10 maggio 2018

«Madri equilibriste», così il mercato del lavoro arretra

Se davvero si vuole comprendere fino in fondo il perché di una ripresa altalenante del nostro mercato del lavoro, di livelli occupazionali che – al ritmo di qualche decimale di punto – salgono o scendono da un mese all'altro, forse è il caso di dare un'occhiata all'ultimo rapporto di Save the Children, Le Equilibriste: la maternità in Italia. Che non spiegherà tutto, ma spiega comunque molto dei cambiamenti – sociali e demografici – in grado di condizionaere l'andamento dell'occupazione in Italia.
Cominciamo da alcune riflessioni immediate. L'aspettativa di vita si è allungata, ma contestualmente nel nostro paese le coppie – trend consolidato da diversi anni – fanno meno figli anche perché si decide di averli sempre più tardi, il che riduce di molto la possibilità di “allargare” il nucleo familiare. Per rendere l'idea (i dati sono piuttosto recenti): secondo le previsioni demografiche dell’Istat la probabilità che aumenti la popolazione italiana tra il 2017 e il 2065 è pari al 9%. Nel report Il mercato del lavoro. Verso una lettura integrata, pubblicato alla fine dello scorso anno, l’Istat afferma che «se per gli anni a venire si prevede una stabilità della componente giovanile, gli effetti di bassa natalità si riflettono sulla componente adulta (35-54 anni) che declina fortemente, con una corrispondente crescita della componente di popolazione più matura (55-69 anni)». Ciò vuol dire che «nei prossimi 20 anni è altamente probabile che l’Italia perderà 3 milioni e mezzo di individui in età lavorativa».
La riflessione che possiamo fare subito dopo è che l'invecchiamento della forza lavoro porta conseguenze dirette su produttività e turn over, a scapito quindi di crescita e componente più giovane della popolazione. In generale, l'invecchiamento della forza lavoro avrà un impatto anche sulle aziende che saranno costrette (nei fatti lo sono già) a ripensare i modelli di produzione, l'organizzazione del lavoro (ambiente e tempi), senza dimenticare le implicazioni non più rinviabili in termini di salute e sicurezza.
Ecco, perciò, che il ruolo delle madri/lavoratrici diventa fondamentale. Il rapporto di Save the Children ci ricorda che in Italia le donne decidono di diventare madri sempre più tardi (siamo infatti in cima alla classifica europea per anzianità delle donne al primo parto con una media di 31 anni) e «rinunciano sempre più spesso alla carriera professionale quando si tratta di dover scegliere tra lavoro e impegni familiari (il 37% delle donne tra i 25 e i 49 anni con almeno un figlio risulta inattiva)».
La tendenza osservata negli ultimi anni è che la partecipazione al mercato del lavoro delle donne varia, spesso, al variare del titolo di studio. Più l'ingresso nel mercato del lavoro è tardivo – pensiamo alle laureate rispetto alle diplomate – e più il dilemma “figli o carriera” si accentua. Altro problema riguarda le politiche di conciliazione, atavicamente carenti dalle nostre parti. «Dai dati diffusi – si legge non a caso sul sito di Save the Children – emergono notevoli differenze tra regioni del Nord, sempre più virtuose a parte poche eccezioni, e quelle del Sud, troppo spesso carenti di servizi e di sostegno alla maternità. In linea di massima, però, la ricerca sottolinea un peggioramento generale dell’Italia per quanto riguarda l’accoglienza dei nuovi nati e il sostegno alle mamme».
Cosa succede, sintetizzando? Che il carico di cura dei neonati, di bambini e della famiglia grava ancora troppo sulle spalle delle donne, con ripercussioni negative sull'occupazione specie nelle regioni del Mezzogiorno. Come se ne esce? Incrementando e migliorando le politiche di conciliazione, appunto. Di qui l'equilibrismo cui fa riferimento Save the Children, con le madri che «sono vere e proprie equilibriste tra la vita privata e il mondo lavorativo». «Si sottolinea – è quindi la proposta – la necessità di un Piano Nazionale di sostegno alla genitorialità, con misure a sostegno del percorso nascita e dei primi “mille giorni” di vita dei bambini, che consolidi il sistema di tutela delle lavoratrici e promuova l’introduzione del family audit nel privato, che garantisca servizi educativi per la prima infanzia a tutti, rafforzando, nell’ambito dell’attuazione della riforma del sistema integrato 0-6 anni, l’offerta complessiva di accoglienza di bambini di meno di tre anni, anche ottimizzando gli investimenti e ristrutturando parte degli ambienti delle scuole di infanzia, che prevedibilmente non saranno utilizzati pienamente a causa del progressivo minor numero di bambini in quella fascia di età (3-5 anni)». All'invecchiamento della popolazione, bisogna ancora prendere in considerazione, seguiranno nel lungo periodo ingenti costi sociali, vedere soprattutto alla voce “pensioni” senza per questo trascurare la voce “sanità”. Nel mentre – tornando alle previsioni Istat – le nascite continueranno a diminuire. E con esse i lavoratori. E senza questi ultimi le casse languono. E chi le pagherà, allora, le pensioni?

(anche su T-Mag)

8 maggio 2018

Quando si vota (di solito) in Europa

Stando così le cose, l'ipotesi di un ritorno alle urne in piena estate, nel mese di luglio, non è tanto remota. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, come annunciato lunedì al termine dell'ultimo giro di consultazioni al Quirinale con i partiti, nominerà a breve un governo di servizio. Che difficilmente incasserà la fiducia del Parlamento, visti gli immediati “no” di Movimento 5 Stelle e Lega, dunque non resterà che il voto anticipato. In autunno (settembre-ottobre) oppure a luglio (il 22 la data più probabile). In Italia non è prassi votare in estate, fatta eccezione per il precedente – già ricordato da molti giornali – del 1983, ma allora le elezioni politiche si tennero alla fine di giugno.
Escludendo luoghi distanti quali Messico e Pakistan, in realtà l'eventuale voto a luglio rappresenterebbe un unicum anche in Europa. È raro, se non impossibile, osservare una tornata elettorale nel pieno del periodo estivo nel Vecchio continente. La data delle elezioni di solito dipende anche dalla forma di governo. La Francia ad esempio, trattandosi di una repubblica semipresidenziale, ha un appuntamento fisso con il voto, ogni cinque anni dal 2002 (negli Stati Uniti, che sono una repubblica presidenziale, da tradizione si vota ogni quattro anni per eleggere il presidente il martedì successivo al primo lunedì di novembre). Secondo la Costituzione francese, le elezioni si devono tenere non meno di 20 e non più di 35 giorni prima della scadenza del mandato del presidente in carica. Negli ultimi anni si è votato sempre ad aprile, il primo turno, a inizio maggio il secondo. Le elezioni legislative per il rinnovo dell'Assemblea nazionale, invece, non sono mai andate troppo oltre la metà di giugno (primo e secondo turno).
Lo scorso anno, nel Regno Unito, si è votato l'8 giugno nonostante il termine della legislatura ancora lontano (2020). A decidere per il voto anticipato fu la premier Theresa May la quale confidava di rafforzare la propria azione di governo in vista dei negoziati per la Brexit. Ma le cose non andarono esattamente come erano state previste e, vincendo di misura, si è vista costretta a stringere alleanze di governo. Le ultime consultazioni nel Regno Unito, ad ogni modo, si sono tenute quasi sempre a maggio (salvo nel 1992, 9 aprile, e nel 2001, 7 giugno). In Germania c'è la prassi piuttosto consolidata di votare ogni quattro anni, a settembre.
La Spagna è stato un caso particolare, di recente. Se nel 2004 e nel 2008 si è votato a marzo, poi nel 2011 a novembre, nel 2015 i cittadini spagnoli sono stati chiamati alle urne a una manciata di giorni dal Natale, il 20 dicembre. Lo stallo politico che seguì – in pratica una situazione analoga alla nostra delle ultime settimane, caratterizzata dal mancato raggiungimento di una maggioranza e dall'impossibilità di formare un governo – costrinse il ritorno al voto il 26 giugno 2016. Votare a luglio, in definitiva, sarebbe per l'Italia un'assoluta novità. Doppia, peraltro: sarebbe anche la prima volta di due elezioni politiche nello stesso anno.

(anche su T-Mag)

4 maggio 2018

Come la demografia cambia il mercato del lavoro

Secondo le previsioni demografiche dell'Istat la probabilità che aumenti la popolazione italiana tra il 2017 e il 2065 è pari al 9%. Entro quella data, in Italia, la vita media crescerebbe di oltre cinque anni per entrambi i generi, giungendo a 86,1 anni e 90,2 anni, rispettivamente per uomini e donne (80,6 e 85 anni nel 2016). In generale la popolazione italiana è destinata a ridursi in maniera significativa nei prossimi 50 anni, afferma l'Istat: nel 2061 il numero di neonati sarà la metà di quello dei morti.
Questo, in estrema sintesi, il quadro demografico del paese. Che aiuta, una volta di più, a comprendere meglio alcune dinamiche all'interno del mercato del lavoro. Perché proprio la demografia è uno degli elementi che sta determinando processi e mutamenti. Nell'ultimo periodo abbiamo assistito ad una crescita degli occupati di 50 anni e più, contestualmente ad una diminuzione (o su valori stabili) dei lavoratori più giovani. Concorrono due fattori, in questo caso: il grado di esperienza (ci sono mansioni per cui le imprese faticano a reperire capitale umano) e l'invecchiamento della popolazione, dovuto tanto al calo delle nascite quanto all'aumento dell'aspettativa di vita. Un trend che però non è solo italiano, interessa diversi paesi nel mondo e l'Europa in particolare. Da tempo, non a caso, la Bce si dice preoccupata dall'invecchiamento che porterà a un declino nella disponibilità di forza lavoro, con il conseguente (e ulteriore) impatto negativo sulla produttività. Già il Fondo monetario internazionale, non molto tempo fa, partendo dal campione di alcuni paesi europei analizzati, stima un incremento di cinque punti percentuali della quota di lavoratori tra i 55 e i 64 anni può incidere su un calo della produttività del lavoro pari al 3%.
Nel report Il mercato del lavoro. Verso una lettura integrata, pubblicato alla fine dello scorso anno, l'Istat afferma che «se per gli anni a venire si prevede una stabilità della componente giovanile, gli effetti di bassa natalità si riflettono sulla componente adulta (35-54 anni) che declina fortemente, con una corrispondente crescita della componente di popolazione più matura (55-69 anni)». Ciò vuol dire che «nei prossimi 20 anni è altamente probabile che l’Italia perderà 3 milioni e mezzo di individui in età lavorativa (15-69 anni, cioè una maggiore soglia di età anziché la tradizionale 15-64 per includere anche gli individui interessati dalle riforme pensionistiche), con un decremento più consistente nella classe adulta (-24,7% nella fascia d’età 35-54 anni) e giovane (-7,4% in quella con meno di 35 anni) e un incremento atteso nella classe d’età più matura (+17,6%)». Vanno poi considerate altre situazioni oltre alla dinamica demografica perché, ricorda sempre l'Istat, «i cambiamenti nella dimensione e nell’età media sono frutto anche della trasformazione dei modelli di partecipazione della forza lavoro e dei cambiamenti normativi». Ad esempio l’aumento della scolarizzazione che «ha ritardato l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro», oppure i cambiamenti normativi riguardanti l’età pensionabile che «hanno trattenuto più a lungo le persone di età matura nell’occupazione, determinando un “invecchiamento” della forza lavoro».

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3 maggio 2018

Il mercato del lavoro migliora, ma il recupero dei 25-34enni è troppo lento

«A marzo 2018 si conferma la ripresa dell'occupazione nell'anno in corso, dopo la battuta d'arresto osservata a fine 2017. Un aspetto di rilievo nell’ultimo mese è la crescita dell'occupazione giovanile (+68 mila occupati 15-34enni)», scrive l'Istat a proposito degli ultimi dati diffusi sul mercato del lavoro. Le rilevazioni di marzo, insomma, confermerebbero la ripresa occupazionale. Che tuttavia, pur presentando segnali positivi, è ancora sintomatica di alcune lacune che hanno interessato specifiche classi di età, e in particolare i giovani 25-34enni. Diversi elementi hanno contribuito alla perdita di posti e occupati. Il recupero, nonostante la ripresa, appare lento e altalenante. E molto c'entra il lavoro che cambia secondo modelli economici e di business del tutto nuovi rispetto a dieci anni fa (dal salto in avanti compiuto dalla tecnologia all'automazione dei processi produttivi, fino all'esigenza di avere in azienda personale qualificato con competenze difficili da reperire sul mercato, altro problema atavico in Italia), senza dimenticare, ovviamente, la crisi economica di cui gli strascichi si fanno sentire ancora oggi. La classe di età 25-34 anni è tra quelle che ha presentato le maggiori difficoltà, negli anni della crisi. I dati di marzo sono positivi, però: su base mensile la variazione degli occupati segna +1,5%, +0,1% sull'anno. Il tasso di occupazione, in questo segmento, si attesta al 62%, +0,9% su mese e +0,8% sull'anno. Eppure – emerge analizzando le serie storiche dell'Istat, in linea con le osservazioni precedenti – risalta agli occhi il dato nello stesso periodo del 2007. Allora il tasso di occupazione si attestava al 69,8%, nel 2008 al 70,3%. Il tasso di disoccupazione – che oggi è al 16% tra i 25.34enni – era all'8,4% sia nel 2007 sia nel 2008. Analogo l'andamento degli inattivi, coloro che non lavorano né sono in cerca. Oggi il tasso di inattività si attesta al 26,3%, dieci anni fa era pur sempre alto, ma su valori inferiori rispetto agli ultimi registrati (23,2% a marzo 2008). Nel frattempo, però, si è accentuato anche il distacco – all'epoca non così largo – con la classe di età successiva, 35-49 anni (rispettivamente 23,2% e 19,8% a fronte degli attuali 26,3% e 19,5%). Non si può escludere, insomma, l'aumento nell'ultimo decennio degli scoraggiati tra i (lavoratori) più giovani.

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