9 dicembre 2016

Davvero viviamo nell’era della post-verità?

È davvero l'epoca della "post-verità" in cui le emozioni prevalgono sui fatti? Quelle stesse emozioni che ci inducono a credere a notizie che in seguito si riveleranno false, ma che nel frattempo avranno ottenuto una vasta diffusione. Oppure che ci spingono a votare sulla base di convizioni anche in questo caso artefatte da una propaganda a dir poco disinvolta. Post-verità: un adattamento dell'inglese post-truth, che gli Oxford Dictionaries hanno eletto parola dell'anno 2016. Se ne parla da tempo, ma il dibattito si è acceso soprattutto dopo il referendum sulla Brexit e l'elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti, eventi – si è detto a lungo – favoriti da uno smodato ricorso ad una retorica densa di emozioni, spesso contrastanti, in grado di amplificare ansia e timori su determinati argomenti durante le campagne elettorali. La post-verità può così scombussolare tutti gli schemi, alterando la veridicità di sondaggi e rilevazioni. Come accaduto con Trump, prima del voto di novembre. “La questione è ovviamente complessa”, ci corregge però Lorenzo Montali, professore di Psicologia sociale all'Università Bicocca di Milano. “In termini generali – prosegue Montali nel suo colloquio con T-Mag –, in psicologia sociale si conosce da molti anni il fenomeno della desiderabilità sociale, che porta chi risponde a nascondere il proprio pensiero se ritiene che questo sia poco apprezzato, cioè socialmente indesiderabile. È possibile che questo abbia portato una parte degli elettori di Trump a nascondere le proprie reali intenzioni, o a sottrarsi dal rispondere ai sondaggi, se pensava di votare per un candidato poco presentabile, dato che una parte rilevante dei mass-media ha fortemente insistito su questa rappresentazione del personaggio”. Montali ricorda che la candidata democratica, Hillary Clinton, ha vinto nel voto popolare (tra i due pretendenti alla Casa Bianca c'è stato uno scarto di circa due milioni di preferenze), motivo per cui “i sondaggi che la davano vincente hanno sostanzialmente identificato il trend prevalente, per quanto possano aver sbagliato le dimensioni”.
Anche la diffusione di false notizie non è un fenomeno nuovo, sottolinea il professore: “Lo storico Marc Bloch scrisse un libro che si intitolava La guerra e le false notizie già nel 1914, osservando quante falsità circolassero in tempo di guerra, grazie al passaparola tra persone che le consideravano notizie vere. Le cosiddette piazze virtuali hanno amplificato la velocità di diffusione di queste false notizie che ora non circolano più solo attraverso il passaparola, un medium lento se confrontato con la velocità che può essere garantita dalla comunicazione elettronica. Allo stesso tempo però, Internet è il mezzo attraverso cui si diffondono, anche in questo caso molto velocemente, le smentite di queste false notizie. E questo perché la mobilitazione delle competenze degli utenti garantisce un sistema di controllo e la successiva propagazione delle smentite, analogamente a quanto avviene con le false notizie. Il punto è che le false notizie, e le loro smentite, tendono a circolare all’interno di cerchie che sono tra loro poco permeabili. E così chi crede a una falsa notizia tenderà a non sapere della smentita o a squalificarla come poco credibile perché questa non è sostenuta nella sua cerchia di amici o perché contrasta con ciò che quella cerchia considera vero o giusto. Il punto è infatti che nessuno di noi valuta un'informazione in quanto tale, ma cerca sempre di determinarne il valore di verità in relazione ad altri fattori: credenze preesistenti, ideologie, valore attribuito alla fonte o il supporto sociale che l’informazione riceve da parte di persone di cui mi fido...”.

Indagando sull'argomento, il Pew Research Center ha osservato che più della metà degli intervistati giudica le interazioni con utenti che la pensano diversamente “frustranti” e “stressanti”. È molto probabile che un'indagine analoga in Italia darebbe un risultato pressoché simile. Qual è il peso dei luoghi virtuali dove avvengono le interazioni? Si discuterebbe – di questioni politiche o altro – alla stessa maniera dal vivo, o le piazze virtuali contribuiscono all'inasprimento dei toni?
Molte ricerche mostrano che la discussione nelle piazze virtuali è solitamente più accesa di quanto non avvenga dal vivo. Ci sono molte caratteristiche del virtuale che possono spiegare questa sorta di disinibizione, come il fatto che posso trovarmi ad interagire con persone con cui non ho una relazione preesistente da preservare o che la discussione per iscritto, che non consente di cogliere altri segnali circa il significato che il parlante vuole trasmettere, può indurre più facilmente in equivoco, come chiunque di noi può aver sperimentato. Va anche considerato che, in certi contesti specifici, per esempio quelli di lavoro, altre caratteristiche dello strumento possono portare ad avere discussioni più proficue di quelle che si avrebbero se ci si trovasse dal vivo per parlare. Per esempio è possibile arrivare a decisioni più rapide e maggiormente centrate sulla qualità degli argomenti che vengono portati o dei dati che le persone producono a supporto delle proprie tesi, perché la forma scritta può agevolare la messa in atto di processi riflessivi migliori, se appunto il contesto è quello di un gruppo che si dà l’obiettivo di arrivare ad un esito proficuo. Quindi il mezzo ci mostra la possibile attivazione di dinamiche di discussione nuove, alcune negative e altre positive.

Spesso sono i media ad alzare i toni della discussione. Molti giornali, con una ormai presenza consolidata online, non aiutano sempre a comprendere meglio un fatto, anzi talvolta lasciano molti dubbi. Per non parlare di quei siti specializzati a diffondere notizie false o eccessive pur di generare traffico. Che tipo di rapporto possiamo allora osservare? I media hanno compreso il “mood” e lo alimentano, o siamo noi utenti ad avere smarrito una certa capacità di discernimento al cospetto di una mole di informazioni senza precedenti?
Mi pare ci siano due diverse questioni. Partiamo dalla prima. Non credo che sia il digitale ad aver cambiato i toni dei media, che da sempre possono essere ‘urlati’ quando una testata vuole attirare l’attenzione. Detto ciò, il rapporto tra i media e l’opinione pubblica – o meglio, i diversi seguiti che la compongono e che non vanno certo tutti nella stessa direzione – sono da sempre di reciproca influenza. I media costruiscono le notizie sulla base di quelli che pensano siano gli interessi dei destinatari e le tarano sulla base delle risposte che ricevono, il pubblico a sua volta è variamente influenzato dalle notizie che legge o sente. Ovviamente questo non vuol dire che i singoli attori del sistema abbiano lo stesso potere. Una notizia o un commento che esce su Repubblica si diffonde più velocemente e raggiunge più persone di quanto non accada alla notizia o al commento pubblicati da un utente di Facebook sulla propria bacheca. Ma se immaginassimo che l’influenza è solo top-down, dai media ai cittadini, commetteremmo un errore.

La seconda questione?
È certamente vero che la quantità di informazioni che ognuno di noi si trova a ricevere è enorme, sostanzialmente ingestibile se ci aspettiamo che le persone le valutino accuratamente una per una. Quindi ciascuno di noi utilizza dei meccanismi di selezione, che ci possono portare a fare degli errori, ma ci consentono di costruirci una rappresentazione sufficientemente gestibile della realtà che ci interessa. Perché le persone arrivino ad approfondire o a vagliare la qualità delle informazioni ricevute è necessario che abbiano le competenze per farlo, e spesso questo è molto difficile se non si è esperti in un certo ambito, penso per esempio alle notizie di scienza, e che siano realmente interessate a quello specifico tema o notizia. Quando questo avviene, allora le persone si mobilitano, attivano le loro risorse e magari scoprono che le cose erano in tutto o in parte diverse da come erano state loro raccontate.

Torniamo alla post-verità. Non si starà esagerando nella sua narrazione? La propaganda politica non applica da sempre i medesimi processi cognitivi, da prima cioè dell'avvento dei social media? È vero che le menzogne, le mezze verità o le teorie complottiste sono da sempre parte della comunicazione umana e in questo senso il fenomeno non è nuovo. Quel che lo caratterizza nella contemporaneità sembra essere la crisi di credibilità delle autorità tradizionali, che in questo senso non sembrano più riuscire ad offrire un argine alla diffusione di alcune false notizie, almeno in certi contesti. Per esempio nell’ambito della medicina, il parere della comunità scientifica circa l’utilità dei vaccini nel prevenire le malattie sembra stentare ad imporsi in fasce crescenti dell’opinione pubblica, non perché manchino dei dati che supportino questa posizione, ma perché per una quota dell’opinione pubblica quella fonte, una volta considerata un'autorità in quel campo, appare almeno in parte screditata. Ecco allora che il valore dei fatti, che pure è un principio a cui appare pienamente sensato continuare a richiamarsi, si indebolisce se viene meno la fiducia nei confronti di chi dovrebbe verificare quei fatti, stante che in una società complessa come la nostra, la verifica dei fatti non è a disposizione dei singoli cittadini per quanto ben informati.

Alla luce di tutte le considerazioni fatte, di quali strumenti possono disporre i cittadini per evitare le trappole del clickbait e distinguere i fatti dalle pure invenzioni?

Dobbiamo sviluppare, in primo luogo a scuola, una nuova educazione nella fruizione dei media, che parta dalla consapevolezza che nessuno ha la competenza e la motivazione sufficienti per verificare la validità dell’enorme quantità di informazioni che riceviamo. Questa nuova educazione si deve fondare in primo luogo sul riconoscimento dei nostri limiti, che sono appunto cognitivi e di motivazione, nel valutare la qualità di una notizia, il che ci deve rendere meno sicuri di quanto talvolta siamo dei convincimenti che maturiamo. Questa è la precondizione affinché le persone sviluppino una certa consapevolezza del rischio di credere alle false notizie e quindi siano disponibili a valutare criticamente ciò che sentono o leggono. In secondo luogo dobbiamo sviluppare una competenza metodologica, che ci renda capaci di comprendere la qualità delle affermazioni o notizie in cui ci imbattiamo. Un principio base di questa competenza è che chi fa un'affermazione ha anche l’onere di portare dei fatti a supporto di quanto sostiene. Da parte nostra dobbiamo invece dotarci di strumenti che ci consentano di valutare la qualità dei fatti che ci vengono presentati. Per esempio, dobbiamo chiederci se le fonti sono esperte in relazione alla questione di cui parlano, se sostengono un parere condiviso nella loro comunità di riferimento, se i dati che presentano sono stati valutati anche da persone indipendenti. È evidente che questi sono solo alcuni degli elementi e che non possiamo esaurirli nello spazio limitato di una intervista, ma credo che diano a chi ci legge il senso di un percorso possibile se si vuole affrontare la questione, senza inutili allarmismi e allo stesso tempo con la consapevolezza della sua importanza.

(anche su T-Mag)

6 dicembre 2016

La lunga transizione nel post ‘900

Il voto del 4 dicembre 2016 sancisce in maniera netta e definitiva, anche dalla prospettiva italiana, la fine del '900. Altri eventi, di recente, hanno suggerito tale esito: la Brexit prima, la vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti poi. Forse accostare questi avvenimenti e il referendum costituzionale è stato poco più di un esercizio retorico – davvero esigui i tratti comuni –, ma i tre appuntamenti elettorali hanno al contempo mostrato un filo conduttore che non può essere più sottovalutato.
Mentre i temuti contraccolpi della vittoria del “No” non vengono al momento registrati, né si attendono scenari gravemente nefasti nel breve periodo, in compenso emerge l'esaltazione della società liquida che, nei casi presi in esame, esprime una preferenza che supera qualsiasi forma ideologica o legata ai grandi contenitori politici. Il risultato del referendum costituzionale, nello specifico, rappresenta una sonora sconfitta dei promotori, che tuttavia cela una serie di contraddizioni e paradossi.
L'altissima partecipazione alla consultazione referendaria spiega come il voto sia stato percepito, in larga parte (ma non del tutto), in un plebiscito pro o contro il presidente del Consiglio e il governo. Più dal merito della riforma, l'appeal del voto è derivato dalle modalità con cui si è giunti alla riforma. È in un'ottica soprattutto numerica che si può delineare l'ampia frammentazione che sembra caratterizzare l'elettorato in questa fase.
Matteo Renzi, infatti, ha mantenuto una quota consistente del bacino elettorale conquistato alle europee del 2014, consolidando la posizione tra quanti – un perimetro ben definito – hanno visto nella sua figura una possibilità di cambiamento, ma perdendo la sfida referendaria nel campo avverso, alquanto eterogeneo e in alcuni casi ancora in via di definizione. Non è perciò riuscito a convincere una porzione importante, almeno, dell'altra metà del cielo, obiettivo fondamentale non trattandosi di elezioni politiche.
Molto può essere dipeso dall'impostazione di un'estenuante campagna elettorale, specie all'inizio. In questo senso non va neppure trascurato il contesto in cui si è agito. A dispetto di una narrazione talvolta trionfalistica, la ripresa economica italiana stenta a decollare. I miglioramenti, laddove osservati, sono poca cosa rispetto a quanto la crisi ha dissipato in questi anni. Il tasso di disoccupazione si è attestato nel mese di ottobre all'11,6%, lo 0,1% in più dello stesso periodo del 2015: poco è cambiato – ad esempio – sul fronte del mercato del lavoro.
Se per Brexit e Trump gli elettori britannici e statunitensi hanno voluto tentare il “salto nel buio”, nel caso italiano si è preferito scegliere la macchina usata. Eppure, al netto di qualsiasi considerazione tale decisione comporti – se davvero l'Italia necessita di un quadro politico e burocratico più snello o, semplicemente, di riforme strutturali e incisive che rendano più efficiente il sistema paese –, i risultati dei tre voti sembrano veicolati da un malcontento di fondo che pare sfuggire ai radar dei grandi contenitori politici.
È un segno inequivocabile dell'attuale società, che rischia di rendere poco pertinente con la realtà qualsiasi analisi che si limiti a osservare una dimensione dualistica dei comportamenti elettorali. Il 2016 dimostra che non si vota più solo per convinzioni o appartenenze, ma anche (e spesso) per esigenze e percezioni che si rinnovano di volta in volta.

(anche su T-Mag)

2 dicembre 2016

Sopravvivere alle campagne elettorali

Votare ci stressa? O, per meglio dire, campagne elettorali particolarmente tirate ci conducono alle urne più stressati? In occasioni delle presidenziali statunitensi, l’American Psychological Association ha sondato gli umori dei cittadini: il 52% degli intervistati ha ammesso di provare ansia o stress circa la scelta del nuovo inquilino della Casa Bianca, una sensazione provata dagli elettori sia repubblicani (il 59% dei casi) che democratici (55%). Ma quali dinamiche possono far emergere questi stati emotivi in prossimità del voto? “Diversi fattori possono far sentire le persone stressate dalla campagna elettorale”, conferma Nicoletta Cavazza, professoressa di Psicologia sociale all'Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia. “Il periodo che precede il voto – spiega a T-Mag – è quello in cui l’attenzione dell’opinione pubblica è più rivolta all’ambito politico e anche le persone solitamente disinteressate dedicano un po’ di attenzione a questioni per loro non molto attraenti”. Ciò si traduce in un accumulo di informazioni e stati d'animo, che a loro volta derivano dagli impulsi che riceviamo: “La maggiore attenzione porta ad un aumento della probabilità di essere esposti anche ad opinioni opposte alle proprie, cosa che di solito evitiamo. Il confronto con opinione opposte, magari argomentate anche con quelle che sembrano buone ragioni, attiva infatti emozioni negative. Per questa ragione leggiamo un determinato giornale, guardiamo una certa trasmissione e non quelle che percepiamo come molto lontane dal nostro modo di vedere e frequentiamo amici che per lo più la pensano come noi. Questa strategia ci conferma la validità delle nostre opinioni e ci gratifica. Ma durante la campagna elettorale, quando per esempio assistiamo ad un dibattito o a un confronto fra esponenti di diversi partiti, siamo inevitabilmente esposti anche alle ragioni avverse e questo ci può porre di fronte a dilemmi non facilmente risolvibili”.

«L'ILLUSIONE DEL VOTANTE»
Cavazza, autrice di diversi volumi sulla psicologia sociale, osserva che un altro fattore di stress deriva da quello che due psicologi cognitivi, Quattrone e Tversky, hanno chiamato «l’illusione del votante»: “Ciascuno di noi si sente in parte responsabile dell’esito perché ci illudiamo che la nostra scelta sarà anche quella di altri, come ne fosse la causa, ad esempio: se io non vado a votare anche altri non lo faranno. Quindi finiamo per sovrastimare il peso del nostro voto”. E il rischio di disturbi ansiogeni non si esaurisce certo qui: “Per scongiurare l’astensionismo, nei dibattiti di campagna elettorale i protagonisti enfatizzano le conseguenze negative della vittoria del fronte opposto e spesso trasmettono l’impressione che ci sia un testa a testa anche quando sono in svantaggio. Se i cittadini pensassero che una delle parti ha già la vittoria in tasca, l’astensionismo rischierebbe di essere molto elevato. I fattori che ho appena descritto sono tutti facilmente ritrovabili nell’attuale campagna referendaria. In primis l’appello alla paura delle conseguenze, una strategia abusata in questo periodo, ma anche gli altri: la percezione del testa a testa, la pervasività della campagna...”.

COME CI COMPORTIAMO (TALVOLTA)
Subito dopo l'elezione – inaspettata in larga parte – di Donald Trump, negli Stati Uniti, ma anche qui da noi, si è molto discusso dei sondaggi che non sono riusciti a immortalare correttamente il sentimento e di come i giornali abbiano perso la cognizione dell'ambiente circostante. Si è parlato a tale proposito di “post-verità”, per indicare il primato delle emozioni sui fatti. Quali processi spingono talvolta i cittadini ad alterare le risposte se interpellati sulle intenzioni di voto? “Innanzitutto – obietta la docente all'Università di Modena e Reggio Emilia – i sondaggi non sono fatti per prevedere. Sono fotografie necessariamente statiche di un clima di opinione in un momento dato. L’elezione è un’altra cosa. Ci sono elezioni dove alcune opzioni sono socialmente meno valorizzate perché magari associate a categorie poco valorizzate – le persone poco colte, le persone di provincia, eccetera... È il caso del voto per Trump, o per la Brexit. In questo tipo di elezioni le persone che vogliono votare per quelle opzioni tendono a non dirlo per una sorta di vergogna o di rifiuto di identificarsi con categorie sociali svalutate. Inoltre l’indebolimento delle identificazioni ideologiche ha reso il voto molto volatile e più soggetto alle influenze di campagna soprattutto degli ultimi giorni”.

ALCUNI CONSIGLI PRATICI PER TENERSI AL RIPARO DALL'ANSIA PRE-VOTO
Considerati tutti i fattori che possono provocare reazioni insolite o ansia, di quali strumenti i cittadini possono disporre per tenersi al riparo da una fase particolarmente “calda” del dibattito politico? “Un modo per controllare l’ansia da incertezza – suggerisce la professoressa Nicoletta Cavazza – è quello di informarsi bene, attraverso una selezione di fonti a cui diamo fiducia. Scegliere un numero limitato di criteri di decisione, per esempio posso decidere di confrontare le opzioni sul criterio delle proposte in tema di ambiente oppure di riduzione della disoccupazione... Poi discuterne con le persone di cui ci si fida. Il sostegno che viene dal confronto con la propria rete sociale è fondamentale per ridurre la complessità della decisione e per sentirsi sicuri una volta formulato un orientamento”. E infine, conclude: “Prendere delle pause dall’informazione e dai dibattiti”.

(anche su T-Mag)

30 novembre 2016

L’Europa e quell’eterno confronto Italia-Germania

La prima cosa che risalta agli occhi è il giudizio sull'adesione all'Unione europea: il 43% dei tedeschi lo ritiene un vantaggio, la stessa quota di italiani lo considera invece uno svantaggio. Analogamente, rispetto alla moneta unica, tra i tedeschi prevale l'idea che dall'euro derivino vantaggi (il 41%, ma il 30% sostiene che vantaggi e svantaggi si equivalgono) mentre tra gli italiani il 53% è convinto che siano di più gli svantaggi (la vede in maniera diametralmente opposta appena il 19%). Quando è cominciata questa dicotomia Italia-Germania, che non fosse esclusivamente calcistica? Sicuramente la crisi economica e le politiche rigoriste di Bruxelles hanno inciso parecchio su percezioni e capacità di giudizio. Mentre la Germania cresceva, l'Italia era in recessione. Così italiani e tedeschi hanno cominciato ad avere opinioni alquanto discordanti, sulla propria situazione e su quella dei vicini. Ma fino a che punto coerenti con la realtà dei fatti? A queste domande prova a rispondere uno studio commissionato dalla Fondazione Friedrich-Ebert-Stiftung, di cui si è discusso all'ambasciata tedesca, a Roma, il 30 novembre 2016. La percezione della politica italiana e tedesca rispettivamente dal punto di vista dell’altro paese non nasconde sorprese. Ad esempio in Germania ci vedono meglio di quanto facciamo noi: in una scala da 1 (“distaccata rispetto al resto d'Europa”) a 10 (“leader in Europa”) i tedeschi danno un giudizio più positivo degli italiani su potenziale economico (5,5 a 4), previdenza sociale (5,4 a 4,4), qualità della vita (6,8 a 4,6), sistema scolastico e formativo (5,8 a 4,6) e, seppure in misura minore, assistenza sanitaria (5,6 a 5,1). Le stesse voci ottengono risultati molto simili da entrambi i lati, con punteggi attorno al 7, relativamente alla posizione della Germania all'interno dell'Ue.

IL RUOLO DELLA GERMANIA E DELL'ITALIA NELL'UNIONE EUROPEA
Sulle sfide per l'Unione, italiani e tedeschi indicano priorità diverse, coerenti, però, con quelli che sono i temi più dibatutti nei due paesi. Per i primi, ad esempio, combattere la disoccupazione (48%), rilanciare l'economia (38%) e la politica in materia di rifugiati (26%) sono tra i principali compiti dell'Ue; per i secondi lo sono la politica in materia di rifugiati (43%), proteggere dal terrorismo (36%) e assicurare la pace (26%). Per quanto riguarda i problemi che destano preoccupazione, lo scacchiere internazionale – dal confronto con la Russia e la crisi in Ucraina – è preso in considerazione maggiormente dai tedeschi, gli italiani pensano più al futuro dell'integrazione europea, alla crescita debole nell'Eurozona o alle conseguenze economiche della globalizzazione. In generale, comunque, quello che emerge è un giudizio nei confronti della Germania di un paese capace di trarre maggiori benefici dalle diverse situazioni, siano i rapporti economici tra i due partner europei o dalla moneta unica. Se la maggior parte dei tedeschi reputa che il loro paese debba assumere la leadership nell'Ue, solo il 30% degli italiani la vede allo stesso modo. Ma soprattutto sono molti gli italiani – rispettivamente il 75% e l'81% degli intervistati – a sostenere che nell'ambito della crisi dell'euro la Germania dovrebbe tenere conto degli altri paesi e non abusare del proprio ruolo all'interno della Unione. E se il 78% degli intervistati italiani pensa che il proprio paese debba ricoprire un ruolo più importante nell'Unione europea, a dirsi d'accordo è il 42% dei tedeschi.

(anche su T-Mag)