovo dell'House of Commons, la camera bassa del parlamento britannico.

LA QUESTIONE TERRORISMO E LA CAMPAGNA ELETTORALE
Nel mentre è accaduto che, da quando Theresa May ha annunciato la decisione di andare al voto anticipato – era il mese di aprile – allo scopo di rafforzare la maggioranza, quindi la sua posizione di premier e avere più forza contrattuale in vista dei negoziati per la Brexit, si siano accorciate le distanze tra luburisti e tories, sondaggi alla mano. Il che è un dato da non sottovalutare, considerato che all'inizio i conservatori viaggiavano addirittura 20 punti sopra il partito guidato da Jeremy Corbyn. Quanto, davvero, gli ultimi avvenimenti saranno in grado di spostare in termini di consensi – in pochi giorni, oltretutto – è difficile a dirsi, ma entrambi gli schieramenti sono stati accusati di avere “politicizzato” la questione terrorismo. Ora Theresa May potrebbe promuovere politiche restrittive: controlli più selettivi per gli ingressi nel paese (cosa in parte già contemplata nel programma presentato dal partito conservatore) e nuovi accordi internazionali sulla sicurezza online, al fine di evitare che l'estremismo si possa diffondere in rete. Corbyn, al contrario, ha attaccato la premier per il taglio di 20 mila agenti quando era ministro dell'Interno, avanzando una richiesta di dimissioni.

BREXIT
I capitoli più importanti della campagna elettorale, però, restano i negoziati con Bruxelles. La strada intrapresa è quella dell'hard Brexit, che non contempla esclusivamente l'uscita dall'Unione europea, i suoi trattati e la rinuncia ai posti in Consiglio e al Parlamento, ma soprattutto l'allontanamento dal mercato unico. Theresa May, che durante la campagna referendaria si schierò per il remain alla stregua dell'ex premier David Cameron, lo ha ripetuto ancora di recente: Brexit è una grande opportunità. Di qui la decisione, a sorpresa poiché dapprima negò questa possibilità, del voto anticipato alla luce dei mal di pancia avvertiti a Westminster, con i laburisti che minacciavano di votare contro il possibile accordo conclusivo e i liberaldemocratici che a loro volta promettevano un forte ostruzionismo. L'intenzione, dunque, è di passare da una maggioranza esile ad una più solida, utile per governare il cruciale passaggio. Corbyn è favorevole ad una soft Brexit, ovvero il rispetto del risultato del referendum, ma in un contesto di rapporti stretti – commerciali in primo luogo – con l'Europa, neppure escludendo il versamento di una somma per lasciare l'UE (oltre alla garanzia ai cittadini europei residenti in Gran Bretagna di poter restare). Un dettaglio già oggetto di polemiche, alcune settimane fa, quando il Financial Times aveva stimato fino a 100 miliardi di euro il dovuto di Londra e il ministro degli Esteri britannico Boris Johnson, dall'altra parte della barricata e tra i più convinti sostenitori del leave, che aveva sostenuto il diritto ad un rimborso sostanzioso da parte della Banca europea di investimenti (BEI) e in beni immobiliari. Due approcci diametralmente opposti per una questione che verrà risolta (forse) in due anni e che verrà avviata formalmente il 19 giugno. La versione dei tories è: meglio non avere alcun accordo (“no deal”) che averne uno cattivo.

L'ECONOMIA
Alla vigilia del referendum, molti studi avevano messo in guardia sull'impatto (negativo) che la Brexit avrebbe avuto sull'economia britannica. Nel frattempo le cose non sono cambiate granché e si ritiene – molto più in vista di una hard Brexit – che il conto sarà maggiore per il Regno Unito, con la quota di esportazioni di beni e servizi che ha un peso non indifferente sul PIL. Ad oggi, tuttavia, gravi ripercussioni non sono ancora state avvertite, sebbene l'economia sia apparsa in lieve rallentamento. Il Prodotto interno lordo ha infatti registrato un ulteriore passo indietro: su base annua, la crescita è stata del 2%, meno del +2,1% stimato nella prima lettura, mentre rispetto al trimestre precedente si rileva un +0,2% dallo 0,3% indicato nella stima preliminare. Nell'ultimo periodo dell'anno scorso il PIL era aumentato dello 0,7% sul trimestre precedente. Sul fronte occupazionale si evidenzia nel mese di aprile un incremento del numero di quanti hanno fatto richiesta del sussidio di disoccupazione, ma ad un ritmo inferiore rispetto a marzo. Il tasso di disoccupazione, invece, è calato al 4,6% nel primo trimestre del 2017, attestandosi su valori minimi da 42 anni. Nello stesso periodo stabile il numero degli occupati. Il tasso di crescita dei salari medi ha mostrato infine una variazione del 2,1%, in leggero calo dal 2,2% del trimestre precedente. Galvanizzato probabilmente dai sondaggi che lo hanno dato in netto recupero, Jeremy Corbyn ha promesso «un milione di buoni posti di lavoro», quindi stabilità economica per quelle fasce di popolazione che sono rimaste indietro. Sul clima il leader laburista ha avuto parole dure per Theresa May, colpevole a suo dire di non avere preso una posizione chiara – sulla scia di quanto fatto invece da Germania, Francia e Italia – sulla decisione statunitense di abbandonare l'accordo di Parigi.

COSA DICONO I SONDAGGI
L'incognita è l'assegnazione dei seggi dopo il voto: il sistema elettorale nel Regno Unito è un maggioritario puro e i partiti presentano un solo candidato in ogni collegio (vince quello che ottiene la maggioranza relativa dei voti). In questo modo sono i partiti con il bacino elettorale più ampio a spartirsi i seggi, non necessariamente il riflesso del totale dei voti presi su scala nazionale. Al momento non c'è ragione di credere in un vero e proprio ribaltone, nonostante il recupero importante dei laburisti. Dagli iniziali 20 punti di distacco si è passati ad una situazione più contenuta, circa sette-nove lunghezze nella media dei sondaggi. I confronti televisivi, secondo diversi osservatori, potrebbero aver spostato poco la geografia del consenso pure in un contesto di entusiasmo che Corbyn – quasi incredibilmente – è riuscito a dirottare su di sé. È più probabile, insomma, che una eventuale perdita di voti ai danni dei conservatori possa maturare per una discutibile gestione del vantaggio e qualche passo falso di Theresa May su alcune questioni ritenute fondamentali (le elezioni anticipate prima negate poi annunciate, l'uscita dall'UE...). Inoltre quella geografia è profondamente mutata nell'arco di un solo anno: ad esempio lo UKIP, il partito già di Nigel Farage che “trionfò” in occasione della vittoria del leave al referendum, è ora in caduta libera. Altro aspetto da non dimenticare: Jeremy Corbyn non gode del pieno sostegno del suo schieramento. Un anno fa i parlamentari laburisti approvarono una mozione di sfiducia nei suoi confronti, costringendolo a nuove primarie. Le divisioni interne potrebbero rivelarsi non un problema di poco conto l'8 giugno, contenere l'avanzata dei tories potrebbe perciò essere un successo non trascurabile per il Labour. Le ultimissime rilevazioni sembrano paventare un ulteriore calo per i conservatori, scenario che non escluderebbe allora l'ipotesi del cosiddetto hung Parliament. Nel caso, alleanze dopo il voto appaiono complicate: i LibDem di Tim Farron non sono disposti a ripetere l'esperienza del 2010, quando Nick Clegg entrò nel governo di David Cameron. Un accordo tra il Labour e lo Scottish National Party (SNP) di Nicola Sturgeon non è detto che basti. Mentre una vittoria di misura dei conservatori - che non muterebbe più di tanto il quadro attuale - non sarebbe certo una soluzione gratificante per Theresa May.

(anche su T-Mag)

11 maggio 2017

Lavoro: perché la ripresa è ancora lenta

Nel mese di marzo, secondo l'Eurostat (l'ufficio statistico dell'UE), il tasso di disoccupazione nell'Eurozona si è attestato al 9,5%, ai minimi da diversi anni, stabile sul mese precedente e in calo dal 10,2% dello stesso periodo del 2016. Un trend positivo, insomma, in linea con la risalita economica cui abbiamo iniziato ad assistere da qualche tempo. Tuttavia le cifre potrebbero essere molto più elevate, se considerassimo altre variabili all'interno del mercato del lavoro.
A farlo notare è la Banca centrale europea, nell'ultimo bollettino economico. Secondo la definizione dell'Organizzazione internazionale del lavoro, su cui si basa il tasso di disoccupazione dell'area euro – osserva la BCE – viene considerato disoccupato chi è senza lavoro; è disponibile ad iniziare a lavorare entro le due settimane; è alla ricerca attiva di un impiego. In altre parole: nella platea allargata dei senza lavoro non è detto che tutti soddisfino i criteri di riferimento e soprattutto le rilevazioni non tengono conto della sotto-occupazione, tra i principali motivi per cui non si registra un aumento dei salari.
Ad esempio l'istituto di Francoforte rileva nell'Eurozona un 3,5% della popolazione in età da lavoro che è inattivo, in molti casi perché “scoraggiato”, nella convinzione che sia impossibile al momento trovare un posto (alimentando la cosiddetta “zona grigia dell’inattività”, in cui confluiscono gli inattivi che in verità, a determinate condizioni, potrebbero risultare impiegabili). Per quanto riguarda i lavoratori che possono essere definiti “sotto-occupati”, questi ultimi rappresentano il 3% di chi ha un impiego: vorrebbero lavorare più ore, ma non viene loro concesso. Attualmente, secondo le stime della BCE, sono circa 7 milioni le persone costrette a tale condizione (l'aumento, dall'inizio della crisi, sarebbe più o meno di un milione di unità). In questo modo le misure più ampie di disoccupazione, combinando cioè le stime dei disoccupati e quelle dei sotto-occupati (tra precari e part-time involontari), suggeriscono che la porzione più svantaggiata comprende il 18% della forza lavoro nell'area della moneta unica, quasi il doppio del calcolo dell'Eurostat.
Analogamente in Italia, nella valutazione macroeconomica del disagio sociale elaborata da Confcommercio (il Misery Index), si osserva l'andamento della disoccupazione estesa, vale a dire l'area dei disoccupati, dei cassaintegrati e degli scoraggiati. A marzo 2017 il tasso di disoccupazione è aumentato all'11,7%, con il numero di disoccupati in rialzo di 41 mila unità sul mese e di 86 mila rispetto ad un anno fa. La disoccupazione estesa, dice Confcommercio, si attesta nello stesso mese al 14,4%, “sintesi di un incremento della componente ufficiale e di una riduzione di quella relativa alla CIG e agli scoraggiati”.

(anche su T-Mag)

5 maggio 2017

Presidenziali Francia. Macron-Le Pen alla prova del voto

Che sarebbero state due settimane più complicate del previsto, Emmanuel Macron lo ha capito pochi giorni dopo il primo turno delle presidenziali, quando la rivale Marine Le Pen, in vista del ballottaggio del 7 maggio, si è presentata davanti alla sede di uno stabilimento Whirpool, ad Amiens, per incontrare i dipendenti – a rischio posto di lavoro – dell'azienda americana, che trasferirà nel 2018 la produzione in Polonia. Amiens è la città natale di Macron, leader di En Marche! e candidato centrista all'Eliseo. Lo stesso giorno era in città, ma lontano dalla fabbrica, a parlare in altra sede con le sigle sindacali. Le Pen, invece, era tra la gente, era con il popolo che lei – la sera del 23 aprile – ha promesso di “liberare”. Tutto a favore di telecamere, offuscando l'immagine di Macron a casa. Per di più accolto dai fischi, una volta raggiunto – a quel punto un atto dovuto – lo stabilimento della Whirpool. Quanto accaduto ad Amiens è stato motivo di discussione serrata tra i due – accuse e insulti reciproci, con tanto di insinuazioni e relative denunce – durante il dibattito televisivo a pochi giorni dal voto.

DUE DIVERSE VISIONI DELLA FRANCIA
Macron e Le Pen hanno pochi punti in comune. Entrambi hanno contribuito al tracollo delle forze politiche tradizionali francesi, anche se François Fillon (il candidato dei Repubblicani) dirà che la colpa, piuttosto, è stata della gogna mediatica cui è stato sottoposto durante la campagna elettorale per via di alcuni (presunti) scandali politici che hanno visto protagonisti lui e la moglie. Benoît Hamon, dal canto suo, potrebbe rispondere che di più non poteva proprio fare, che i socialisti hanno pagato a caro prezzo l'impopolarità del presidente uscente, Hollande. Nel mezzo Jean-Luc Mélenchon – il più a sinistra tra i principali pretendenti all'Eliseo – che, da candidato indipendente, ha compiuto un mezzo miracolo, ottenendo al primo turno un risultato pressoché simile a quello di Fillon. Resta il fatto, però, che per la prima nella storia recente né un candidato socialista né uno gollista sono in lizza per diventare il nuovo presidente della Repubblica francese. Per il resto, tra Macron e Le Pen, la distanza è siderale. I due rivali politici vogliono cambiare innanzitutto l'Europa: da una prospettiva fortemente europeista il primo (Macron è favorevole ad una maggiore integrazione attraverso l'istituzione di un ministro dell'Economia dell'Eurozona) proponendo un referendum che sancisca l'uscita dall'UE la seconda (uno scenario che, al confronto, farebbe presto dimenticare il capitolo Brexit chiamando in causa la moneta unica, seppure si è ammesso negli ultimi giorni di campagna che la discussione sull'euro potrà durare parecchio tempo prima di arrivare ad un accordo sulla libertà per ogni paese di gestire la propria valuta). Le Pen vuole rafforzare il controllo dei flussi migratori, possibilmente abolendo i trattati di Schengen; Macron, pur non negando l'esigenza di una migliore gestione dei flussi, mantiene in materia una posizione più morbida. Le Pen darebbe vita ad una serie di politiche protezioniste; Macron certamente non è contrario agli accordi commerciali internazionali. Su un aspetto, però, Macron potrebbe sembrare quasi d'accordo con Le Pen: senza una serie di riforme ormai necessarie nell'UE il pericolo “Frexit” non sarebbe affatto un'ipotesi peregrina, perché – ha detto alla BBC – «dobbiamo affrontare la situazione, ascoltare il nostro popolo, capire che è arrabbiato e impaziente, che le disfunzioni dell'UE non sono più sostenibili».

IL DIBATTITO TELEVISIVO DEL 3 MAGGIO
Tutte le divergenze sono emerse, se possibile in maniera più evidente, durante il dibattito televisivo del 3 maggio (che secondo le prime rilevazioni al termine del duello tv, il pubblico ha premiato in maggioranza Macron). In circa due ore e mezzo i due contendenti si sono rinfacciati qualsiasi tipo di accusa: "Candidato della globalizzazione selvaggia" o "dei poteri forti", Macron; "una bugiarda che non sa proporre nulla", Le Pen. Tra i principali temi trattati l'economia, l'euro e il terrorismo. Sull'economia, come era prevedibile, Macron è apparso più preparato. E pure sulla questione terrorismo, tema inevitabilmente molto sentito in Francia, i due non si sono esclusi colpi bassi.

L'ECONOMIA FRANCESE
La Francia, che resta la seconda economia europea, ha subìto un drastico rallentamento negli anni della crisi. Nel primo trimestre del 2017, stando alla stima preliminare diffusa dall'Istituto statistico nazionale francese (INSEE), il PIL è cresciuto dello 0,3%, ad un ritmo inferiore rispetto allo 0,5% dell'ultimo periodo del 2016. Si tratta di un dato ancora al di sotto delle attese degli analisti cui hanno contribuito la stagnazione dei consumi privati (+0,1%) e il trend negativo dell'export (-0,7%), a fronte però di un aumento degli investimenti (+0,9%). Il tasso di disoccupazione a marzo 2017 si è attestato al 10,1%, su valore stabili (nell'Eurozona la quota di chi è in cerca di lavoro è al 9,5%). Si è molto discusso in campagna elettorale della controversa riforma del lavoro, di cui Macron – da ministro dell'Economia – è stato fervente sostenitore. Il candidato centrista ha annunciato che non intende ritirarla in caso di elezione, come invece gli ha chiesto Mélenchon (condizione necessaria per appoggiare la sua corsa). Anzi: se da un lato Le Pen conta di penalizzare con più tasse le aziende che delocalizzano, dall'altro Macron rilancia e non fa mistero di voler estendere la riforma del lavoro che nel 2015 tanto scompiglio ha creato, tra manifestazioni sparse per il paese e proteste. Macron vuole più flessibilità – dalla possibilità per gli imprenditori di licenziare più agevolmente agli orari di lavoro (si pensi all'annosa questione del regime a 35 ore settimanali) –, tuttavia evitando gli eccessi come l'abuso di contratti a termine nelle aziende.

LA LEZIONE STATUNITENSE E I SONDAGGI
A Parigi, Marine Le Pen è andata molto male al primo turno delle presidenziali francesi. Un po' come Donald Trump a New York, o in California – stato generalmente di estrazione liberal. Tutti i candidati sconfitti al primo turno si sono schierati per Macron – fatta eccezione per Mélenchon: circa due terzi dei suoi elettori il 7 maggio non sosterranno il candidato moderato –, compresi l'ex presidente Sarkozy e quello uscente Hollande. Alla stregua di quanto avvenuto negli Stati Uniti lo scorso anno quando molti, anche tra le file repubblicane, hanno preferito sostenere Hillary Clinton anziché l'attuale inquilino della Casa Bianca. In compenso Le Pen ha un bacino elettorale esteso in provincia e nel Nord del paese, dove la crisi economica e la “concorrenza” dei lavoratori stranieri si sono fatti sentire di più. I sondaggi continuano a premiare Macron di molti punti percentuali (secondo alcune rilevazioni addirittura 20), sebbene la leader del Front National – di cui però ha lasciato temporaneamente la presidenza e annunciato l'accordo elettorale con il sovranista Nicolas Dupont-Aignan, fondatore di Debout la France, il quale verrà nominato primo ministro in caso di ingresso all'Eliseo – è riuscita a recuperare terreno negli ultimi giorni. Dopo aver fatto visita ad Amiens agli operai della fabbrica Whirpool, Le Pen è andata a convincere i pescatori nel Mediterraneo francese mostrandosi di nuovo al fianco del popolo contro Macron, definito per l'occasione “il candidato dell'oligarchia”. E c'è da scommettere che in questo senso l'accusa di aver copiato, parola per parola, un discorso di Fillon di poche settimane prima (Le Pen parlava a Villepinte il primo maggio) non avrà ripercussioni gravi sulla sua campagna.

CHI VOTA IL FRONT NATIONAL (SECONDO IL PEW RESEARCH CENTER)
Il Pew Research Center ha rispolverato pochi giorni fa uno studio in verità datato (è del 2016), ma che fotografa in modo inequivocabile l'identikit dei sostenitori del Front National. Tanto per cominciare il supporto al partito di Le Pen si avverte soprattutto tra gli uomini, i meno istruiti e la porzione di elettorato cattolica. Sono persone che non nascondono la propria avversità nei riguardi dei musulmani (la Francia è stato il paese europeo più martoriato dal terrorismo di matrice islamica tra il 2015 e il 2016), preoccupate inoltre che i rifugiati possano avere un impatto negativo sulle loro vite. Infine gli elettori del Front National sono alquanto scettici riguardo la globalizzazione e tra i meno, o per nulla, entusiasti dell'Unione europea. Sembra di stare a rileggere le analisi alla vigilia delle presidenziali statunitensi, solo in salsa francese. Quello che è certo – al di là, cioè, dei favori dei pronostici per Macron – è che mai come ora il consenso è frammentato in una dimensione dicotomica: due visioni opposte di Francia, due visioni opposte di Europa. Al ballottaggio del 7 maggio i cittadini francesi decideranno quale delle due strade percorrere, se riformare l'UE dall'interno – ultima chiamata, con ogni probabilità – o azzardare un processo di cambiamento molto più radicale.

OLTRE IL BALLOTTAGGIO
Quanto promesso da Le Pen e Macron – a seconda di chi vincerà e delle aspettative dei propri sostenitori - rischia di non "uscire" dai rispettivi libri dei sogni. Perché, conseguenza dell'anomalia di queste presidenziali 2017, il voto più importante in Francia non sarà quello imminente del 7 maggio, bensì quello dell'11 e del 18 giugno quando i cittadini verranno richiamati alle urne per rinnovare l'Assemblea nazionale (dove il governo ha bisogno di una maggioranza). Il sistema politico francese, infatti, non prevede scenari lineari quando si verificano casi eccezionali, cioè che mettano ai margini le forze politiche tradizionali (storicamente la Francia è un paese dalla cultura politica alquanto polarizzata). In altri termini il futuro presidente correrà il pericolo di non avere una maggioranza certa che lo sostenga, con buona pace delle intenzioni e degli impegni presi in campagna elettorale. Le alternative ci sarebbero, ma restano ipotesi di difficile realizzazione (molto più se all'Eliseo dovesse andare Le Pen): o la coabitazione, con un presidente che adempie alle sue funzioni (in particolare in politica estera) e un governo attento alle faccende di casa, oppure una grande coalizione che però è difficile oggi immaginare in ottica di accordi e poltrone da assegnare. La terza via – nel peggiore degli scenari – è il voto anticipato, ma allora il rischio sarebbe la paralisi politica e amministrativa. Macron, da annunciato vincitore, mira all'effetto traino alle legislative di giugno. Ma se così non sarà e dovendo tessere rapporti e stringere alleanze con tutti i se e i ma necessari, riuscirà a mantenere le promesse fatte in queste settimane?

(anche su T-Mag)