11 maggio 2017

Lavoro: perché la ripresa è ancora lenta

Nel mese di marzo, secondo l'Eurostat (l'ufficio statistico dell'UE), il tasso di disoccupazione nell'Eurozona si è attestato al 9,5%, ai minimi da diversi anni, stabile sul mese precedente e in calo dal 10,2% dello stesso periodo del 2016. Un trend positivo, insomma, in linea con la risalita economica cui abbiamo iniziato ad assistere da qualche tempo. Tuttavia le cifre potrebbero essere molto più elevate, se considerassimo altre variabili all'interno del mercato del lavoro.
A farlo notare è la Banca centrale europea, nell'ultimo bollettino economico. Secondo la definizione dell'Organizzazione internazionale del lavoro, su cui si basa il tasso di disoccupazione dell'area euro – osserva la BCE – viene considerato disoccupato chi è senza lavoro; è disponibile ad iniziare a lavorare entro le due settimane; è alla ricerca attiva di un impiego. In altre parole: nella platea allargata dei senza lavoro non è detto che tutti soddisfino i criteri di riferimento e soprattutto le rilevazioni non tengono conto della sotto-occupazione, tra i principali motivi per cui non si registra un aumento dei salari.
Ad esempio l'istituto di Francoforte rileva nell'Eurozona un 3,5% della popolazione in età da lavoro che è inattivo, in molti casi perché “scoraggiato”, nella convinzione che sia impossibile al momento trovare un posto (alimentando la cosiddetta “zona grigia dell’inattività”, in cui confluiscono gli inattivi che in verità, a determinate condizioni, potrebbero risultare impiegabili). Per quanto riguarda i lavoratori che possono essere definiti “sotto-occupati”, questi ultimi rappresentano il 3% di chi ha un impiego: vorrebbero lavorare più ore, ma non viene loro concesso. Attualmente, secondo le stime della BCE, sono circa 7 milioni le persone costrette a tale condizione (l'aumento, dall'inizio della crisi, sarebbe più o meno di un milione di unità). In questo modo le misure più ampie di disoccupazione, combinando cioè le stime dei disoccupati e quelle dei sotto-occupati (tra precari e part-time involontari), suggeriscono che la porzione più svantaggiata comprende il 18% della forza lavoro nell'area della moneta unica, quasi il doppio del calcolo dell'Eurostat.
Analogamente in Italia, nella valutazione macroeconomica del disagio sociale elaborata da Confcommercio (il Misery Index), si osserva l'andamento della disoccupazione estesa, vale a dire l'area dei disoccupati, dei cassaintegrati e degli scoraggiati. A marzo 2017 il tasso di disoccupazione è aumentato all'11,7%, con il numero di disoccupati in rialzo di 41 mila unità sul mese e di 86 mila rispetto ad un anno fa. La disoccupazione estesa, dice Confcommercio, si attesta nello stesso mese al 14,4%, “sintesi di un incremento della componente ufficiale e di una riduzione di quella relativa alla CIG e agli scoraggiati”.

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5 maggio 2017

Presidenziali Francia. Macron-Le Pen alla prova del voto

Che sarebbero state due settimane più complicate del previsto, Emmanuel Macron lo ha capito pochi giorni dopo il primo turno delle presidenziali, quando la rivale Marine Le Pen, in vista del ballottaggio del 7 maggio, si è presentata davanti alla sede di uno stabilimento Whirpool, ad Amiens, per incontrare i dipendenti – a rischio posto di lavoro – dell'azienda americana, che trasferirà nel 2018 la produzione in Polonia. Amiens è la città natale di Macron, leader di En Marche! e candidato centrista all'Eliseo. Lo stesso giorno era in città, ma lontano dalla fabbrica, a parlare in altra sede con le sigle sindacali. Le Pen, invece, era tra la gente, era con il popolo che lei – la sera del 23 aprile – ha promesso di “liberare”. Tutto a favore di telecamere, offuscando l'immagine di Macron a casa. Per di più accolto dai fischi, una volta raggiunto – a quel punto un atto dovuto – lo stabilimento della Whirpool. Quanto accaduto ad Amiens è stato motivo di discussione serrata tra i due – accuse e insulti reciproci, con tanto di insinuazioni e relative denunce – durante il dibattito televisivo a pochi giorni dal voto.

DUE DIVERSE VISIONI DELLA FRANCIA
Macron e Le Pen hanno pochi punti in comune. Entrambi hanno contribuito al tracollo delle forze politiche tradizionali francesi, anche se François Fillon (il candidato dei Repubblicani) dirà che la colpa, piuttosto, è stata della gogna mediatica cui è stato sottoposto durante la campagna elettorale per via di alcuni (presunti) scandali politici che hanno visto protagonisti lui e la moglie. Benoît Hamon, dal canto suo, potrebbe rispondere che di più non poteva proprio fare, che i socialisti hanno pagato a caro prezzo l'impopolarità del presidente uscente, Hollande. Nel mezzo Jean-Luc Mélenchon – il più a sinistra tra i principali pretendenti all'Eliseo – che, da candidato indipendente, ha compiuto un mezzo miracolo, ottenendo al primo turno un risultato pressoché simile a quello di Fillon. Resta il fatto, però, che per la prima nella storia recente né un candidato socialista né uno gollista sono in lizza per diventare il nuovo presidente della Repubblica francese. Per il resto, tra Macron e Le Pen, la distanza è siderale. I due rivali politici vogliono cambiare innanzitutto l'Europa: da una prospettiva fortemente europeista il primo (Macron è favorevole ad una maggiore integrazione attraverso l'istituzione di un ministro dell'Economia dell'Eurozona) proponendo un referendum che sancisca l'uscita dall'UE la seconda (uno scenario che, al confronto, farebbe presto dimenticare il capitolo Brexit chiamando in causa la moneta unica, seppure si è ammesso negli ultimi giorni di campagna che la discussione sull'euro potrà durare parecchio tempo prima di arrivare ad un accordo sulla libertà per ogni paese di gestire la propria valuta). Le Pen vuole rafforzare il controllo dei flussi migratori, possibilmente abolendo i trattati di Schengen; Macron, pur non negando l'esigenza di una migliore gestione dei flussi, mantiene in materia una posizione più morbida. Le Pen darebbe vita ad una serie di politiche protezioniste; Macron certamente non è contrario agli accordi commerciali internazionali. Su un aspetto, però, Macron potrebbe sembrare quasi d'accordo con Le Pen: senza una serie di riforme ormai necessarie nell'UE il pericolo “Frexit” non sarebbe affatto un'ipotesi peregrina, perché – ha detto alla BBC – «dobbiamo affrontare la situazione, ascoltare il nostro popolo, capire che è arrabbiato e impaziente, che le disfunzioni dell'UE non sono più sostenibili».

IL DIBATTITO TELEVISIVO DEL 3 MAGGIO
Tutte le divergenze sono emerse, se possibile in maniera più evidente, durante il dibattito televisivo del 3 maggio (che secondo le prime rilevazioni al termine del duello tv, il pubblico ha premiato in maggioranza Macron). In circa due ore e mezzo i due contendenti si sono rinfacciati qualsiasi tipo di accusa: "Candidato della globalizzazione selvaggia" o "dei poteri forti", Macron; "una bugiarda che non sa proporre nulla", Le Pen. Tra i principali temi trattati l'economia, l'euro e il terrorismo. Sull'economia, come era prevedibile, Macron è apparso più preparato. E pure sulla questione terrorismo, tema inevitabilmente molto sentito in Francia, i due non si sono esclusi colpi bassi.

L'ECONOMIA FRANCESE
La Francia, che resta la seconda economia europea, ha subìto un drastico rallentamento negli anni della crisi. Nel primo trimestre del 2017, stando alla stima preliminare diffusa dall'Istituto statistico nazionale francese (INSEE), il PIL è cresciuto dello 0,3%, ad un ritmo inferiore rispetto allo 0,5% dell'ultimo periodo del 2016. Si tratta di un dato ancora al di sotto delle attese degli analisti cui hanno contribuito la stagnazione dei consumi privati (+0,1%) e il trend negativo dell'export (-0,7%), a fronte però di un aumento degli investimenti (+0,9%). Il tasso di disoccupazione a marzo 2017 si è attestato al 10,1%, su valore stabili (nell'Eurozona la quota di chi è in cerca di lavoro è al 9,5%). Si è molto discusso in campagna elettorale della controversa riforma del lavoro, di cui Macron – da ministro dell'Economia – è stato fervente sostenitore. Il candidato centrista ha annunciato che non intende ritirarla in caso di elezione, come invece gli ha chiesto Mélenchon (condizione necessaria per appoggiare la sua corsa). Anzi: se da un lato Le Pen conta di penalizzare con più tasse le aziende che delocalizzano, dall'altro Macron rilancia e non fa mistero di voler estendere la riforma del lavoro che nel 2015 tanto scompiglio ha creato, tra manifestazioni sparse per il paese e proteste. Macron vuole più flessibilità – dalla possibilità per gli imprenditori di licenziare più agevolmente agli orari di lavoro (si pensi all'annosa questione del regime a 35 ore settimanali) –, tuttavia evitando gli eccessi come l'abuso di contratti a termine nelle aziende.

LA LEZIONE STATUNITENSE E I SONDAGGI
A Parigi, Marine Le Pen è andata molto male al primo turno delle presidenziali francesi. Un po' come Donald Trump a New York, o in California – stato generalmente di estrazione liberal. Tutti i candidati sconfitti al primo turno si sono schierati per Macron – fatta eccezione per Mélenchon: circa due terzi dei suoi elettori il 7 maggio non sosterranno il candidato moderato –, compresi l'ex presidente Sarkozy e quello uscente Hollande. Alla stregua di quanto avvenuto negli Stati Uniti lo scorso anno quando molti, anche tra le file repubblicane, hanno preferito sostenere Hillary Clinton anziché l'attuale inquilino della Casa Bianca. In compenso Le Pen ha un bacino elettorale esteso in provincia e nel Nord del paese, dove la crisi economica e la “concorrenza” dei lavoratori stranieri si sono fatti sentire di più. I sondaggi continuano a premiare Macron di molti punti percentuali (secondo alcune rilevazioni addirittura 20), sebbene la leader del Front National – di cui però ha lasciato temporaneamente la presidenza e annunciato l'accordo elettorale con il sovranista Nicolas Dupont-Aignan, fondatore di Debout la France, il quale verrà nominato primo ministro in caso di ingresso all'Eliseo – è riuscita a recuperare terreno negli ultimi giorni. Dopo aver fatto visita ad Amiens agli operai della fabbrica Whirpool, Le Pen è andata a convincere i pescatori nel Mediterraneo francese mostrandosi di nuovo al fianco del popolo contro Macron, definito per l'occasione “il candidato dell'oligarchia”. E c'è da scommettere che in questo senso l'accusa di aver copiato, parola per parola, un discorso di Fillon di poche settimane prima (Le Pen parlava a Villepinte il primo maggio) non avrà ripercussioni gravi sulla sua campagna.

CHI VOTA IL FRONT NATIONAL (SECONDO IL PEW RESEARCH CENTER)
Il Pew Research Center ha rispolverato pochi giorni fa uno studio in verità datato (è del 2016), ma che fotografa in modo inequivocabile l'identikit dei sostenitori del Front National. Tanto per cominciare il supporto al partito di Le Pen si avverte soprattutto tra gli uomini, i meno istruiti e la porzione di elettorato cattolica. Sono persone che non nascondono la propria avversità nei riguardi dei musulmani (la Francia è stato il paese europeo più martoriato dal terrorismo di matrice islamica tra il 2015 e il 2016), preoccupate inoltre che i rifugiati possano avere un impatto negativo sulle loro vite. Infine gli elettori del Front National sono alquanto scettici riguardo la globalizzazione e tra i meno, o per nulla, entusiasti dell'Unione europea. Sembra di stare a rileggere le analisi alla vigilia delle presidenziali statunitensi, solo in salsa francese. Quello che è certo – al di là, cioè, dei favori dei pronostici per Macron – è che mai come ora il consenso è frammentato in una dimensione dicotomica: due visioni opposte di Francia, due visioni opposte di Europa. Al ballottaggio del 7 maggio i cittadini francesi decideranno quale delle due strade percorrere, se riformare l'UE dall'interno – ultima chiamata, con ogni probabilità – o azzardare un processo di cambiamento molto più radicale.

OLTRE IL BALLOTTAGGIO
Quanto promesso da Le Pen e Macron – a seconda di chi vincerà e delle aspettative dei propri sostenitori - rischia di non "uscire" dai rispettivi libri dei sogni. Perché, conseguenza dell'anomalia di queste presidenziali 2017, il voto più importante in Francia non sarà quello imminente del 7 maggio, bensì quello dell'11 e del 18 giugno quando i cittadini verranno richiamati alle urne per rinnovare l'Assemblea nazionale (dove il governo ha bisogno di una maggioranza). Il sistema politico francese, infatti, non prevede scenari lineari quando si verificano casi eccezionali, cioè che mettano ai margini le forze politiche tradizionali (storicamente la Francia è un paese dalla cultura politica alquanto polarizzata). In altri termini il futuro presidente correrà il pericolo di non avere una maggioranza certa che lo sostenga, con buona pace delle intenzioni e degli impegni presi in campagna elettorale. Le alternative ci sarebbero, ma restano ipotesi di difficile realizzazione (molto più se all'Eliseo dovesse andare Le Pen): o la coabitazione, con un presidente che adempie alle sue funzioni (in particolare in politica estera) e un governo attento alle faccende di casa, oppure una grande coalizione che però è difficile oggi immaginare in ottica di accordi e poltrone da assegnare. La terza via – nel peggiore degli scenari – è il voto anticipato, ma allora il rischio sarebbe la paralisi politica e amministrativa. Macron, da annunciato vincitore, mira all'effetto traino alle legislative di giugno. Ma se così non sarà e dovendo tessere rapporti e stringere alleanze con tutti i se e i ma necessari, riuscirà a mantenere le promesse fatte in queste settimane?

(anche su T-Mag)

7 aprile 2017

«Industria 4.0? Prima riorganizziamo il lavoro e il welfare»

La “quarta rivoluzione industriale”? Precisiamo: «Oggi in Italia ci sono tratti di prima, seconda, terza e quarta rivoluzione industriale che convivono». Parlare di Industria 4.0 e automazione dei processi produttivi significa parlare dunque di tante altre cose, prima: distribuzione della ricchezza, welfare adeguato per chi perderà il lavoro a causa dell'ingresso dei robot nelle fabbriche o negli uffici, formazione per quanti l'impiego riusciranno a mantenerlo. In sintesi governare un processo che non possiamo prevedere in quanto tempo si compirà. «Si tratta – spiega a T-Mag Giancarlo Pelucchi, responsabile Formazione e componente del Progetto Lavoro 4.0 della Cgil – di affrontare una riorganizzazione che non riguardi solo l'introduzione di nuove tecnologie, ma anche un cambiamento radicale nel mondo del lavoro e nella gestione dei flussi, con le conseguenze che tutto questo avrà inevitabilmente sulle persone». Ad esempio – sostiene Pelucchi – non è tassando il lavoro svolto dai robot (come suggerito di recente da Bill Gates) che si potranno sciogliere tutti i nodi.

Anche in Italia si comincia a parlare di Industria 4.0...
Industria 4.0 è però un termine importato su cui non c'è unanimità di lettura e interpretazione. Anche nel campo della ricerca viene declinato in modi differenti. Dal nostro punto di vista, della Cgil, siamo attenti all'impatto che avrà sull'occupazione e non solo la porzione “mangiata” dai robot. In ballo c'è una somma di fattori, uno dei quali è il periodo di crisi da cui forse siamo usciti, o forse no, che intanto ha tagliato tantissimi posti di lavoro, molto più dei robot. A seguito di una lunga crisi economica ed essendo questo un periodo di grandi rivolgimenti globali, gli scenari non sono prevedibili. Si tratta allora di affrontare una riorganizzazione che non riguardi solo l'introduzione di nuove tecnologie, ma metta insieme il cambiamento radicale nel mondo del lavoro, la gestione dei flussi e le conseguenze che tutto questo avrà inevitabilmente sulle persone: quelle che verranno sostituite dai robot, ma anche per quelle che resteranno a svolgere le proprie mansioni e per le quali tuttavia cambierà il modo di lavorare. Quindi sarà importante ragionare sulle competenze e sugli strumenti per evitare ulteriori tagli.

La ricetta, insomma, sarebbe anticipare il definitivo sviluppo della “quarta rivoluzione industriale”.
Anche in questo caso è doveroso precisare. Per quanto riguarda il nostro paese, si rilevano tratti di prima, seconda, terza e quarta rivoluzione industriale che convivono. E – paradossalmente – anche un ritorno diffuso di lavori di tipo schiavistico, non solo nelle campagne, ma spesso anche nei servizi e in pezzi dell'industria. Quindi non sappiamo se è veramente in atto una “quarta rivoluzione industriale”, quello che interessa capire è il processo di cambiamento e soprattutto – sempre dal punto di vista del sindacato – come agire per influire su quei cambiamenti.

E qual è l'approccio della Cgil al tema?
Non è di catastrofismo, ma neanche di ottimismo tecnologico. Quando ci dicono che cambierà tutto con la rivoluzione di Industria 4.0 – in verità siamo scettici anche sull'utilizzo del termine “rivoluzione”, perché è un'espressione seria, da utilizzare con cautela – nutriamo una certa diffidenza. Per questo abbiamo avviato un lavoro di analisi, ricerca e formazione dedicata. Ci interessa misurare cosa accadrà, da qui al 2030 ad esempio, e immaginare cosa potrebbe succedere grazie alla nostra azione organizzata di sindacato, un soggetto che rappresenta i punti di vista e gli interessi di chi lavora. Questo vale sia per quelli che verranno espulsi dai cicli produttivi, sia per quelli che resteranno a lavorare. Si prevede un considerevole aumento della produttività, seppure differente da settore a settore. Come verrà distribuito tale incremento di produttività? Si pone una domanda di redistribuzione, che dovrà riguardare tutte le dimensioni: la dimensione del reddito – a partire dalla dimensione del salario –, i tempi utilizzati per produrre e i saperi. I cambiamenti nelle attività avranno un impatto anche sui tempi e quindi sulla salute delle persone, ma soprattutto sui saperi.

Vale a dire?
Noi stiamo registrando enormi cambiamenti nei vari settori, nell'industria, nei servizi, nella pubblica amministrazione, ma non sempre riguardano tutti i luoghi di lavoro. Dove si osservano, però, sono sensibili, anche se non comprendono l'intero insieme dei lavoratori. Noi riteniamo che in questa fase ci sia da fare un ragionamento di alfabetizzazione, non solo digitale, in particolare per coloro che devono trovare un nuovo impiego. La promessa è stata: “Arrivano i robot, sostituiscono un po' di persone, ma ne verranno assunte molte di più perché genereranno nuovo lavoro”. È una promessa che sentiamo tante volte quando c'è un'innovazione, che viene brandita per evitare conflitti. Siccome non è una promessa del tutto priva di fondamento noi chiediamo che venga tradotta in un programma, come peraltro abbiamo chiesto unitariamente al governo. Di fronte ad un progetto si convocano le parti sociali, si illustra il passaggio e come si intende procedere dato che non può essere fatto con gli strumenti del passato. Se sono vere le premesse di Industria 4.0, cambia il lavoro, ma deve cambiare anche il welfare.

A cominciare dalla formazione, suppongo...
In Italia abbiamo un importante precedente quando negli anni '70, dopo una grande stagione di contrattazione, furono concordate le 150 ore, retribuite dalle imprese per permettere ai lavoratori di crescere di livello di studio e di certificazione delle competenze. La misura interessò migliaia di persone che erano emigrate dal Sud al Nord per andare in fabbrica e che grazie alle 150 ore erano riuscite a portare a casa il diploma della scuola elementare o della scuola media. Il tema del welfare-formazione può essere, anche oggi, costruito attraverso un mix di intervento dello Stato – leggi, finanziamenti del MIUR – e con la contrattazione. Un caso interessante è il recente accordo unitario dei metalmeccanici che introduce del tempo destinato alla formazione dei lavoratori: una quantità a nostro avviso ancora insufficiente, ma è un primo passo importante. All'epoca, negli anni '70, si trattava di alfabetizzazione, oggi di alfabetizzazione digitale. Una parte di questa attività deve essere svolta anche nelle relazioni tra le parti sociali e lo Stato, con l'ausilio di strumenti che possono essere contrattuali o fondi interprofessionali che servano a far crescere il livello del lavoratore e a certificare l'avvenuto progresso. Ma spesso le imprese sono contrarie alla certificazione, perché se si assumono delle persone per fare un certo tipo di lavoro, e dopo un percorso formativo queste ottengono un bagaglio di conoscenze e competenze superiore, è naturale chiedere che venga adeguato il loro riconoscimento nell'inquadramento.

Allargando l'orizzonte, quali altri aspetti dovrebbero essere migliorati in termini di welfare?
Il cambiamento non può essere solo “tagliare”. Si succedono i governi, cambiano le retoriche, ma la sostanza è che il welfare viene tagliato: un pezzettino di sanità alla volta, un pezzettino di sostegno al reddito alla volta. Non c'è stata una misura efficace che sia durata più di sei mesi, ma Industria 4.0 obbliga ad abbandonare questa strada. I cambiamenti non avverranno con un meccanismo on-off, non è che a una certa data l'industria da 3.0 diventerà 4.0. Non esiste un processo al mondo in cui il passaggio sia automatico, potrebbero servire dieci, quindici, o vent'anni. Allo stesso tempo, però, i cambiamenti sono continui, non è più come durante il fordismo: a maggior ragione gli strumenti dovranno essere semplici, certi e duraturi.

Comincia a diffondersi il welfare aziendale...
Vero, ma sono anni, da prima ancora che si cominciasse a parlare di Industria 4.0, che il sindacato contratta in Italia – come in tutta Europa – forme integrative sia di pensione che di sanità. In questo modo i dipendenti di alcune categorie – spesso sono fondi nazionali, altre volte sono fondi aziendali – hanno un “di più” sulle pensioni o sulla sanità. In realtà non sono strumenti particolarmente nuovi, ma rodati, che funzionano. Tuttavia, essendo una previdenza integrativa, o una sanità integrativa, non possono essere sostitutive di quelle pubbliche. Nella cultura del sindacato europeo, e di quello italiano in particolare, non ci si è limitati a occuparci dei diritti e delle tutele delle persone nei luoghi di lavoro, ma nella società. Ci deve essere quel “di più” che può essere sostenuto dalle imprese o nei contratti nazionali, ma non si può lasciare il welfare integrativo solo alle aziende, che in Italia sono perlopiù di piccole e piccolissime dimensioni. Significherebbe aprire al mercato delle polizze private che sono – rispetto ai percorsi integrativi basati sui numeri delle grandi imprese – piuttosto penalizzanti. Non bisogna perciò abbandonare l'idea che alcune cose, quando devono essere integrative appunto, si possono ottenere anche nei contratti nazionali perché ciò permetterebbe al lavoratore di un settore, qualsiasi sia la dimensione dell'impresa, di avere un beneficio dovuto all'economia di scala e alla natura mutualistica del welfare contrattato.

Tornando ai robot, Bill Gates ha proposto di tassare il lavoro delle macchine.
L'argomento delle tasse è sempre un argomento spinoso, in Italia soprattutto. La via fiscale non è necessariamente quella più efficace e comunque non può limitarsi al ragionamento sui robot.

In molti, però, ci hanno visto una possibile apertura al reddito di cittadinanza...
Non siamo contrari all'ipotesi, ma va pure detto che il reddito di cittadinanza non muta una virgola dei rapporti di forza tra i possessori di capitali e chi lavora, dipendenti, precari, autonomi, autonomi indotti. Bill Gates, ad esempio, è uno degli uomini più ricchi del mondo, ma è anche uno di quelli che impiega meno persone rispetto ad altre grandi imprese. Si è interrotto, da almeno 30 anni, il meccanismo per cui i grandi possessori di capitali sono grandi datori di lavoro, non solo a causa della finanziarizzazione dell'economia, ma per la composizione organica del capitale: i ricchi non sono più coloro che danno lavoro. Più della tassa sui robot, ci interesserebbe una tassa sui capitali, la progressività della tassazione, non le tasse flat. Un ragionamento che tenga conto, insomma, degli stock di capitali oltre ai flussi. Ci poniamo, come sindacato, il problema di come tentare di pareggiare i poteri contrattuali tra chi lavora e chi fa l'imprenditore. Per definizione il singolo imprenditore è più forte del singolo lavoratore: in qualche modo il rapporto va riequilibrato, molto più in una fase di transizione come questa. Può essere utile un discorso sul reddito di cittadinanza, ma non l'unico. Coloro che lavorano nelle imprese magari vorrebbero prima vedere aumentare il loro reddito da lavoro...

(anche su T-Mag)

31 marzo 2017

Dal fintech allo smart working, il modello Soisy

Due anni fa le società fintech individuate da Startupitalia nel nostro paese erano 115 – nel frattempo il numero potrebbe essere lievitato –, con investimenti nel settore pari a 33,6 milioni di euro, un valore quadruplicato rispetto al 2014. A livello globale, lo scorso anno, sono stati investiti oltre 17 miliardi di dollari. Il mondo delle startup sta rivoluzionando il settore finanziario e le grandi banche stanno correndo ai ripari, attraverso collaborazioni con le nuove realtà o con lo sviluppo di piattaforme online. Un impiego in banca era una volta l'emblema del posto sicuro. La verità è che solo dal 2013 al 2015, secondo i recenti dati della Faba (il sindacato di settore), in 12 mila hanno perso il lavoro. Troppe filiali sui territori, costi talvolta eccessivi, l'introduzione di servizi quali l'home banking e competitor innovativi all'orizzonte hanno contribuito al momento delicato del settore, senza dimenticare la crescente sfiducia di correntisti e risparmiatori dopo la crisi del 2007-2008. «Le banche hanno effettivamente vissuto negli ultimi anni due grossi problemi». A parlare con T-Mag è Andrea Sandro, co-fondatore di Soisy, startup nata nel 2015 e attiva nell'ambito dei prestiti tra privati. «Il primo – prosegue Sandro nel suo ragionamento – è quello relativo ai non performing loans, un macigno che si trascinavano dietro da tempo e che la crisi ha fatto emergere. Dall'altro lato la maggiore concorrenza rispetto al passato: con l'esplosione del fintech, nuove società hanno cominciato a offrire prodotti migliori ed evitando sforzi eccessivi ai clienti, considerata la riduzione dei costi. Al contrario delle banche, in precedenza abituate a dover gestire di tutto, tesoreria, prestiti, mutui o investimenti, le realtà fintech sono in grado di offrire servizi molto personalizzati. Un po' come è avvenuto in altri settori, ora anche i grandi player della finanza stanno comprendendo l'importanza della rivoluzione tecnologica. Stiamo assistendo ad una profonda trasformazione del settore in generale e, nello specifico, del ruolo della banca».

COSA È IL FINTECH E IL CASO SOISY
Servirà ancora del tempo prima che il processo si compia definitivamente, ma il trend è quello: i clienti di banche sono sempre più digitalizzati, quindi sempre meno si recano nelle filiali. Stiamo attraversando, insomma, una lunga fase di transizione. Una persona può confrontare online i diversi prodotti, prendere contatti tramite un'app e valutare le offerte che fanno al caso proprio. È in questo solco che si collocano le società fintech, che sfruttano l'ICT per la fornitura di servizi finanziari. Pietro Cesati, fondatore di Soisy, viene dal mondo delle banche. Così come Andrea Sandro. Ne hanno conosciuto vizi e virtù e, a un certo punto delle loro carriere nel settore, hanno deciso di creare una struttura capace di favorire i prestiti tra privati. La pratica si chiama peer-to-peer lending (P2P lending), o social lending: privati e aziende ricevono prestiti direttamente da altri privati e aziende, senza rivolgersi alla banca o alla finanziaria. Tale incontro avviene in un marketplace virtuale gestito dalla società, che non fa né riceve credito, ma si limita a garantirne il funzionamento. Trattandosi di un istituto di pagamento, Soisy è autorizzato e vigilato dalla Banca d’Italia. «Ci siamo costituiti a gennaio del 2015 – ricorda Sandro a T-Mag – e abbiamo richiesto subito l’autorizzazione a Banca d'Italia in qualità di istituto di pagamento. L'ok è arrivato nel mese di novembre, abbiamo poi iniziato a registrare i primi investitori ad aprile 2016, i primi richiedenti a maggio e il primo prestito lo abbiamo intermediato il mese successivo». Soisy, dunque mette in contatto i privati: «Il nostro investitore 'tipo' è una persona che ha dei soldi da parte, ma più che al rendimento è interessato a investire in maniera etica, cioè ad avere chiarezza e trasparenza su cosa sta investendo, ad esempio il progetto di un'altra persona o la ristrutturazione di un ufficio. Il richiedente, invece, si rivolge a noi perché ha bisogno di un finanziamento. Potrebbe andare in banca, certo, ma non lo fa perché probabilmente sfiduciato e preferisce un metodo più snello e immediato, accedendo da smartphone, tablet o computer». Il richiedente fornisce i dati personali, Soisy fa le dovute verifiche – gestione dei rischi, controlli antiriciclaggio... – entro le 24 ore: se approvata, chiuso il contratto con firma digitale, la richiesta di prestito viene inserita nel marketplace e associata alle proposte di investimento compatibili. Il processo può dirsi allora completato, con vantaggi da entrambe le parti e sicurezza sui tassi d'interesse applicati. «Stiamo anche cominciando ad avviare partnership con negozi fisici e piattaforme e-commerce, ovvero diamo la possibilità ai clienti di acquistare prodotti o servizi pagando a rate tramite la nostra startup», aggiunge Sandro.

IL METODO SOISY: SHARING ECONOMY E SMART WORKING
In altre parole quello che Soisy propone è una forma di sharing economy – l'economia della condivisione – adattata alla finanza, che diventa così “collaborativa”. Ma l'altro aspetto interessante, utile all'indagine di Galassia Lavoro, l'Osservatorio di T-Mag, è il metodo di lavoro che sviluppa la startup. «Oggi a Soisy lavorano nove persone – racconta Sandro –, siamo partiti da Milano e abbiamo deciso di sviluppare l'intera piattaforma in house, evitando di acquistare software esterno in modo da essere flessibili nella gestione e nell'integrazione di nuovi servizi. All'inizio, però, non avevamo sviluppatori in società e ci siamo affidati ad una software house di Cesena. Osservandoli abbiamo scoperto un mondo, in particolare quello della metodologia agile del lavoro, tipica degli sviluppatori. Loro tendono infatti ad accorciare il feedback con il cliente, interagendo il più possibile da remoto. Ogni settimana validano con il committente il prodotto che hanno sviluppato, ottimizzando i tempi. Ecco, noi abbiamo derivato tantissimo da questo approccio, sfruttando stand-up meeting e vari strumenti software in cui condividere progressi o difficoltà nell'avanzamento delle attività». Il risultato è che ognuno in Soisy può svolgere i propri compiti dalla postazione che ritiene più opportuna: «Abbiamo ovviamente una sede fisica, all'interno del Talent Garden di Milano – Calabiana, che è la più grande area europea dedicata al co-working. Chi vuole, può andare, e spesso ci raduniamo lì per le riunioni o gli incontri. Ma spesso lavoriamo a distanza, tutto quello che ci serve è un computer ed una buona connessione. È una grande opportunità per noi: alcuni nostri sviluppatori lavorano in città diverse. Oppure c'è una ragazza che si divide tra Roma e Milano. Io stesso, per esigenze personali, ho avuto necessità di passare del tempo a Roma lo scorso anno senza per questo compromettere la mia attività lavorativa». Non mancano però le strategie per mantenere intatte le relazioni face to face: «Una volta ogni quattro mesi, per una settimana, andiamo a lavorare tutti insieme in un posto che scegliamo, prendendo una casa con Airbnb o uno spazio in co-working. Siamo stati in Sardegna e poi in Trentino, fuori stagione per limare i costi. Siamo stati anche a Valencia e a fine settembre andremo a Berlino». Quali i benefici che se ne traggono? «Il remote working – risponde il co-fondatore di Soisy – ci rende più produttivi, evitando la confusione dell'ufficio. Manca la parte relazionale, comunque importante, che colmiamo con questi appuntamenti. Ad ogni modo si tratta di una condizione win-win per i dipendenti e per l'azienda perché dà la possibilità ad ognuno di noi di organizzare la propria vita. Abbiamo un orario di lavoro, che possiamo gestire come meglio crediamo. Dal lato della società, è importante scegliere le persone che hanno i tuoi stessi valori in quanto la pianificazione degli impegni si basa molto sulla fiducia reciproca. Questo ci permette di allargare l'orizzonte nella selezione dei talenti, in particolare con gli sviluppatori che spesso richiedono flessibilità e sicurezza economica. Per quella che è la nostra esperienza – conclude Sandro – il bilancio fino a qui è senza dubbio positivo».

(anche su T-Mag)