13 gennaio 2017

Quanto ci interessa (davvero) del cambiamento climatico?

A parole siamo tutti, chi più chi meno, interessati ai temi ambientali. Salvaguardare il mondo è considerata oggi una priorità, molto più da quando la comunità scientifica ha aggiunto informazioni al riguardo e aggiornato dati. Ma quanto ne sappiamo davvero? Surriscaldamento globale, inquinamento, polveri sottili: concetti che abbiamo assimilato, ma di cui conosciamo poche e superficiali nozioni (spoiler: questo articolo non colmerà le lacune del lettore, piuttosto tenterà di dare una spiegazione plausibile del perché la conoscenza della materia il più delle volte scarseggi).

Di tanto in tanto leggiamo sui giornali di un qualche nuovo rapporto sulla qualità dell'aria nelle grandi città o che mette in guardia dalle emissioni di CO2. I governi stanno seguendo da poco più di dieci anni delle linee guida al fine di scongiurare un ulteriore aggravamento dei cambiamenti climatici, in particolare dall'entrata in vigore del Protocollo di Kyoto (16 febbraio 2005). Dal 1 gennaio 2013 è iniziato il secondo periodo di adempimento del protocollo, tramite il cosiddetto emendamento di Doha, secondo cui i paesi partecipanti (38) si impegnano a ridurre le emissioni di almeno il 18% rispetto ai livelli del 1990 (l'Unione europea mira al 20%). Più di recente, invece, c'è stato l'accordo di Parigi, risultato della mega conferenza sul clima (novembre-dicembre 2015), convocata dall’Onu e sponsorizzata fortemente dagli Stati Uniti (che alla prima fase di Kyoto non avevano collaborato). È stato sottoscritto da 195 paesi che dovranno sviluppare modelli virtuosi per contenere nel 2030 l’aumento delle temperature. In particolare l'impegno comune è quello di mantenerle “ben al di sotto” di 2°C rispetto ai livelli preindustriali, come obiettivo a lungo termine. Tuttavia non sono previste particolari sanzioni, né restrizioni: l’importante è non sforare gli standard in vigore adesso.

La lotta al cambiamento climatico è tra i principali lasciti della presidenza – più che dell'amministrazione – Obama. Già nel 2015 il quasi ex inquilino della Casa Bianca presentò un piano volto a ridurre le emissioni degli impianti energetici: “Niente minaccia di più il nostro avvenire e quello delle generazioni future del cambiamento climatico”. E a tale proposito annunciò che “entro il 2030 gli Stati Uniti elimineranno il 32% delle emissioni di CO2 rispetto al 2005”. La questione ambientale è stata così al centro della campagna elettorale, con il presidente eletto Donald Trump che si è distinto per non essere un paladino delle sfide ambientali. Anzi, in tempi non sospetti, a colpi di tweet aveva dato persino la colpa ai cinesi di avere creato il concetto di riscaldamento globale allo scopo di rendere meno competitiva l'industria statunitense. Durante la fase di transizione ha poi nominato Scott Pruitt – procuratore generale dell'Oklahoma e noto negazionista dei cambiamenti climatici – a capo dell'EPA, l'agenzia federale per l'ambiente. Una scelta – ha precisato Trump – che non va contro l'esigenza di tutelare l'aria e le altre risorse naturali, ma di contrastare un'agenda anti-energetica. Secondo una ricerca del Pew Research Center la collocazione politica è spesso alla base delle proprie convinzioni sul tema: gli elettori liberal sono più predisposti dei conservatori a ritenere credibili gli allarmi della comunità scientifica sul global warming.

Anche i media fanno (e non fanno) la loro parte. A tale proposito il Pew Research Center ci informa che gli americani sono piuttosto divisi sulla copertura mediatica dei temi ambientali. Il 47% ritiene al riguardo soddisfacente il lavoro dei media, ma il 51% è di tutt'altro avviso. Il 35%, poi, sostiene che i media statunitensi diano troppa enfasi alla minaccia del cambiamento climatico e il 42% che non la prendano sul serio. In Italia un'indagine dell'istituto GfK per WWF, diffusa a marzo 2016, metteva in luce come per il 94% degli intervistati il cambiamento climatico sia in testa tra le principali preoccupazioni legate ai problemi ambientali (di quel 94%, il 73% lo considera addirittura un problema “molto grave”). E dell'informazione trasmessa dai media sull'argomento cosa pensano gli italiani? Che di solito è carente, con un 36% del campione che afferma di non averne ricevuto notizia o di avere appreso qualcosa in maniera evidentemente insufficiente.

Hanno ragione: dal terzo rapporto dell'Osservatorio Eco-Media emerge che più della metà degli articoli della carta stampata affrontano questioni generali del dibattito etico-politico oppure si occupano di questioni ambientali a seguito di convegni ed eventi. Peggio avviene in tv, con il 48% delle notizie incentrate solo su temi quali incidenti e calamità. A questo punto è però necessario sottolineare che il monitoraggio (per quanto riguarda l'informazione televisiva) è avvenuto nei primi nove mesi del 2016, periodo che ha registrato un incremento delle notizie al 7% dal 3% dell'anno prima, soprattutto a causa di due eventi: dapprima il referendum di aprile sulle concessioni per le trivellazioni, in seguito il terremoto che ha colpito le regioni del Centro Italia. I giornali – Il Corriere della Sera, La Repubblica, La Stampa, Il Messaggero, Il Sole 24 Ore, tutti analizzati nel periodo aprile-settembre 2016 – seguono con un discreto grado di attenzione le notizie di best practices in materia (specialmente a livello locale), mentre sono marginali le presentazioni di scoperte e innovazioni nell'ambito di energie sostenibili o rinnovabili. Questo è, in estrema sintesi, lo stato dell'arte dell'informazione sui temi ambientali. Ora giudichi il lettore.

(anche su T-Mag)

23 dicembre 2016

Come cambia il mondo del lavoro

Parlando all'Università di Baltimora e rivolgendosi direttamente agli studenti, la presidente della Federal Reserve, Janet Yellen, ha detto: “Dopo anni di ripresa economica debole state entrando nel mercato del lavoro più robusto da quasi un decennio”. In effetti il mercato del lavoro statunitense è in netta ripresa. Negli anni di amministrazione Obama gli Stati Uniti sono riusciti a recuperare i livelli pre-crisi, con un tasso di disoccupazione che si attesta ora al di sotto del 5% (4,6% a novembre). L'andamento, così positivo, ha spinto pochi giorni fa la Fed ad alzare i tassi di interesse, come era nelle attese, di un quarto di punto, portandoli allo 0,50-0,75%, proseguendo nel processo di normalizzazione della politica monetaria, seppure a singhiozzo. Il punto adesso è capire quanto davvero il mercato del lavoro statunitense sia “robusto”. Il tasso di disoccupazione, per quanto basso, non è l'unico elemento da tenere sott'occhio. Gli indicatori cosiddetti "accessori" mostrano tanto di più. Perché è importante analizzare i dati, ma osservare la qualità del lavoro lo è altrettanto. Da tempo l'America sta attraversando una fase almeno in apparenza paradossale: alla diminuzione del tasso di disoccupazione non corrisponde una massiccia partecipazione. Il primo indicatore “misura” quanti sono alla ricerca attiva di un impiego, pur non trovandolo. Il secondo – il tasso di partecipazione alla forza lavoro, ovvero il rapporto tra forza lavoro (occupati e disoccupati in cerca di impiego) e popolazione – ha evidenziato una discesa che va avanti dal 2010 e che a un certo punto ha raggiungento i minimi da oltre 40 anni (al 62,4%). Un valore che si è mantenuto pressoché stabile, ancora negli ultimi mesi. A cosa poteva fare riferimento, allora, Janet Yellen? Facciamo un passo indietro: la numero uno della banca centrale statunitense ha parlato agli studenti dell'Università di Baltimora, ragazze e ragazzi che – si presume – svolgeranno in futuro lavori e mansioni altamente qualificate. Yellen in persona ha ricordato come gli stipendi dei laureati siano oggi superiori del 70% rispetto a quelli dei coetanei che hanno interrotto prima gli studi. Nel 1980 il differenziale era di appena 20 punti percentuali.

UN MERCATO DEL LAVORO DUALE?
In generale chi un lavoro ce l'ha, negli Stati Uniti, si dice sicuro del proprio posto. Ma una recente indagine del Pew Research Center – utile in alcuni spunti perché spiega molto anche di noi europei – fa emergere che tale condizione riguarda soprattutto i lavoratori più qualificati. Chi presenta un minore grado di istruzione o competenze ammette di non essere tanto certo della sicurezza del suo lavoro. In pratica chi presenta bassi livelli di istruzione ha più probabilità di essere precari o addirittura di non averlo proprio, un lavoro. È probabile inoltre che le loro competenze non siano sufficienti per un avanzamento di carriera e anzi temono ulteriori demansionamenti, se non sostituzioni – a favore di macchine o persone più qualificate – in un contesto di processi produttivi sempre più affidati all'innovazione tecnologica. In generale, insomma, i lavoratori percepiscono un aumento della concorrenza che proviene da diverse parti, ma chi possiede i requisiti per stare al passo con i tempi non ha paura di subire ripercussioni chissà quanto negative (basti pensare che più della metà degli intervistati ritiene il proprio tenore di vita migliore rispetto a quello dei genitori, anni prima). Sembra quasi superfluo osservare che dei cambiamenti del mercato del lavoro, alcuni hanno beneficiato più di altri. A partire dai compensi che sono aumentati, per quei lavoratori cui vengono richiesti standard elevati di “abilità sociali” e analisi, in quota superiore rispetto a chi svolge mansioni “fisiche”. Un aspetto che contribuisce alla crescente diseguaglianza salariale tra quanti sono in possesso di un titolo univeristario e quanti ne sono sprovvisti. Hanno giovato del nuovo scenario soprattutto le donne – se non altro per una maggiore predisposizione a un certo tipo di lavori anziché altri –, che hanno visto restringere, ma certo non ancora azzerare (a parità di condizioni la bilancia continua a pendere a favore della componente maschile), il divario retributivo nel periodo 1980-2015. Nel complesso i lavoratori americani non hanno ricevuto aumenti consistenti nei salari nel periodo compreso tra il 1980 e il 2015. Per gli uomini in molti casi sono addirittura calati e in generale i lavoratori a quattro anni dalla laurea e quelli più anziani se la cavano meglio degli altri. Dal 1990 al 2015 l'occupazione è raddoppiata nei servizi educativi e nella sanità e assistenza sociale (questo anche a causa dell'invecchiamento della popolazione che ha fatto lievitare la domanda), in crescita rispettivamente del 105% e del 99%. L'incremento occupazionale è stato altrettanto evidente nei servizi professionali e di business (81%).

14 dicembre 2016

Usa 2016. Rex Tillerson, l’uomo scelto da Trump

Il fatto che il presidente eletto Donald Trump lo abbia scelto in via ufficiale – come da lui annunciato su Twitter, dopo le prime indiscrezioni di NBC News – potrebbe significare poco. Perché ad oggi, tra gli stessi repubblicani, la nomina di Rex Tillerson a segretario di Stato (il ministro degli Esteri, a forzare un confronto) crea confusione. E molti senatori, che saranno presto chiamati a ratificare l'incarico, potrebbero dissentire e dare voto contrario. Al Senato, infatti, spetta un controllo vincolante su tutte le nomine presidenziali e quella di Tillerson – amministratore delegato della compagnia petrolifera ExxonMobil – certo non farà eccezione. Si vocifera – stando al Washington Post – che l'ex segretario di Stato durante il secondo mandato di amministrazione Bush, Condoleezza Rice, e l'ex vicepresidente, Dick Cheney, siano invece dalla sua parte e che lo sosterranno pubblicamente.

REX TILLERSON, CHI È

Personaggio dai tanti volti, partiamo dai punti fermi: è texano ed ha 64 anni. È uno scout, a capo dei Boy Scouts of America dal 2010 al 2011 (da presidente del movimento ha avviato il processo di integrazione a favore degli omosessuali, poi definitivo nel 2013). Lavora da una vita nella compagnia petrolifera Exxon (Esso nel mercato europeo), che nel 1999 venne fusa alla Mobil (perciò ExxonMobil) riunendo due delle principali società – in origine rispettivamente Standard Oil Company of New Jersey e Standard Oil Company of New York – dell'universo Standard Oil, l'impero petrolifero fondato da John D. Rockefeller nel 1870. Tillerson è amministratore della compagnia dal 2006, ed è proprio in quell'anno che ExxonMobil registra numeri da record, con un utile netto di 39,5 miliardi di dollari, un aumento del 9,3% rispetto al 2005. Un picco favorito dall'impennata dei prezzi del barile e una politica accomodante dell'amministrazione (repubblicana) di allora. Nelle ore che hanno anticipato la sua nomina i giornali di mezzo mondo si sono affrettati ad etichettarlo, chi in un modo chi nell'altro: amico di Putin è la descrizione più gettonata, ma anche negazionista dei cambiamenti climatici è stata espressione alquanto abusata (in verità sostiene il recente accordo di Parigi sul clima, a differenza del suo prossimo superiore). Nel 2008 Neva Rockefeller Goodwin, figlia di David Rockefeller e pronipote del patriarca della potente famiglia, annunciò la sua intenzione di portare all'assemblea degli azionisti di ExxonMobil una mozione con cui richiedere l'avvio di una serie di investimenti nelle energie pulite. Questione spinosa, da sempre, perché molte delle principali compagnie petrolifere – ed Exxon non fa eccezione – hanno a lungo snobbato il problema. Interrogato in diverse occasioni, Tillerson ha dribblato l'ostacolo ogni volta con disinvoltura: decide il mercato e se c'è domanda di petrolio, che si venda il petrolio. Eppure è stato proprio Tillerson a instradare Exxon in un percorso vagamente più “green”, dicendosi favorevole all'ipotesi di una carbon tax, mentre altrove – in Europa, soprattutto – era aperta la discussione sulla possibilità di istituire un mercato globale delle emissioni (con la duplice prospettiva di salvaguardare ambiente e bilanci della società). Ma guai a sostenere che Exxon ha mentito sui rischi legati ai cambiamenti climatici: il CEO risponderà che ciò non è vero. La rivista specializzata Fortune ha inserito più volte Rex Tillerson nella classifica degli uomini più potenti nel mondo del business. Da quando è salito ai vertici di Exxon sono però passati dieci anni e di recente la sua compagnia, come molte altre che operano nel settore, si è vista costretta a tagliare del 25% le spese in conto capitale. Il crollo dei prezzi del petrolio, cui assistiamo ormai dal 2014, impone misure più oculate nella gestione delle risorse: investimenti mirati “sulla base dei fondamentali della domanda di mercato”, come ha spiegato l'amministratore delegato in persona. Insomma, a ben vedere Tillerson è null'altro che un uomo d'affari. Esperienza politica pari a zero, anche se con i leader politici ha avuto parecchio a che fare. Con il presidente venezuelano Hugo Chávez, ad esempio, che volle nazionalizzare nel 2007 i beni delle società petrolifere straniere presenti sul territorio, ricevendo in cambio da Exxon uno scontro legale con esito positivo – sette anni più tardi – per la compagnia guidata da Tillerson (un indennizzo da 1,6 miliardi di dollari). Ma anche questi sono solo affari. La politica, si obietterà, è un'altra cosa.

LA QUESTIONE RUSSA

Veniamo così all'aspetto più controverso, la vicinanza al presidente russo Vladimir Putin. I rapporti tra i due sono datati, suggellati nel 2013 dall'Ordine dell'Amicizia, una onorificenza destinata a chi ha intrapreso legami profondi con Mosca, “per il contributo eccezionale – spiega Wikipedia – al rafforzamento dell'amicizia e della cooperazione tra i popoli; per l'attività proficua in avvicinamento e arricchimento reciproco delle culture delle nazioni; per l'assistenza alla promozione della pace e delle relazioni amichevoli tra le nazioni; per attività significative alla conservazione e all'aumento del patrimonio culturale e storico della Russia; per i progressi compiuti nel lavoro; per le opere di carità”. Ma l'amicizia tra Putin e Tillerson è di pura convenienza, anche in questo caso una mera questione di affari. I contatti cominciarono alla fine degli anni '90, quando il futuro amministratore delegato di Exxon seguiva le attività della compagnia in Russia. In particolare, siamo già al 2011, Exxon e Mosca stipulano un accordo dal valore – a detta di Putin – di 500 miliardi di dollari (in joint venture con Rosneft, tra le maggiori compagnie petrolifere nazionali), che consiste nella concessione di attività, dapprima esplorative, nelle zone dell'Artico sotto la sfera russa. La collaborazione subisce tuttavia una brusca frenata non molto tempo dopo, a causa delle sanzioni che Stati Uniti ed Unione europea applicano alla Russia a seguito delle pretese egemoniche e dell'annessione, nell'aprile del 2014, della penisola ucraina di Crimea da parte di Mosca. Tillerson criticherà apertamente tali decisioni. Non è un segreto che Trump intenda normalizzare le relazioni tra Stati Uniti e Russia, dopo le tensioni con Obama alla Casa Bianca. Dal suo punto di vista, Rex Tillerson – uno per niente inviso al Cremlino – è la pedina giusta per compiere questo passo. Ma è anche il motivo per cui molti senatori repubblicani – tra i quali John McCain e Marco Rubio – sono ora quantomeno scettici sulla nomina. È davvero conveniente per l'America un rapporto così stretto con la Russia di Putin? Tanti i dossier ancora sul tavolo, compresa la questione siriana e del legame tra Mosca e il presidente Bashar al-Assad. Senza dimenticare che la scelta di Trump su Tillerson si colloca nel mezzo di una spy story che, secondo la CIA, riguarderebbe presunti attacchi informatici foraggiati dal governo russo per favorire la vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali dell'8 novembre.

QUALI SCENARI

Dopo il presidente e il vicepresidente, viene il segretario di Stato. Si capisce allora perché il ruolo venga considerato importante e allo stesso tempo molto delicato nel quadro della politica statunitense. E si capisce anche perché molti senatori – quelli democratici, ma anche tra le file repubblicane – siano al momento scettici sulla nomina di Rex Tillerson, data l'inesperienza politica (i nomi circolati in precedenza erano stati quelli di Rudy Giuliani, Mitt Romney e David Petraeus). Nell'ottica di Trump la scelta ha una logica: Tillerson è un uomo abituato a chiudere accordi nel pieno interesse del soggetto per cui lavora. Nella diplomazia il principio è lo stesso, secondo il presidente eletto. In più è la persona giusta per tornare ad avere rapporti amichevoli, e soprattutto proficui, con la Russia. Il paradosso è che queste sono le motivazioni che più impensieriscono il partito, o almeno una parte degli esponenti repubblicani. Se davvero dovesse verificarsi una fronda interna, la nomina di Tillerson potrebbe capitolare (salvo che non diventi decisivo Mike Pence: presiederà il Senato in quanto vicepresidente, con diritto di voto in caso di parità). Altrimenti Rex Tillerson sarà a tutti gli effetti il 69esimo segretario di Stato, succedendo a John Kerry.

(anche su T-Mag)

9 dicembre 2016

Davvero viviamo nell’era della post-verità?

È davvero l'epoca della "post-verità" in cui le emozioni prevalgono sui fatti? Quelle stesse emozioni che ci inducono a credere a notizie che in seguito si riveleranno false, ma che nel frattempo avranno ottenuto una vasta diffusione. Oppure che ci spingono a votare sulla base di convizioni anche in questo caso artefatte da una propaganda a dir poco disinvolta. Post-verità: un adattamento dell'inglese post-truth, che gli Oxford Dictionaries hanno eletto parola dell'anno 2016. Se ne parla da tempo, ma il dibattito si è acceso soprattutto dopo il referendum sulla Brexit e l'elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti, eventi – si è detto a lungo – favoriti da uno smodato ricorso ad una retorica densa di emozioni, spesso contrastanti, in grado di amplificare ansia e timori su determinati argomenti durante le campagne elettorali. La post-verità può così scombussolare tutti gli schemi, alterando la veridicità di sondaggi e rilevazioni. Come accaduto con Trump, prima del voto di novembre. “La questione è ovviamente complessa”, ci corregge però Lorenzo Montali, professore di Psicologia sociale all'Università Bicocca di Milano. “In termini generali – prosegue Montali nel suo colloquio con T-Mag –, in psicologia sociale si conosce da molti anni il fenomeno della desiderabilità sociale, che porta chi risponde a nascondere il proprio pensiero se ritiene che questo sia poco apprezzato, cioè socialmente indesiderabile. È possibile che questo abbia portato una parte degli elettori di Trump a nascondere le proprie reali intenzioni, o a sottrarsi dal rispondere ai sondaggi, se pensava di votare per un candidato poco presentabile, dato che una parte rilevante dei mass-media ha fortemente insistito su questa rappresentazione del personaggio”. Montali ricorda che la candidata democratica, Hillary Clinton, ha vinto nel voto popolare (tra i due pretendenti alla Casa Bianca c'è stato uno scarto di circa due milioni di preferenze), motivo per cui “i sondaggi che la davano vincente hanno sostanzialmente identificato il trend prevalente, per quanto possano aver sbagliato le dimensioni”.
Anche la diffusione di false notizie non è un fenomeno nuovo, sottolinea il professore: “Lo storico Marc Bloch scrisse un libro che si intitolava La guerra e le false notizie già nel 1914, osservando quante falsità circolassero in tempo di guerra, grazie al passaparola tra persone che le consideravano notizie vere. Le cosiddette piazze virtuali hanno amplificato la velocità di diffusione di queste false notizie che ora non circolano più solo attraverso il passaparola, un medium lento se confrontato con la velocità che può essere garantita dalla comunicazione elettronica. Allo stesso tempo però, Internet è il mezzo attraverso cui si diffondono, anche in questo caso molto velocemente, le smentite di queste false notizie. E questo perché la mobilitazione delle competenze degli utenti garantisce un sistema di controllo e la successiva propagazione delle smentite, analogamente a quanto avviene con le false notizie. Il punto è che le false notizie, e le loro smentite, tendono a circolare all’interno di cerchie che sono tra loro poco permeabili. E così chi crede a una falsa notizia tenderà a non sapere della smentita o a squalificarla come poco credibile perché questa non è sostenuta nella sua cerchia di amici o perché contrasta con ciò che quella cerchia considera vero o giusto. Il punto è infatti che nessuno di noi valuta un'informazione in quanto tale, ma cerca sempre di determinarne il valore di verità in relazione ad altri fattori: credenze preesistenti, ideologie, valore attribuito alla fonte o il supporto sociale che l’informazione riceve da parte di persone di cui mi fido...”.

Indagando sull'argomento, il Pew Research Center ha osservato che più della metà degli intervistati giudica le interazioni con utenti che la pensano diversamente “frustranti” e “stressanti”. È molto probabile che un'indagine analoga in Italia darebbe un risultato pressoché simile. Qual è il peso dei luoghi virtuali dove avvengono le interazioni? Si discuterebbe – di questioni politiche o altro – alla stessa maniera dal vivo, o le piazze virtuali contribuiscono all'inasprimento dei toni?
Molte ricerche mostrano che la discussione nelle piazze virtuali è solitamente più accesa di quanto non avvenga dal vivo. Ci sono molte caratteristiche del virtuale che possono spiegare questa sorta di disinibizione, come il fatto che posso trovarmi ad interagire con persone con cui non ho una relazione preesistente da preservare o che la discussione per iscritto, che non consente di cogliere altri segnali circa il significato che il parlante vuole trasmettere, può indurre più facilmente in equivoco, come chiunque di noi può aver sperimentato. Va anche considerato che, in certi contesti specifici, per esempio quelli di lavoro, altre caratteristiche dello strumento possono portare ad avere discussioni più proficue di quelle che si avrebbero se ci si trovasse dal vivo per parlare. Per esempio è possibile arrivare a decisioni più rapide e maggiormente centrate sulla qualità degli argomenti che vengono portati o dei dati che le persone producono a supporto delle proprie tesi, perché la forma scritta può agevolare la messa in atto di processi riflessivi migliori, se appunto il contesto è quello di un gruppo che si dà l’obiettivo di arrivare ad un esito proficuo. Quindi il mezzo ci mostra la possibile attivazione di dinamiche di discussione nuove, alcune negative e altre positive.

Spesso sono i media ad alzare i toni della discussione. Molti giornali, con una ormai presenza consolidata online, non aiutano sempre a comprendere meglio un fatto, anzi talvolta lasciano molti dubbi. Per non parlare di quei siti specializzati a diffondere notizie false o eccessive pur di generare traffico. Che tipo di rapporto possiamo allora osservare? I media hanno compreso il “mood” e lo alimentano, o siamo noi utenti ad avere smarrito una certa capacità di discernimento al cospetto di una mole di informazioni senza precedenti?
Mi pare ci siano due diverse questioni. Partiamo dalla prima. Non credo che sia il digitale ad aver cambiato i toni dei media, che da sempre possono essere ‘urlati’ quando una testata vuole attirare l’attenzione. Detto ciò, il rapporto tra i media e l’opinione pubblica – o meglio, i diversi seguiti che la compongono e che non vanno certo tutti nella stessa direzione – sono da sempre di reciproca influenza. I media costruiscono le notizie sulla base di quelli che pensano siano gli interessi dei destinatari e le tarano sulla base delle risposte che ricevono, il pubblico a sua volta è variamente influenzato dalle notizie che legge o sente. Ovviamente questo non vuol dire che i singoli attori del sistema abbiano lo stesso potere. Una notizia o un commento che esce su Repubblica si diffonde più velocemente e raggiunge più persone di quanto non accada alla notizia o al commento pubblicati da un utente di Facebook sulla propria bacheca. Ma se immaginassimo che l’influenza è solo top-down, dai media ai cittadini, commetteremmo un errore.

La seconda questione?
È certamente vero che la quantità di informazioni che ognuno di noi si trova a ricevere è enorme, sostanzialmente ingestibile se ci aspettiamo che le persone le valutino accuratamente una per una. Quindi ciascuno di noi utilizza dei meccanismi di selezione, che ci possono portare a fare degli errori, ma ci consentono di costruirci una rappresentazione sufficientemente gestibile della realtà che ci interessa. Perché le persone arrivino ad approfondire o a vagliare la qualità delle informazioni ricevute è necessario che abbiano le competenze per farlo, e spesso questo è molto difficile se non si è esperti in un certo ambito, penso per esempio alle notizie di scienza, e che siano realmente interessate a quello specifico tema o notizia. Quando questo avviene, allora le persone si mobilitano, attivano le loro risorse e magari scoprono che le cose erano in tutto o in parte diverse da come erano state loro raccontate.

Torniamo alla post-verità. Non si starà esagerando nella sua narrazione? La propaganda politica non applica da sempre i medesimi processi cognitivi, da prima cioè dell'avvento dei social media? È vero che le menzogne, le mezze verità o le teorie complottiste sono da sempre parte della comunicazione umana e in questo senso il fenomeno non è nuovo. Quel che lo caratterizza nella contemporaneità sembra essere la crisi di credibilità delle autorità tradizionali, che in questo senso non sembrano più riuscire ad offrire un argine alla diffusione di alcune false notizie, almeno in certi contesti. Per esempio nell’ambito della medicina, il parere della comunità scientifica circa l’utilità dei vaccini nel prevenire le malattie sembra stentare ad imporsi in fasce crescenti dell’opinione pubblica, non perché manchino dei dati che supportino questa posizione, ma perché per una quota dell’opinione pubblica quella fonte, una volta considerata un'autorità in quel campo, appare almeno in parte screditata. Ecco allora che il valore dei fatti, che pure è un principio a cui appare pienamente sensato continuare a richiamarsi, si indebolisce se viene meno la fiducia nei confronti di chi dovrebbe verificare quei fatti, stante che in una società complessa come la nostra, la verifica dei fatti non è a disposizione dei singoli cittadini per quanto ben informati.

Alla luce di tutte le considerazioni fatte, di quali strumenti possono disporre i cittadini per evitare le trappole del clickbait e distinguere i fatti dalle pure invenzioni?

Dobbiamo sviluppare, in primo luogo a scuola, una nuova educazione nella fruizione dei media, che parta dalla consapevolezza che nessuno ha la competenza e la motivazione sufficienti per verificare la validità dell’enorme quantità di informazioni che riceviamo. Questa nuova educazione si deve fondare in primo luogo sul riconoscimento dei nostri limiti, che sono appunto cognitivi e di motivazione, nel valutare la qualità di una notizia, il che ci deve rendere meno sicuri di quanto talvolta siamo dei convincimenti che maturiamo. Questa è la precondizione affinché le persone sviluppino una certa consapevolezza del rischio di credere alle false notizie e quindi siano disponibili a valutare criticamente ciò che sentono o leggono. In secondo luogo dobbiamo sviluppare una competenza metodologica, che ci renda capaci di comprendere la qualità delle affermazioni o notizie in cui ci imbattiamo. Un principio base di questa competenza è che chi fa un'affermazione ha anche l’onere di portare dei fatti a supporto di quanto sostiene. Da parte nostra dobbiamo invece dotarci di strumenti che ci consentano di valutare la qualità dei fatti che ci vengono presentati. Per esempio, dobbiamo chiederci se le fonti sono esperte in relazione alla questione di cui parlano, se sostengono un parere condiviso nella loro comunità di riferimento, se i dati che presentano sono stati valutati anche da persone indipendenti. È evidente che questi sono solo alcuni degli elementi e che non possiamo esaurirli nello spazio limitato di una intervista, ma credo che diano a chi ci legge il senso di un percorso possibile se si vuole affrontare la questione, senza inutili allarmismi e allo stesso tempo con la consapevolezza della sua importanza.

(anche su T-Mag)