22 settembre 2016

Industria 4.0, quali prospettive?

Il piano del governo presentato il 21 settembre a Milano per l'Industria 4.0 è ambizioso. Consiste in 13 miliardi di risorse pubbliche per attivare investimenti innovativi tramite incentivi fiscali. Ma cosa è l'Industria 4.0? Si tratta di quella che comunemente viene definita “quarta rivoluzione industriale”, un mix di processi produttivi e organizzativi ad alto contenuto tecnologico e digitale. L'idea nasce in Germania, dove viene applicata già da diversi anni dalle grandi e, più recentemente, dalle medie imprese. Il fine è rendere la produzione industriale automatizzata e interconnessa, con la possibilità di vedere crescere la produttività e un abbassamento dei costi. Secondo un'indagine McKinsey (qui un nostro primo approfondimento sul tema) dovrebbero essere quattro i pilastri dell'Industria 4.0: sviluppo e diffusione dei big data; automazione, intelligenza artificiale, Internet of Things; interazione uomo-macchina ottimizzata; la creazione di prodotti o servizi con l'ausilio della robotica avanzata, della stampa 3D e tutti quei processi che potranno migliorare le prestazioni di un'impresa. L'Italia, insomma, mira a diventare un polo di eccellenza in questo senso, investendo – si è fatto notare – anche più di Francia, Germania e Stati Uniti. Il piano si spalma sul periodo 2017-2020 e si confida possa innescare un aumento di investimenti privati per dieci miliardi già il prossimo anno, più un ulteriore incremento di 11,3 miliardi di spesa privata in sviluppo, ricerca e innovazione nel periodo 2017-2020. Tale contesto dovrebbe così assicurare miglioramenti in termini di innovazione e competitività dei settori produttivi. L'innovazione è il motore per rilanciare il sistema imprese italiano, renderlo più competitivo, fornire cioè alle aziende gli strumenti per “stare sul mercato” e reggere l’urto della concorrenza estera anche al cospetto di un tessuto costituito in larghissima parte da Pmi (piccole e medie imprese), di fatto la spina dorsale della nostra economia.

LE RIPERCUSSIONI OCCUPAZIONALI DELL'INDUSTRIA 4.0
In Italia uno dei problemi delle start up innovative è rappresentato soprattutto dalla dimensione imprenditoriale, in quanto è frequente l'assenza di investitori nella fase intermedia, quella – si presume – della crescita, come sottolineato nell'indagine conoscitiva della commissione Attività produttive della Camera. È in questo senso, dunque, che si colloca il dibattito sulle ricadute occupazionali dell'Industria 4.0. Un recente studio del World Economic Forum ha stimato per i prossimi anni un saldo negativo di cinque milioni di posti di lavoro nel mondo (ma non dipenderà esclusivamente dall'impatto tecnologico), ovvero la creazione di due milioni di posti lavoro a fronte di una perdita pari a sette milioni (le previsioni per il nostro paese sono decisamente meno drastiche, quasi in parità). Nel breve periodo, tuttavia, mano a mano che l'Industria 4.0 viene sviluppata, anche i livelli occupazionali potrebbero beneficiare dei nuovi sistemi produttivi. Le difficoltà riguarderanno gli step successivi, quando si renderà ostico ricollocare la forza lavoro non più necessaria, le cui competenze risulteranno così obsolete. Non si può escludere, infatti, al netto di una migliore interazione uomo-macchina, una parziale (o totale) sostituzione dell'uomo in alcune specifiche attività. Con questi presupposti la sfida del futuro sarà anche dare forma a politiche di sostegno al mercato del lavoro, che subirà i cambiamenti e le trasformazioni strutturali, in particolare del settore manifatturiero. Alla stregua, per dirla con i termini iniziali, delle precedenti rivoluzioni industriali.

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7 settembre 2016

Ricostruire dopo un sisma. Ma come?

Tre fasi: emergenza, ricostruzione e prevenzione. Sono passate due settimane dal terremoto che ha colpito il Centro Italia, il bilancio – si spera ormai definitivo – è di 295 morti, migliaia gli sfollati nelle tendopoli tirate su nei pressi dei Comuni andati in larga parte distrutti (ad Amatrice, Accumoli, Arquata e Pescara del Tronto le situazioni più critiche). Nel frattempo il Consiglio dei ministri ha nominato Vasco Errani commissario straordinario del governo per la ricostruzione, alla luce della sua esperienza quando era presidente della Regione Emilia Romagna, colpita dal terremoto nel 2012. Le casette, ovvero le sistemazioni provvisorie da destinare agli sfollati, saranno pronte entro sette mesi, hanno assicurato Errani e la Protezione civile. Dopodiché si procederà con la ricostruzione vera e propria. Infine un cambio di rotta paradigmatico e ormai necessario, almeno nelle intenzioni: prevenire. Il progetto, annunciato dal premier Renzi, prende il nome di Casa Italia. Sarà un piano a lungo termine ("un lavoro decennale", è stato anticipato) con il coinvolgimento di diversi attori a livello locale e nazionale, che andrà dall'adeguamento antisismico agli investimenti su scuole, periferie, dissesto idrogeologico. Ma intanto, a tragedia avvenuta, si contano i morti, si stimano i danni, si contemplano le eccellenze finite sotto le macerie. Cosa vuol dire, allora, "ricostruire"? Per Maria Cristina Forlani, professoressa di Tecnologia dell'Architettura all'Università degli Studi di Chieti e Pescara, esperta di questioni ambientali per l'architettura, in particolare di tecnologie appropriate e di sostenibilità degli interventi in aree sensibili, nonché responsabile scientifico del piano di ricostruzione del Comune di Caporciano (L'Aquila), è importante individuare “le reali possibilità locali”. E da lì ripartire.

Professoressa Forlani, dopo un evento sismico come quello che ha colpito il Centro Italia il 24 agosto, quali sono le prime misure da adottare?
La Protezione Civile è ormai una macchina tra le più efficienti per far fronte alle emergenze di questo tipo e, anche a livello tecnico, le indicazioni per la ricostruzione sono in continua evoluzione verso sistemi sempre più sicuri: niente da eccepire. Semmai ci sarebbe da porsi un quesito: entro quale “progetto” si pongono gli interventi inerenti questi catastrofici accadimenti?

Da quanto se ne sa, nei piani del governo, una volta superata l'emergenza e sistemati gli sfollati nelle provvisorie sistemazioni, si punterà a ricostruire nel minor tempo possibile. Nei giorni scorsi si è anche fatto riferimento al modello Friuli, seguendo il principio del tutto "dov'era e com'era". Può considerarsi un modello replicabile? Nel Friuli è stato fatto molto bene, è stata dimostrata capacità ed efficienza. Poteva anche essere un modello replicabile, ma non credo sia opportuno riproporlo oggi: siamo in una situazione socio- economica estremamente diversa, in cui ritengo sia più importante lavorare con un obiettivo allargato alle molte altre difficoltà che si stanno delineando e che configurano un futuro diverso da quello che si prospettava allora. Per quanto riguarda il “dov’era e com’era” penso sia un’espressione prevalentemente emotiva che non dovrebbe essere perseguita ciecamente: ci sono i monumenti, che definiscono l’identità dei luoghi e un tessuto minore ancora identitario. Ma ci sono edifici scomparsi in cumuli di macerie, edifici che avevano subito molteplici rimaneggiamenti, superfetazioni. Per questi direi che bisognerebbe riflettere e decidere quali siano gli elementi – proporzioni, dimensioni, geometrie, materiali, colori.... – da riproporre o conservare, in una ricostruzione capace di lavorare in continuità, secondo le attuali esigenze, evitando falsi storici.

Può spiegarci brevemente le diverse fasi del recupero ambientale ed edilizio?
Nel post-sisma aquilano abbiamo fatto un’esperienza in un Comune dell’altopiano di Navelli, parte di una comunità montana. Il piano era preceduto da un’ampia ricognizione sullo stato del territorio: risorse, peculiarità, popolazione e molto altro. Lo scopo era quello di capire quale “motore locale” si potesse avviare per prefigurare una ricostruzione dell’area secondo i parametri di quello sviluppo sostenibile di cui tanto si parla, ma di cui poco si spiega. La ricostruzione dei luoghi si basava, dunque, sulle possibilità di avviare una rigenerazione che partisse proprio dalle reali possibilità locali: autonomia energetica, legata alla situazione climatica, in un ciclo chiuso comprensivo della razionalizzazione dell’agricoltura; collegamenti su banda larga per favorire il ripopolamento – tele-lavoro e tele-medicina –, coinvolgendo le istituzioni universitarie e la formazione; produzione di beni da risorse locali, configurata secondo una “ecologia industriale”, per garantire lavoro sul territorio e porre così freno alla migrazione; organizzazione del territorio come “metabolismo”, ovvero controllo e valutazione delle azioni-progetto da perseguire.

Come ha già illustrato, dinanzi ad un evento di tale portata bisogna considerare diversi fattori, si presume non solo di natura architettonica. Riqualificare il territorio significa anche rilanciare l'attività economica e lo sviluppo del tessuto sociale. Quanto tempo occorre prima di poter tornare alla normalità?
Dopo il terremoto a L’Aquila emerse chiaro l’obiettivo di ricostruire parallelamente al patrimonio costruito il tessuto socio-economico – si ricordi che quel territorio era già in crisi dal punto di vista dell’economia prima dell’evento sismico – e i piani di ricostruzione avrebbero dovuto distinguersi, dai correnti piani di recupero dei centri storici, proprio per l’introduzione di questa visione transdisciplinare/olistica. Ci sono stati dei tentativi, ma è mancata la discussione e condivisione di uno scenario di sviluppo entro cui collocare questi “tentativi”, il rilancio delle attività. Direi meglio: il “lancio” di nuove attività, ad esempio coerenti con le problematiche ambientali (in primis i cambiamenti climatici) e coscienti delle risorse territoriali (materiali e umane). Sarebbe stato opportuno un confronto politico sulla delineazione di un progetto organico in grado di convogliare fondi europei su proposte efficaci in grado di costituire un cambiamento strutturale, una svolta per un miglioramento radicale e al contempo equilibrato delle condizioni del territorio. Per il ritorno alla normalità ci si dovrebbe chiedere prima: quale normalità? Quella precedente il sisma? E se quella era già una situazione di crisi? Riscontrammo nel territorio aquilano un altissimo tasso di emigrazione che, nel numero effettivo di residenti nei comuni analizzati, avrebbe portato in pochi anni ad un completo abbandono.

Si stima che in Italia il 60% dei vecchi edifici non siano sicuri e che ammontino a cinque milioni quelli ubicati in zone ad elevato rischio sismico. Come si spiega una moltitudine di edifici, pubblici e privati, non ancora adeguati e la mancanza di rispetto delle norme antisismiche?
Forse è anche più alta, ma si dovrebbe distinguere tra gli edifici costruiti dal dopoguerra e quelli storici perché l’approccio e le tipologie di intervento sono notevolmente diverse. La maggior parte degli edifici costruiti dagli anni ’50 fanno parte di periferie urbane, dai piccoli ai grandi centri. Per essi comincia ad affacciarsi l’ipotesi di rinnovo: insieme alla necessità di frenare il consumo di suolo, infatti, appare quella di alzare gli standard prestazionali, in particolare energetici, ma anche tipologici – ci sono diverse realtà sociali – e tecnologici. La demolizione selettiva, auspicabile per effettuare il rinnovo di quartieri e parti di città, potrebbe innescare nuovi processi produttivi di materie seconde, oltre che assicurare un contenimento della produzione di rifiuti che per il settore edile supera di gran lunga quella dei rifiuti solidi urbani di cui tanto si parla, 40% contro 15%. Per gli interventi nel settore dell’edilizia storica le azioni sono più complesse e di conseguenza più costose. Per entrambi comunque non mancano le competenze e le tecnologie quanto piuttosto le risorse economiche, tanto nel pubblico che nel privato. Bisogna constatare però che siamo intrisi, ancora, di una cultura del “nuovo” e del “grande”. Investire per il miglioramento dell’esistente, spesso con piccole azioni, scarsamente appariscenti ed eclatanti, a meno che non si tratti di monumenti, risulta quindi poco appagante.

Si comincia a parlare di prevenzione, su larga scala. A suo avviso quali misure il governo, e le istituzioni in generale, dovrebbero intraprendere al fine di incentivare opere di adeguamento antisismico, in considerazione del fatto che vantaggi economici quali bonus o detrazioni Irpef sono stati introdotti proprio di recente?
Se il problema principale è quello economico mi sembra che le misure finora adottate e – o – adombrate non siano “meditate”. Ad esempio le fasce di maggiore pericolosità, dove sarà possibile accedere a bonus e detrazioni, sono quelle meno popolate ovvero con pochi residenti. In quanti avranno effettivamente diritto ai vantaggi di stato? La questione che si pone ci riporta quindi a quanto indicato nella prima risposta: c’è bisogno di sapere in quale “scenario” investire e, dunque, sapere se il “costruito” dell’entroterra può far parte di un patrimonio ancora vitale e capace di fornire servizio abitativo ad alte prestazioni o è limitato ai circuiti della “memoria” e del solo turismo (difficile, quest’ultimo, da credere come il toccasana di tutto il paese Italia). Sicuramente, se inserito in una politica di riequilibrio territoriale, che non può che passare per una ricerca di nuove economie di livello locale – si vedano le raccomandazioni europee per la città sostenibile: Lipsia 2007 –, può avere un ruolo, economico e ambientale, che valorizzerebbero anche quello storico-artistico. Ci si potrebbe riferire poi ai fondi europei che però, come quelli per la ricerca, non vengono impiegati nei modi più opportuni. Collegare la ricerca a queste tematiche potrebbe essere un buon filone di finanziamenti, ma la burocrazia non facilita tali operazioni e anche a livello locale i passaggi burocratici contribuiscono a gettare ombre. In conclusione si rileva l’assenza di un “progetto” per il Paese né si percepisce la volontà di aprire un dibattito per costruirlo.

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5 settembre 2016

Usa 2016. Chicago violenta, percezione e realtà

La diffusione di un video di breve durata che mostra gli istanti precedenti alla morte di Paul O'Neal, un ragazzo 18enne di Chicago, ucciso dalla polizia durante le fasi di arresto, ha fatto da detonatore ad una situazione già abbastanza infiammata di suo. Chicago, la più importante città dell'Illinois, da tempo fa i conti con la violenza nelle strade che sta consumando non poco in termini di vite umane. Dell'esistenza di quel video si è appreso ad inizio agosto (il fatto risaliva al mese precedente) e qualche giorno più tardi migliaia di persone si sono radunate al Millennium Park per protestare contro la brutalità poliziesca, scene viste e riviste di questi tempi in molte città americane. Gli agenti che hanno provocato la morte del giovane afroamericano – colpevole di aver rubato un'auto, ma disarmato al momento dell'arresto – non sono stati subito identificati come è spesso accaduto nei molteplici casi di sparatorie e violenze in città, quando gli autori non sono stati arrestati o riconosciuti. Secondo un'indagine di qualche mese fa di FiveThirtyEight – il sito di analisi statistiche fondato da Nate Silver – è probabile che i fatti di violenza siano aumentati quando i poliziotti hanno smesso di andarci giù pesante, cioè dopo l'uccisione di Laquan McDonald, avvenuta nel novembre del 2015. La paura di andare incontro a qualche nuovo scandalo potrebbe avere inibito il lavoro degli agenti, almeno fino al più recente caso O'Neal. Ma attenzione: l'aumento degli omicidi nella terza città più grande degli Stati Uniti è circostanza che si sta verificando, ormai, da alcuni anni a questa parte.

LA VIOLENZA A CHICAGO, IN CIFRE
Per dare la misura della faccenda basti sapere che c'è un sito, HeyJackass.com, che tiene il conto delle uccisioni a Chicago. Ad agosto sono morte 91 persone in modo violento, dall'inizio dell'anno – le cifre sono aggiornate al momento della stesura di questo articolo – il totale fa 500. Dite che sia troppo? Allora sappiate che nel 2015 gli omicidi sono stati 509. Quindi, a naso: alla fine dell'anno mancano quattro mesi e per quel momento la conta dei morti ammazzati potrebbe salire a oltre 600. Questo sì, che sarebbe troppo. In passato andò pure peggio. Chicago è la terza città degli Stati Uniti, un importante centro finanziario nonché artistico, patria del blues. È qui che il presidente Obama ha costruito la sua ascesa politica. Sotto molti aspetti è seconda solo a New York, grattacieli compresi. Ma come tutte le grandi metropoli statunitensi anche Chicago è alquanto frammentata, alcune aree e i distretti appena fuori dal downtown sembrano distanti anni luce dal cuore pulsante della città. Nella sua ultima fatica cinematografica Spike Lee l'ha ribattezzata Chi-Raq (Chicago + Iraq), non senza polemiche al riguardo. Le gang controllano i territori e si fanno la guerra, così aumentano le vittime, talvolta inconsapevoli. Come quando poche settimane fa la 32enne Nykea Aldridge, madre di quattro bambini a passeggio con una carrozzina, è rimasta vittima di una sparatoria, quasi certamente – secondo la polizia – nel quadro di un regolamento tra bande. Aldridge era la cugina di Dwyane Wade, famoso cestista Nba di Chicago, passato in estate ai Bulls dopo 13 anni di militanza nei Miami Heat. Il Washington Post ha riferito in un recente articolo che dall'inizio dell'anno sono state uccise più persone nella metropoli dell'Illinois che non a New York e a Los Angeles messe insieme.

PERCEZIONE VS. REALTÀ
Da questa prospettiva Chicago potrebbe allora apparire come la “capitale” della profonda spaccatura americana degli ultimi anni di amministrazione Obama. La stragrande maggioranza degli omicidi ha interessato proprio la comunità nera, accrescendo nell'opinione pubblica la convinzione di una frattura insanabile tra i ceti poveri e quelli più abbienti, persone appartenenti a diversi gruppi sociali, forze di polizia e comuni cittadini. Il candidato repubblicano alla Casa Bianca, Donald Trump, uno che conosce bene i tempi televisivi, non ha perso l'occasione di affermare che gli afroamericani voteranno per lui perché l’America – sia beninteso, l’America di Obama e Clinton – è un paese diviso. Ma un conto è la percezione delle cose, un altro è la realtà. Secondo un'analisi New York Times/CBS ai tempi dell’elezione di Obama (2008) il 60% dei cittadini neri definiva genericamente negative le relazioni razziali. Questa percentuale scese subito dopo il successo elettorale dell’allora senatore dell’Illinois, per poi risalire al 68% a distanza di sette anni, il valore più alto dalle proteste di Los Angeles del 1992. Eppure, secondo una rilevazione Gallup, tanti cittadini – bianchi, neri o ispanici – ritengono oggi migliorate le proprie condizioni di vita rispetto al 2008. Per i neri l’aumento – decimale più, decimale meno – è stato di sei punti, per gli altri (bianchi e ispanici) di circa dieci. Non sarebbe dunque un azzardo dedurre che le informazioni, più immediate nell’era di Facebook e Twitter, forniscano una versione alterata della realtà: i problemi atavici restano e interessano ancora diversi strati della società (il pregiudizio razziale di poliziotti e vigilantes, la maggiore propensione a delinquere di chi non ha accesso ad una adeguata istruzione…), ma nel complesso gli americani – bianchi, neri o ispanici – godono di un migliore status sociale: anche la ripresa economica registrata sotto l’amministrazione Obama deve avere contribuito al rialzo.

LA VIOLENZA NELLE CITTÀ ALLA PROVA DEI NUMERI
Nel già citato articolo del Washington Post si è osservato inoltre che nel 2015 altre città – Baltimora e Washington – hanno visto crescere il numero degli omicidi, ma l’incremento vertiginoso di quest’anno sembra interessare perlopiù Chicago. Perciò gli esperti invitano le persone a non giungere a conclusioni affrettate sul possibile aumento della criminalità, anche se i dati preliminari dell’Fbi relativi al primo semestre 2015 questo fanno presagire. Risalta, tuttavia, un dato incontrovertibile: il tasso di criminalità è ai minimi storici nel paese. Tra il 1990 e il 1995 Chicago registrò almeno 800 vittime di omicidio ogni anno. A Los Angeles, solo nel 1990, furono 983 (283 nel 2015), New York superò le duemila unità (352 nel 2015), mentre Philadelphia ebbe il record di 500 omicidi (280 l’anno scorso). Recuperando le cronache dell’epoca si scopre che anche una città relativamente piccola come Boston nel 1990 raggiunse il suo picco, con circa 150 morti violente. Ovvio che la deriva di Chicago (e di altre realtà urbane) rappresenti al momento un problema non indifferente, altrettanto ovvio che Obama lascerà strascichi non necessariamente positivi, ma sarebbe comunque un errore considerare la metropoli dell’Illinois uno specchio degli Stati Uniti “in preda ai disordini”. Al massimo rischia di essere uno specchietto per le allodole.

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1 settembre 2016

Perché diminuiscono le nascite in Italia

Il ministero della Salute ha istituito, nell'ambito del Piano Nazionale della Fertilità, il primo “Fertility day”, che si celebrerà il 22 settembre 2016 in tutti i comuni con il coinvolgimento dell'Anci e in particolare a Roma, Bologna, Catania e Padova, dove saranno organizzati eventi e tavole rotonde. Fin qui tutto bene, o quasi. A scatenare le polemiche online, di cui i lettori saranno certamente a conoscenza, è stata la campagna dell'organizzazione, manifesti i cui slogan – La bellezza non ha età. La fertilità sì, si legge ad esempio su uno dei più criticati – sono stati ritenuti offensivi nei riguardi delle coppie che non riescono ad avere figli per motivi di salute o che sono costrette a rimandare, con tutti i rischi del caso, a causa delle difficoltà lavorative, quindi economiche. Nelle intenzioni del governo, il Fertility dayqui il programma preliminare dell'evento – serve in parte proprio a questo, ad informare cioè le giovani coppie sul “rischio delle malattie che impediscono di diventare genitori” e “sull’aiuto della medicina per le donne e per gli uomini che non riescono ad avere bambini”, oltre che sensibilizzare l'opinione pubblica sul “pericolo della denatalità nel nostro paese”. In altre parole, il fine è pure nobile (tralasciando altri aspetti, tipo le donne e gli uomini che liberamente decidono di non avere figli), ma niente da fare: la campagna non è piaciuta. La salute è senza dubbio importante, ma non l'unica questione in ballo. Altri elementi, dal rilevante impatto socioeconomico, vengono (e non possono essere) trascurati.

ALCUNI NUMERI E IL CONFRONTO EUROPEO
Non c'è molto da dire al riguardo: in Italia le nascite sono da alcuni anni in calo e si alza l'età media in cui si diventa genitori. Nel 2015, secondo gli indicatori demografici dell'Istat, si contanto otto nascite per mille abitanti (14,2 in Irlanda, 12 in Francia, 11,9 in Gran Bretagna). Lo scorso, poi, è stato il quinto anno consecutivo di riduzione della fecondità, giunta a 1,35 figli per donna. L’età media delle madri al parto è salito nel frattempo a 31,6 anni. In valori assoluti, dati Eurostat, le nascite in Italia sono state nel 2015 circa 486 mila contro le quasi 801 mila della Francia, le 777 mila del Regno Unito e le 738 mila della Germania.

PERCHÉ
Da anni nel nostro paese si lamenta una carenza di politiche attive per la famiglia, al contrario dei nostri principali partner europei, dai pochi asili (e di difficile accesso) alla pratica, pur contrastata, soprattutto di recente, delle dimissioni in bianco nei luoghi di lavoro per le donne, passando per l'annoso compromesso – per le donne, sempre – tra carriera e famiglia, due obiettivi che in Italia quasi mai si riescono a coniugare. In più la crisi ha aggravato le condizioni economiche delle coppie, in molti casi già precarie. Perdita del lavoro e retribuzioni ferme al palo non sono certo incentivi a metter su famiglia, considerate le ingenti spese per il mantenimento del/dei figlio/i.

QUANTO COSTA MANTENERE UN FIGLIO AL PRIMO ANNO DI ETÀ
Premessa: il ministero della Salute sta studiando diverse possibilità che contrastino la scarsa natalità. Da alcuni mesi si parla della volontà di incrementare nella prossima legge di Stabilità il bonus bebè, entrato in vigore nel 2015 (si sta riflettendo anche sull'opportunità di stanziare un contributo una tantum destinato alle famiglie in difficoltà). Ad oggi il bonus consiste in 80 euro mensili e viene riconosciuto alle famiglie che presentano un Isee inferiore a 25 mila euro l'anno, oppure in 160 euro mensili a quelle che si trovano sotto i settemila. Oltre al reddito l'indice viene poi calcolato sulla base di altre variabili, ad esempio proprietà o debiti, numero dei componenti del nucleo familiare. Nel 2015 sono state 330 mila le coppie che hanno ricevuto l'assegno. Secondo l'Osservatorio Nazionale Federconsumatori nel 2015 il costo per mantenere un figlio al primo anno di vita è variato da un minimo di 6.809 euro ad un massimo di 14.852 euro, con un aumento medio dell'1% e del 3% rispetto al 2014. Con l'avanzare degli anni è inutile dire che il costo varia sulla base del reddito familiare, perciò se consideriamo una famiglia con reddito disponibile netto di 34 mila euro annui, crescere un figlio fino alla maggiore età costerà mediamente 171 mila euro (in questo caso, invece, le stime sono del 2013). Per le famiglie con reddito basso, fino a 22.600 euro annui, la spesa al 18esimo anno del figlio si attesterà a 113 mila euro. In pratica i costi diretti di mantenimento e crescita di un figlio valgono tra il 25% ed il 35% in più delle spese sostenute da una coppia senza figli.

FAMIGLIE IN POVERTÀ
Se fare figli non è il primo step verso l'impoverimento, poco ci manca. Stando ai più recenti dati Istat nel 2015 vivevano in povertà assoluta un milione e 582 mila famiglie, pari a quattro milioni e 598 mila individui, il numero più alto dal 2005. L'incremento è dovuto all'aumento della condizione di povertà assoluta tra le famiglie con quattro componenti (da 6,7 del 2014 a 9,5%), soprattutto coppie con due figli (da 5,9 a 8,6%). Va da sé che risultino in aumento i minori in condizioni di povertà assoluta: sono un milione e 131 mila. Più di un bambino su dieci.

UN PAESE CHE STA INVECCHIANDO
Altra conseguenza logica: diminuendo le nascite, l'Italia è un paese che invecchia. Il problema, in verità, è più esteso e riguarda altre realtà europee che potranno subire in futuro ripercussioni economiche negative. Già alcuni studi della Commissione di Bruxelles hanno messo in luce come in futuro le persone anziane (65 anni o più) potrebbero aumentare a causa di diversi trend – quali fertilità, aspettative di vita, flussi migratori – che avranno un impatto sul sistema economico, in termini di forza lavoro e costi sociali (welfare, previdenza, salute), ma specialmente in termini di ricchezza non generata. Italia, Spagna, Portogallo e Grecia i più a rischio. Secondo il Fondo monetario internazionale l'invecchiamento della forza lavoro potrebbe significare un'ulteriore perdita della produttività, nel caso dell'Italia circa un terzo della crescita potenziale (più o meno l’1%).

MERCATO DEL LAVORO, LE DONNE LE PIÙ SVANTAGGIATE
Dei tanti posti di lavoro andati in fumo negli anni della crisi se ne è scritto abbastanza. In riferimento alla sola componente femminile c'è da osservare che negli ultimi tempi, in Italia e in Europa, il tasso di occupazione tra le donne è cresciuto, tuttavia senza raggiungere i livelli degli uomini. Non giriamoci intorno, sostanzialmente il tasso di occupazione femminile resta basso e il suo lieve incremento deriva anche dalla maggiore propensione delle donne ad accettare – talvolta a parità di competenze e titoli di studio – ruoli o condizioni svantaggiose (part-time involontario, ad esempio). In questi anni è diminuita pure la disoccupazione, che però si associa all'aumento dell'inattività nella componente più distante dal mercato del lavoro, di solito rappresentata proprio da mamme con figli piccoli. Per comprendere quanto sia negativa la mancata partecipazione delle donne è opportuno fare un passo indietro e tornare al 2007. Un'indagine dell'Onu, Gender Inequality, Growth and Global Aging, quantificava il bilanciamento uomo-donna nel mercato del lavoro in un aumento del Pil nell'Eurozona del 13%. Tanto basta, insomma, per ritenere fondamentale – al netto di qualsiasi iniziativa a favore della fertilità – la realizzazione di un modello di sviluppo in grado di azzerare le differenze di genere, soprattutto dove i sistemi di welfare non assicurano alle donne (e agli uomini, in definitiva) la possibilità di conciliare vita lavorativa e vita familiare.

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