20 febbraio 2017

«La diversità è un patrimonio, non un limite»

Progettare edifici senza barriere architettoniche, permettere a chiunque di accedere agevolmente in scuole, musei, teatri, strutture pubbliche e private. Nel 2017, in qualsiasi paese attento ai principi di eguaglianza sociale, una cosa del genere sarebbe la prassi. Ma realtà e mondo ideale quasi mai coincidono, così anche compiere le normali azioni quotidiane per alcuni può rivelarsi un'impresa proibitiva. E pensare che qui da noi una proposta di legge orientata verso una migliore qualità della vita, priva cioè di ostacoli e barriere, è stata avanzata da tempo: peccato sia tutto fermo ormai da due legislature. Ileana Argentin, deputata del Partito democratico e promotrice dell'iniziativa, non nasconde il suo stato d'animo conversando con T-Mag: «La legge, in questa fase di incertezza politica in cui si pensa di andare presto al voto, credo che ancora una volta cadrà nel vuoto. Non nego di essere molto amareggiata: una battaglia civica che viene messa in discussione dal MIUR, che non risponde, e che non dà la possibilità di portare avanti una proposta che non prevede costi».
Perché il MIUR? L'idea alla base è quella di introdurre negli istituti tecnici e nelle università dei corsi che formino i futuri geometri, ingegneri e architetti al superamento delle barriere nei luoghi pubblici e privati, oltre che delle sanzioni penali per il mancato adeguamento degli edifici. Il fatto è che le leggi in Italia già prevedono l'eliminazione delle barriere architettoniche, per quanto spesso disattese. Ciò che manca davvero, invece, è una cultura nella nostra società civile, lo studio dell'universal design. «Non è importante solo progettare come eliminare le barriere architettoniche, ma diventa fondamentale costruire senza barriere. Una prospettiva nuova, diversa», sottolinea Argentin. «Questa vuole essere una modifica all'assetto culturale, che interviene sempre in un secondo momento e che toglie l'alibi di sbagliare ai futuri tecnici, formandoli all'interno della scuola che rimane l'organo competente per la crescita dei giovani».

La scuola, appunto. Intanto c'è da fare i conti con quello che c'è: i plessi scolastici in molti casi sono ancora caratterizzati dalle barriere architettoniche (con un evidente divario Nord-Sud, nonostante qualche timido miglioramento). In più – rileva l'Istat in un report di recente diffusione – “le scuole sono poco accessibili in tutto il territorio nazionale se si considera la presenza di segnali visivi, acustici e tattili per favorire la mobilità all'interno di alunni con disabilità sensoriali, oppure, in generale, di percorsi interni ed esterni accessibili”. «Con l'approvazione dei nuovi LEA (Livelli essenziali di assistenza, ndr) – spiega la deputata del PD –, è stato aggiornato il nomenclatore tariffario e moltissime sono le tecnologie inserite. Ma diciamo la verità: sono molti anche i presidi che non fanno richiesta o che non sono a conoscenza, anche quando sono i genitori degli alunni a tentare di spingere in questa direzione. Per questo ribadisco che le barriere nel nostro paese rappresentano un problema culturale, l'incapacità di immaginare un mondo per tutti, perché si ha spesso la pigrizia mentale di trovare le soluzioni. C'è questa idea malsana secondo cui il disabile è un portatore di deficit. Ma il disabile non porta un handicap, lo riceve dall'esterno. La cultura può cambiare con la scuola: è l'unico strumento che noi realmente abbiamo. Si deve comprendere che la diversità è un patrimonio, non un limite».

Con la deputata del PD abbiamo affrontato inoltre un successivo argomento, spinoso e di stretta attualità, quello relativo alle DAT, ovvero le “dichiarazioni anticipate di trattamento”, attraverso cui i pazienti possono esprimere al medico le proprie preferenze o fare richiesta di sospendere i trattamenti al cospetto di una malattia terminale o invalidante. Anche su questo fronte Ileana Argentin è in prima linea. Il colloquio con T-Mag è avvenuto a poche ore dalla conclusione in commissione Affari sociali alla Camera dell'esame degli emendamenti sul disegno di legge. Dopodiché toccherà alla commissione Giustizia «perché ci sono parti del Codice che vanno riviste». Infine il testo approderà in Aula, si suppone a breve. La deputata si dice ottimista sull'approvazione, ma la materia è complessa. In ballo ci sono diverse questioni, morali ed etiche, che coinvolgono la classe medica e talvolta le convinzioni – non solo religiose – dei singoli («C'è un forte ostruzionismo sull'argomento», ammette Argentin). L'Eurispes, che nel 2015 e nel 2016 ha indagato sul tema del testamento biologico, ha osservato che i favorevoli superano di gran lunga i contrari, con un aumento dei primi rilevato proprio nell'ultimo anno. Di segno opposto le opinioni sull'eutanasia, che però è un'altra faccenda. «Molta gente vuole sostituirsi alla scelta delle persone con patologie gravi o gravissime. Io – afferma l'esponente del Partito democratico – sono una persona disabile e amo la vita e non immagino che la mia debba finire a tutti i costi con un testamento biologico, ma ci sono situazioni talmente di sofferenza da meritare maggiore rispetto. Andrebbe superato quell'atteggiamento, non si tratta di promuovere una forma di suicidio. Nulla a che vedere con questo».

(anche su T-Mag)

15 febbraio 2017

«L’occupabilità? Che sia di lungo periodo, non episodica»

«Uno Stato deve interessarsi della occupabilità di lungo periodo, non episodica». Alla vigilia della “quarta rivoluzione industriale” sono diversi gli interrogativi che ruotano attorno al mondo del lavoro. Non è facile prevedere il reale impatto che l'impiego di macchine e tecnologia avanzata nei processi produttivi avranno su occupazione e mansioni dei lavoratori, ma molti studi – ad esempio quelli più recenti del McKinsey Global Institute o di Randstad – concordano nel ritenere fondamentale la formazione al fine di incrementare le capacità utili a rendere i lavoratori in grado di svolgere i compiti che verranno loro richiesti. La formazione non può essere ridotta a corsi di aggiornamento di chi è già occupato, ma deve riguardare una platea molto più ampia: studenti e mondo accademico. I lavoratori di domani, insomma. Negli anni è cresciuto il gap tra domanda e offerta di competenze sul mercato del lavoro. Non è avvenuto solo in Italia, certo, ma da noi questo divario si è fatto sentire più che altrove. Perché? «Perché tutte le nostre istituzioni formative e del lavoro – spiega a T-Mag Emmanuele Massagli, docente di Pedagogia del Lavoro all'Università degli Studi di Bergamo e presidente di Adapt – continuano ad essere costruite per un mondo che non c’è più: l’Italia degli anni Settanta, della grande fabbrica industriale del Nord e del (nuovo) sogno di una occupazione impiegatizia. Il divario si è sentito più in Italia che in altri Paesi perché noi siamo intervenuti molto meno degli altri sulle nostre anacronistiche regole, in particolare quelle del mondo della scuola». L'apprendistato prima e l'alternanza tra formazione e lavoro (uno dei principali capitoli della riforma La Buona Scuola) dopo, sono le prime risposte – introducendo il sistema duale sul modello del caso di successo in Germania –, ad un mercato che esige persone più preparate e maggiori abilità. Massagli, che sull'argomento ha da poco pubblicato il volume Alternanza formativa e apprendistato in Italia e in Europa (Studium, 2016), pone tuttavia l'accento su un punto dirimente: «Una persona è occupabile se integralmente formata, non se si prova a collocarla il prima possibile».

L'apprendistato è stato sempre considerato un’ottima forma di assunzione con un alto valore formativo, eppure l'istituto in Italia ha incontrato non pochi ostacoli. Cosa non ha funzionato?Per quanto concerne le competenze statali, non hanno funzionato i continui interventi riformatori dell’istituto, che lo hanno certo migliorato, ma trasmettendo alle imprese indecisione e diffidenza; le Regioni, dal canto loro, eccetto poche eccezioni, sono state inadempienti nel completare la legislazione statale, integrandola con le materie sulle quali hanno competenza; le parti sociali ancora non conoscono le forme più originali di apprendistato, ovvero quello scolastico e quello di alta formazione e ricerca; le imprese, in fondo, diffidano della formazione, spesso la considerano un inutile balzello; scuole e università non sono mai state disponibili a modificare i propri programmi (e il numero di cattedre…) perché i calendari formativi fossero coerenti con le esigenze di studenti che non sono tutti i giorni in aula. In estrema sintesi, i soli che davvero hanno colto le potenzialità dell’apprendistato sono i ragazzi.

Ora che viene introdotto il sistema duale quanto potrà incidere l'alternanza scuola-lavoro nello sviluppo di competenze, sia hard che soft skills? In altre parole: i casi di successo in Germania o nei paesi del Nord Europa possono essere un buon auspicio per la maggiore occupabilità dei nostri giovani? Basta emulare quei modelli o c'è ancora molto altro da fare?

L’alternanza tra scuola e lavoro, se intesa come metodo pedagogico e non mero strumento, semplice dispositivo, come fosse una materia a sé o una esperienza slegata dal resto, è davvero in grado di allenare quelle competenze pratiche e trasversali molto richieste nel mercato del lavoro. Attenzione però a non intendere la formazione duale come una sorta di politica attiva, compiendo l’errore che fa la stessa Europa: una persona è occupabile se integralmente formata (pratica e teoria), non semplicemente se si prova a collocarla il prima possibile. Uno Stato deve interessarsi della occupabilità di lungo periodo, non episodica.

Il piano Industria 4.0 prevede anche un coinvolgimento del mondo universitario. In un recente bollettino Adapt si legge che “serve un ecosistema che faccia incontrare università e impresa”. In che modo ciò dovrebbe avvenire?

L’impresa avrà sempre più bisogno di persone mentalmente versatili, capaci di imparare, in grado di affrontare problemi complessi e prendere decisioni veloci senza avere a disposizione informazioni perfette, per quanto numerose. Si tratta di competenze che non possono essere formate solo sul luogo di lavoro, occorre una formazione di qualità e profilata sulla singola persona. Inevitabilmente impresa e università devono dialogare.

Anche l’alternanza scuola-lavoro potrebbe rivelarsi strumento fondamentale alla vigilia della “quarta rivoluzione industriale”, un sistema cioè che permetta ai più giovani di accrescere le proprie conoscenze e interagire al meglio delle possibilità in un ambiente ad alto contenuto tecnologico?

L’alternanza formativa è “il” – solo? – metodo pedagogico in grado di formare i lavoratori del futuro, poiché solo la riuscita integrazione tra teoria e pratica, aula e luogo di lavoro, sapere e fare permetterà alle persone di guadagnare quella elasticità mentale che permetterà ad ognuno di affrontare un mondo del lavoro sempre più dinamico, veloce e complesso.

Altra questione spinosa. Il timore, più o meno diffuso, è che le macchine possano sostituire presto i lavoratori. Molte indagini sul tema, come quelle del World Economic Forum, mettono in luce che tanti posti di lavoro andranno persi, ma contestualmente ne verranno creati di nuovi. A quanti manifestano preoccupazioni in questo senso, cosa si può rispondere?

Che il rischio è reale, ma a poco serve fare elucubrazioni mentali su quello che potrebbe essere senza impegnarsi a migliorare la realtà. Nella storia ad ogni rivoluzione tecnologica non è seguito un periodo di maggiore disoccupazione, questo è un buon segnale. Solo a patto, però, di tornare ad impegnarsi per “creare lavoro”, creare nuovi lavori, non solo accontentandosi, come è ormai gergo comune, di “trovare lavoro”, quasi fosse un giacimento petrolifero che va ad esaurirsi senza possibilità di rigenerazione.

(anche su T-Mag)

13 febbraio 2017

L’Europa al bivio

Quale futuro per l'Unione europea? È una domanda indispensabile: se persino Angela Merkel arriva ad auspicare un'Europa a diverse velocità è perché in alcuni ambienti si avverte oggi a maggior ragione il bisogno di rispolverare il vecchio adagio “serve più Europa”. Ma dovremmo allora chiederci: che tipo di Europa?

La stessa Angela Merkel ha però precisato – a seguito dell'incontro con Mario Draghi – che dal suo ragionamento è esclusa l'Eurozona, che invece dovrà continuare ad essere coesa. Il tentativo della cancelliera tedesca di sgombrare il campo dagli equivoci, appurato che l'Europa a diverse velocità esiste già (chi adotta l'euro e chi no), lascia però insoluto un ulteriore dilemma: è in grado questa Europa di dare ai cittadini risposte adeguate su lavoro e welfare e di colmare le distanze tra periferia e centro?

Il recente discorso a Lione di Marine Le Pen, l'introduzione programmatica all'ambita scalata all'Eliseo (sebbene le ultime rilevazioni diano vincente al possibile ballottaggio l'europeista Emmanuel Macron), non è solo un punto di rottura rispetto al passato per la forza politica di cui è alla guida (“Né destra, né sinistra”), ma coinvolge l'Europa secondo le convinzioni di quanti si dichiarano avversi alle attuali politiche comunitarie.

Se l'Unione europea può (e potrà) reggere l'urto della Brexit – troppe cose da un punto di vista storico-culturale non hanno mai ridotto le distanze con il Regno Unito –, altrettanto non riuscirebbe a fare in caso di Frexit, così come auspicato da Le Pen. L'uscita della Francia dall'UE equivarrebbe alla dissoluzione automatica dell'ideale europeo, nonché al fallimento della moneta unica.

Il 2017 sarà un anno fondamentale per il destino dell'Europa, molto più che si terranno le elezioni in paesi chiave quali Francia e Germania, forse Italia. E desta quantomeno curiosità il voto di marzo in Olanda dove il Partito delle Libertà di Geert Wilders, antieuropeista, risulta in vantaggio nei sondaggi.

L'Europa delle opportunità, a detta di molti, si è trasformata negli anni della crisi economica nel baluardo del sistema capitalista, del mercato unico a tutti i costi e a vantaggio di pochi, delle regole più stringenti a completamento di impianti già consolidati, su cui l'Eurozona si è saldamente poggiata.

Il caso della Grecia non è ancora chiuso e le conseguenze sull'economia ellenica – disoccupazione ben oltre le soglie psicologiche e famiglie sul lastrico – sono esiziali. Ma non abbiamo controprove di cosa ne sarebbe stato dell'UE senza l'implementazione di strumenti come il MES (Meccanismo europeo di stabilità) o senza le politiche monetarie espansive della BCE di Draghi.

Mentre il mondo sembra volgere verso un nuovo corso, con l'attuale amministrazione statunitense che plaude all'ipotesi di un'Europa pronta a mutare il proprio assetto, sapere quale visione l'UE intenda adottare è una richesta più che legittima. Una domanda che meriterebbe una risposta rapida alla luce delle sfide presenti e future, dalla lenta – e a geometria variabile – ripresa ai crescenti flussi migratori, passando per le tensioni geopolitiche.

Le spinte antieuropeiste cui abbiamo assistito in questi anni sono frutto di un malcontento diffuso, di cui le istituzioni e le classi dirigenti europee non potranno non tenere conto. L'Europa appare stanca, impoverita e spaventata dalla costante percezione di precarietà. Perciò la locomotiva tedesca, che aveva finora professato una maggiore integrazione nel pieno rispetto delle regole e all'insegna del rigore, rilancia.

Certo, lo fa anche a proprio vantaggio. Quante volte è stata “rimproverata” perché non reinveste il proprio surplus commerciale oltre il limite del 6%? Ma una presa di posizione netta – quasi una constatazione di fatto, tardiva o appena in tempo sarà la storia a stabilirlo – da mettere nero su bianco nella dichiarazione che verrà sottoscritta in occasione del 60esimo anniversario del Trattato di Roma, è comunque un cambio di paradigma da non prendere alla leggera.

Così come, se a vincere la contesa elettorale saranno i socialdemocratici di Martin Schulz, potrà cambiare radicalmente l'approccio alle politiche economiche comunitarie di Berlino, ma da una posizione pur sempre fortemente europeista. Chissà che la rinascita dell'Europa, per paradossale che ora possa apparire, non passi proprio dalla Germania.

(anche su T-Mag)

3 febbraio 2017

Mercato della musica. Il ritorno dei vinili

Gira su Instagram la foto di un negozio di dischi – ne girano diverse a dire il vero, molti i profili dedicati – in cui sulla parete si legge: vinyl is killing mp3. Magari è una forzatura, ma rende comunque l'idea. E in fondo neppure è un trend tanto nuovo: da qualche tempo, infatti, il mercato musicale dei vinili ha ritrovato vigore. Anche i numeri sono lì a testimoniarlo e il 2016 è stato un anno particolarmente positivo per il segmento. I dati più sorprendenti arrivano dal Regno Unito e dagli Stati Uniti. Nel primo caso i vinili vanno via ad un ritmo elevato, con le vendite che aumentano mediamente del 50%. Secondo gli ultimi dati della British Phonographic Industry, relativi allo scorso anno, sono stati venduti 3,2 milioni di vinili, un risultato che non si vedeva dal lontano 1991. All'epoca erano i Simply Red, i Simple Minds, i R.E.M. e Michael Jackson a dominare le classifiche, nel 2016 è stato invece David Bowie con Blackstar a vendere il maggior numero di copie, superando di gran lunga 25 di Adele un anno prima. Negli Stati Uniti le vendite di vinili sono invece aumentate del 26% nel 2016.

Diversamente da come potrebbe sembrare, i dati dicono davvero poco. Per restare nel Regno Unito, sempre nel 2016 sono diminuite le vendite di cd e i download, ma non c'è stato alcun effetto compensazione, trattandosi di una porzione di mercato alquanto ristretta, vezzo per appassionati e poco più. Eppure la riscoperta del vinile ha indotto molte aziende a lanciare giradischi dal suono ormai impeccabile, in alcuni casi soluzioni addirittura futuristiche. Di recente al Ces di Las Vegas l'azienda americana Crosley ha presentato un jukebox per vinili, l'unico attualmente in produzione nel mondo.

Nel nostro paese la classifica dei vinili è stata aggiunta dal gennaio 2016 alla Top Of The Music by FIMI / GfK Italia. La FIMI (Federazione industria musicale italiana) ha motivato la decisione con il ritorno del disco in vinile, pur ricordando che si tratta “di una quota di mercato ancora molto piccola che a novembre 2015 si attestava intorno al 4% del mercato discografico italiano (+74% rispetto all’anno precedente)”. Secondo un sondaggio ICM per la BBC (2016) la metà di coloro che hanno acquistato un album in vinile, prima lo hanno ascoltato online. Quasi a suggerire l'idea che sia lo streaming a trainare la vendita dei dischi neri. In effetti negli ultimi anni una quota importante di mercato è stata conquistata proprio dallo streaming: il 71% degli utenti online tra i 16 e i 64 anni accede alla musica legalmente e i servizi in abbonamento stanno diventando più popolari, specialmente nella fascia di giovani sotto i 25 anni. Inoltre un terzo della fascia 16-24 anni – afferma una ricerca Ifpi-Ipsos Connect – paga per un servizio di audio streaming. Invece i fruitori che acquistano vinili si concentrano maggiormente nella fascia di età 25-34 anni (oltre il 30%), a seguire quella 35-44 anni (sopra il 20%). I giovani 18-24enni rappresentano poco più del 15% del totale (dati ICM-BBC).

Giornate ad hoc. Poi fiere e mercati organizzati in giro per gli Stati Uniti (dove persino le vendite delle musicassette sono cresciute del 74%) e l'Europa. A Roma, poche settimane fa, c'è stato il Roma Vinyl Village e a brevissimo (il 5 febbraio) si terrà il Music Day. Cultori, appassionati, semplici curiosi: è un chiaro ritorno al passato in fatto di esperienza d'ascolto musicale. Ma non è detto sia sempre così, a volte può essere il gusto di avere in bella mostra un oggetto di culto. Dalla ricerca ICM-BBC emerge infatti che il 41% di quelli che comprano vinili non usano il giradischi (pur avendolo), il 7% dichiara invece di non possederlo. Acquistare vinili solo per collezione, l'ultima frontiera – benché esigua – del mercato discografico.

(anche su T-Mag)