10 gennaio 2019

Quota 100, turnover e giovani: l’impatto sul mercato del lavoro

Quota 100 è una delle misure cardine della manovra appena approvata (l'altra è il reddito di cittadinanza), anche se i dettagli dell'impianto non si conoscono ancora del tutto, in attesa dei decreti attuativi. Quello che si sa, però, è che la volontà del governo non è solo quella di alleggerire i requisiti per accedere alla pensione, ma anche favorire l'occupazione giovanile tramite il turnover.

Sul tema esistono diverse scuole di pensiero, ma in generale si registra una lieve tendenza al pessimismo. Per dirla altrimenti: non c'è esperienza né passata né più recente, che dia conferma certa di un meccanismo automatico tra le due fasi, di uscita ed entrata dal lavoro. La ragione di fondo che alimenterebbe tale convinzione sta nel fatto che dare per scontato che un lavoratore giovane possa sostituirne uno anziano, significa al tempo stesso dare per scontato che i posti di lavoro non mutino, restino fissi, pronti ad accogliere i candidati più idonei quando necessario. Sono molte, invece, le variabili che concorrono a modificare i livelli occupazionali di volta in volta.

Ovviamente la regola non vale sempre. Nei posti apicali, soprattutto nelle grandi società, un ricambio generazionale è spesso una mossa opportuna, proprio perché equivale a mettere a sistema energie fresche e nuove competenze. Quando ciò non si verifica è perché evidentemente le strategie aziendali vanno in tutt'altra direzione e quella posizione (se non l'intera area di riferimento) viene ormai giudicata obsoleta al di là delle caratteristiche anagrafiche di chi la occupa, senza dimenticare l'introduzione nei processi produttivi dell'intelligenza artificiale, software e robot che andranno a sostituire in un futuro ormai imminente determinate mansioni e professioni.

Tuttavia può rivelarsi un errore pensare anche che i giovani siano necessariamente in possesso di maggiori competenze rispetto ai lavoratori più in là con gli anni, specie quelli over 50. Sebbene i livelli di istruzione – anche qui, è bene precisare, si fanno ipotesi per linee generali e comunque i dati ci dicono che le opportunità per i giovani crescono all'aumentare del valore del titolo di studio – siano in effetti superiori al punto da renderli certamente più appetibili, l'esperienza maturata sul campo rimane una skill tenuta molto in considerazione in specifici ambiti di lavoro.

Più banalmente, un mercato del lavoro, per essere definito “in salute”, dovrebbe mostrare dei trend al rialzo in tutte le fasce di età. Svezia, Danimarca, Germania e Regno Unito, ad esempio, sono paesi che registrano dinamiche positive in tutte le classi: 15-24 anni, 25-54 anni e 55-64 anni.

Ma anche questo, preso da solo, è un dato che spiega molto poco dell'evoluzione del mercato del lavoro. Occorre ricordare un recente studio del World Economic Forum secondo cui il 65% dei bambini che oggi frequentano le scuole elementari, da adulto farà un mestiere che ad ora non esiste. Motivo che dovrebbe spingere i governi ad una riflessione di più ampio respiro, in termini di investimenti e risorse da destinare alle politiche attive.

Ma è opportuno ricordare ancora un aspetto. In Italia, nel 2017, la crescita del tasso di occupazione 15-64 anni ha riguardato tutti i titoli di studio, ma è stato più robusto per i laureati (+0,7 punti), ampliando così i già elevati divari tra i livelli di istruzione (dati Istat). Il tasso di occupazione, infatti, è passato dal 30,1% di chi possiede al massimo la licenza elementare al 78,3% per i laureati. Il vantaggio di chi ha raggiunto il livello di istruzione più elevato è stato osservato in tutte le fasce di età e in particolare tra i 45 e i 54 anni l’indicatore per i laureati supera il 90%. Solo per i giovani sotto ai 25 anni il tasso di occupazione è lievemente più alto tra i diplomati, per via dell’ingresso più tardivo nel mercato del lavoro di chi ha prolungato gli studi.

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17 dicembre 2018

«L’ascensore sociale è guasto?»

«L'Italia è ormai il paese dell'Unione europea con la più bassa quota di cittadini che affermano di aver raggiunto una condizione socio-economica migliore di quella dei genitori: il 23%, contro una media Ue del 30%, il 43% in Danimarca, il 41% in Svezia, il 33% in Germania. Il 96% delle persone con un basso titolo di studio e l'89% di quelle a basso reddito sono convinte che resteranno nella loro condizione attuale, ritenendo irrealistico poter diventare benestanti nel corso della propria vita». Non è tutto qui, naturalmente, ma c'è molto dell'Italia di oggi raccontata dal Censis nell'annuale rapporto sulla situazione sociale del paese. Da noi l'ascensore sociale sembra funzionare decisamente meno che da altre parti, anche se le cose pure altrove non sembrando andare a gonfie vele. Al punto che l'Ocse è arrivata di recente a chiedersi: «L'ascensore sociale è guasto?».

«La mobilità delle condizioni economiche tra generazioni», spiega una pubblicazione di qualche giorno fa della Banca d'Italia a cura di Luigi Cannari e Giovanni D’Alessio, «è una caratteristica fondamentale per una società. La possibilità di conseguire un miglioramento delle condizioni di vita costituisce un potente incentivo allo sviluppo delle proprie capacità, all’innovazione, all’impegno nel lavoro; ne trae beneficio non solo il singolo individuo, ma anche l’intera collettività, che può avvantaggiarsi di una più robusta crescita dell’economia». Il problema è che in Italia sta diventando sempre più complicato osservare potenziali criteri di uguaglianza, utili cioè a determinare il successo di un individuo. Anzi, negli ultimi anni sembra essersi rafforzata l'evidenza di una specifica dinamica: chi nasce in una famiglia ricca o molto benestante avrà maggiori opportunità nella vita; chi al contrario nasce povero, incontrerà molte più difficoltà a migliorare la propria condizione. Un problema, perché tale divario può allargare le differenze tra “cittadini di serie A” e “cittadini di serie B”, alimentando possibili tensioni sociali che già la crisi economica ha contribuito ad aumentare nel mondo. «Il successo economico di un individuo – ricordano inoltre i due ricercatori che hanno condotto lo studio – può essere ostacolato (o favorito) dall’esistenza di fattori che sfuggono al controllo delle persone (come per esempio il sesso, il luogo di nascita, l’etnia, l’istruzione e le condizioni economiche della famiglia di origine)».

Uno dei canali di trasmissioni delle condizioni di benessere dai genitori ai figli è l’istruzione. E incrociando dati e precedenti studi sul tema, si nota che un fattore dirimente «è rappresentato dalla differenziazione per indirizzi della scuola secondaria. Gli studenti si autoselezionano nelle diverse tipologie di istruzione secondaria (o nell’abbandono scolastico) sulla base dei risultati precedentemente conseguiti e della professione e del titolo di studio dei propri genitori. Tale meccanismo determina una segmentazione della popolazione di studenti (ad esempio tra licei e scuole professionali) fortemente correlata con le classi sociali di provenienza; la segmentazione si rafforza nel tempo attraverso il meccanismo del peer effect, secondo cui gli individui con caratteristiche simili condividono valori, aspirazioni e comportamenti e rafforzano dunque nei singoli individui le caratteristiche prevalenti del gruppo. Infine le famiglie agiate che usufruiscono di scuole private a pagamento tendono ad avvantaggiarsi di un ambiente esterno selezionato, per censo e per professione, con potenziali vantaggi nella loro carriera successiva».

Non si tratta di una caratteristica esclusiva dell'Italia, è solo che da noi si verifica di più. Secondo il rapporto Ocse, nei paesi dell’area il reddito medio del 10% più ricco è oltre nove volte quello del 10% più povero. Viene poi quantificato in quattro generazioni e mezzo (cinque in Italia) il lasso di tempo che occorre a chi nasce in famiglie più povere di pareggiare il livello medio del reddito nel proprio paese. Favorire l'istruzione (contrastando l'abbandono scolastico), sostenere il reddito e l'inclusività nel mercato del lavoro attraverso l'ausilio di adeguate politiche attive sono, non a caso, le raccomandazioni ai governi dell'Organizzazione di Parigi.

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15 novembre 2018

Brexit: una bozza di accordo c’è, ma il prezzo è alto

La premier britannica Theresa May ha annunciato che il governo ha dato il via libera alla bozza di accordo tecnico sulla Brexit. Tutto bene quel che finisce bene? Non sembra essere così. Tanto per cominciare qualche ora dopo l'annuncio si è dimesso il ministro per la Brexit, Dominic Raab, il quale ha motivato così la sua decisione: «Oggi mi sono dimesso da segretario per la Brexit. Non posso in buona coscienza sostenere i termini proposti per il nostro accordo con l'UE». Il suo pensiero sintetizza quello di molti, all'interno dello stesso esecutivo May e del partito conservatore. Tanto che la partita sembra ancora in salita: in Parlamento il voto è tutt'altro che scontato (gli unionisti nordirlandesi del Dup, fondamentali per la maggioranza, potrebbero decidere di abbandonare May al proprio destino), non si esclude che i Tories – su spinta dei più intransigenti sull'uscita del Regno Unito dall'UE – possano presentare una mozione di sfiducia ai danni di Theresa May. Intanto hanno lasciato pure la ministra del Lavoro, Esther McVey, il sottosegretario britannico per l'Irlanda del Nord, Shailesh Vara, la sottosegretaria per la Brexit, Suella Braverman.

Ma in cosa consiste l'intesa raggiunta qualche giorno fa con Bruxelles, su cui la premier May è riuscita a ottenere una prima, soffertissima, vittoria? In soldoni, l'accordo prevede una serie di misure e cooperazioni su questioni chiave quali partnership economica e commerciale (verrà creata ua zona di libero commercio, senza dazi o restrizioni particolari), mobilità (procedure condivise per l'entrata e il soggiorno temporaneo), servizi finanziari, trasporti, energia, sicurezza e politica estera, tutti temi su cui, pur in un contesto di collaborazione reciproca, entrambe le parti manterranno il proprio grado di autonomia. Soprattutto, la bozza prevede l'assenza di frontiere fisiche con l'Irlanda del Nord (ma sul punto, è stata la critica di Vara, mancherebbero le dovute garanzie), il nodo che aveva ingarbugliato i negoziati nelle ultime settimane, più un periodo di transizione di 21 mesi a partire dal 29 marzo 2019, data in cui avverrà il divorzio vero e proprio. Ma non è abbastanza, a quanto pare. Al punto che il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha ammesso di non condividere l'entusiasmo di Theresa May, confermando però il vertice straordinario del 25 novembre che ratificherà l'accordo sulla Brexit.

Insomma, quello che accadrà in futuro – da un punto di vista politico ed economico, ma non solo: addirittura la Premier League potrebbe subire conseguenze particolari – potremo verificarlo già a breve, nel frattempo possiamo osservare cosa ha significato il processo di uscita del Regno Unito dall'UE: tanta confusione, ma non enormi ripercussioni (negative) sull'economia a dispetto dei tanti report che appena prima e subito dopo il referendum del giugno 2016 facevano presagire scenari nefasti. Ad esempio, secondo i dati dell'Ufficio nazionale di statistica nel terzo trimestre il Pil è cresciuto e i consumi hanno registrato valori massimi dal 2016. In più a settembre il tasso di disoccupazione è aumentato al 4,1%, mantenendosi tuttavia su livelli relativamente bassi e di poco superiori al 4% registrato nei tre mesi precedenti. Il dato si confronta con il 4% dei tre mesi precedenti e atteso dagli analisti. Nel trimestre luglio-settembre 2018, il totale dei disoccupati è aumentato di 23 mila unità, arrivando a un totale di 1,38 milioni, mentre gli occupati sono 32,41 milioni. Il tasso di crescita dei salari medi, invece, ha mostrato una crescita del 3,2%, meglio delle attese.

I timori, nel medio periodo, sono tuttavia politici ancor prima che economici. E tutto dipenderà dalla tenuta di Theresa May, se riuscirà a superare tutti gli ostacoli che si frappongono tra lei e il divorzio di Londra da Bruxelles. La prospettiva di un voto anticipato (stavolta non escludendo la vittoria del Labour di Jeremy Corbyn, che ritiene l'intesa raggiunta con l'UE addirittura dannosa), dunque la prospettiva di una hard brexit o addirittura di un'uscita senza accordo è lo scenario che più spaventa le banche e gli operatori finanziari. E non a caso, dopo le dimissioni a raffica dei ministri britannici, la sterlina è andata giù.

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7 novembre 2018

Volti nuovi e prime volte, l’America dopo il voto di midterm

Come da pronostico: la Camera va ai democratici, il Senato resta ai repubblicani (che riescono a rafforzare la maggioranza). Nelle versione sintetica di quello che è l'esito delle elezioni midterm di martedì 6 novembre emerge un'America spaccata, praticamente divisa in elettori pro e anti-Trump (molti osservatori, già alla vigilia, avevano definito questo voto un referendum sul presidente in carica, specialmente sulle questioni domestiche), con un certo grado di polarizzazione, considerate le storie e le idee politiche dei nuovi eletti, da una parte e dall'altra. Affluenza record, ma "l'onda blu" che qualcuno aveva ipotizzato nelle scorse settimane (blu è il colore del Partito democratico) è stata molto più contenuta rispetto alle attese. Dato importante: sarà il Congresso più al femminile della storia statunitense, tante sono le rappresentanti elette soprattutto tra i democratici. La prima reazione del presidente Donald Trump si è consumata con toni trionfalistici: «Un successo». Dal suo punto di vista mantenere il Senato a maggioranza repubblicana può essere definita una vittoria, anche personale, per una lunga serie di ragioni. Va ricordato che in palio c'erano i 435 seggi alla Camera (qui il mandato è biennale) e 33 – più due elezioni suppletive, che fanno 35 – dei 100 seggi al Senato, dove il mandato dura invece sei anni. Per il Senato si è votato in alcuni degli Stati che avevano visto il presidente avere la meglio su Hillary Clinton già nel 2016, dunque il voto di martedì conferma che il trumpismo ha ancora presa in quella che potremmo ormai considerare la sua base elettorale di riferimento. Due piacevoli sorprese per lui, poi, sono arrivate da due Stati importanti quali la Florida e l'Indiana (che analizzeremo tra poco). Un altro aspetto che farà sentire Trump al sicuro è che il Senato sarà in grado di bloccare qualsiasi, eventuale iniziativa democratica alla Camera allo scopo di indebolire l'inquilino della Casa Bianca, a partire dalla procedura di impeachment – gesto politico slegato dalle inchieste giudiziarie, come quella che sta conducendo il procuratore Mueller sul Russiagate – che i deputati possono far scattare con un voto a maggioranza semplice e di cui si è parlato durante la campagna elettorale. Nell'altro ramo del Congresso, però, servono appunto i due terzi per condannarlo, il che complicherebbe non poco i piani se verranno messi in pratica. È vero che la Camera, adesso, potrà condizionare la politica interna dell'amministrazione, ma è al Senato, ad esempio, che resta il controllo sulle nomine per determinate cariche, mentre in politica estera il presidente ha carta bianca (o quasi). Ed è qui, verosimilmente, che da oggi si concentrerà l'operato di Trump (comprese le prossime scelte sulle politiche commerciali).

I CASI INDIANA E FLORIDA

In Indiana ha vinto il repubblicano Mike Brown ai danni del senatore democratico in cerca di conferme Joe Donelly, per il quale pochi giorni fa si era speso in prima persona l'ex presidente Barack Obama. Donnelly viene considerato un personaggio ambiguo, in linea con Trump su alcune questioni (immigrazione su tutte), ma sostenitore dell'Obamacare. Cosa è accaduto? Secondo i primi exit poll della CNN, rispetto al 2012, a “tradire” i democratici e nello specifico Donnelly sono stati gli uomini, quelli non laureati e che guadagnano al di sotto dei 50 mila dollari. In Florida il governatore uscente Rick Scott, stavolta in corsa per il Senato, ha battuto il democratico Bill Nelson, nonostante quest'ultimo fosse leggermente favorito, essendo stato eletto sei anni fa con il 55% dei voti. Nelson ha perso consensi tra gli over 45, in maggioranza uomini bianchi non laureati. Sempre in Florida era molto interessante la sfida tra aspiranti governatori. Il favorito, sondaggi alla mano, Andrew Gillum (sindaco afroamericano di Tallahassee), ha perso per una manciata di voti contro il repubblicano emulo di Trump nonché ex rappresentante alla Camera, Ron DeSantis. Due esiti – le vittorie di Scott e DeSantis in quello che da sempre viene considerato uno Stato in bilico – che devono suonare come un campanello d'allarme per i democratici in vista delle presidenziali 2020.

ALTRI CASI, IN ORDINE SPARSO

Prosegue la “fiaba” di Alexandria Ocasio-Cortes, la 29enne di origini portoricane nata nel Bronx, già sostenitrice di Bernie Sanders, capace di battere alle primarie del 14esimo distretto di New York un politico esperto e molto influente nel Partito democratico come Joe Crowley. È la più giovane deputata di sempre, la sua vittoria non stupisce, ma è comunque una notizia (anche perché è andata decisamente meglio di quanto ottenuto da Crowley in precedenza). Rashida Tlaib, eletta in Michigan con i democratici, è invece la prima deputata musulmana. Sharice Davids, in Kansas, è la prima rappresentante alla Camera appartenente a una tribù di nativi americani (anche lei democratica). Al contrario, in Texas (un feudo repubblicano a partire dagli anni '80), Beto O'Rourke, astro nascente democratico, non è riuscito a imporsi su Ted Cruz nella corsa al Senato, nonostante l'endorsement dell'ultimo minuto di una star quale Beyoncé (che ricordiamo essere di Houston). O'Rourke ha perso di poco, la sua campagna ha avuto una vastissima copertura mediatica e molti già lo ritengono un possibile candidato alle presidenziali del 2020. Tutto secondo copione anche negli Stati presi a riferimento per le particolari storie delle candidate governatrici: Lupe Valdez in Texas non è riuscita a strappare la carica all'uscente Gregg Abbott, nel Vermont – dove Bernie Sanders si conferma senatore, ma con un consenso leggermente inferiore – niente da fare per Christine Hallquist (sarebbe stata la prima transgender a guidare uno Stato americano), mentre in Georgia il nuovo governatore è Brian Kemp, che ha superato di poco la candidata afroamericana Stacey Abrams sulla quale in tanti avevano riposto fiducia sebbene i sondaggi non le siano sempre stati favorevoli. In Georgia, però, non sono mancate le polemiche per via di presunte procedure scorrette (ne abbiamo parlato qui e qui) emerse nei giorni che hanno anticipato il voto. Eletto in Colorado il primo candidato (dem) apertamente gay a ricoprire l'incarico di governatore, Jared Polis.

LA SOCIOLOGIA DEL VOTO, IN BREVE

In conclusione non è facile stabilire con assoluta certezza chi, tra i democratici e i repubblicani, ha vinto la contesa elettorale. Ad ogni modo per farsi un'idea del sentiment americano, la sociologia del voto può venire in soccorso. Si era detto che gli elettori più giovani – di solito poco propensi a partecipare al voto di metà mandato – potessero essere l'ago della bilancia. Lo sono stati, invece, in un modo non particolarmente influente. Fatto sta, però, che a livello nazionale il 16% degli elettori che martedì ha votato per la prima volta alle midterm, si è espresso nel 61% dei casi a favore dei democratici e solo nel 36% per i repubblicani (exit poll di NBC News). Stando agli exit poll della CNN, la trama del paese diviso a metà si spiega anche con il grado di approvazione nei confronti di Trump. Si passa dal valore più basso (33% in California, dove non a caso il nuovo governatore è Gavin Newsom, uno che ha promesso opposizione massiccia al presidente) alla media nazionale (44%) per arrivare al valore più alto, che si attesta al 63% nel West Virginia. Secondo il sondaggio misure come la riforma fiscale o la rinegoziazione del nuovo Nafta non hanno avuto un impatto significativo sulle finanze personali o nell'economia dell'area in cui si risiede per molti degli intervistati. In materia d'immigrazione, le opinioni sono parecchio contrastanti: la metà ritiene le politiche dell'amministrazione troppo severe, circa un terzo le reputa giuste, il 15% pensa che non siano abbastanza dure.

E ADESSO?

Per un presidente perdere la Camera (se non l'intero Congresso) a metà mandato è, spesso, fisiologico. Adesso ci attendono due anni di permanent campaign, anche più di quanto rilevato nella prima parte di presidenza Trump. La Camera a maggioranza democratica potrà frenare molte delle iniziative del presidente, il quale a sua volta potrà compattare la base elettorale proprio in virtù di questo, chiedendo da subito di rafforzare la sua posizione nel 2020. Uno scossone, reale, potrebbe giungere semmai dall'inchiesta del procuratore Mueller, ma è tutto ancora da verificare. Le elezioni midterm rappresentano una fotografia del momento, ma non necessariamente un'anticipazione di quello che potrà accadere alle successive presidenziali, dunque attenzione ad affrettare le conclusioni. La curiosità, a partire da oggi, sarà osservare le prossime mosse di Trump in politica estera. Il recente ripristino delle sanzioni economiche all'Iran è solo un assaggio.

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