7 aprile 2017

«Industria 4.0? Prima riorganizziamo il lavoro e il welfare»

La “quarta rivoluzione industriale”? Precisiamo: «Oggi in Italia ci sono tratti di prima, seconda, terza e quarta rivoluzione industriale che convivono». Parlare di Industria 4.0 e automazione dei processi produttivi significa parlare dunque di tante altre cose, prima: distribuzione della ricchezza, welfare adeguato per chi perderà il lavoro a causa dell'ingresso dei robot nelle fabbriche o negli uffici, formazione per quanti l'impiego riusciranno a mantenerlo. In sintesi governare un processo che non possiamo prevedere in quanto tempo si compirà. «Si tratta – spiega a T-Mag Giancarlo Pelucchi, responsabile Formazione e componente del Progetto Lavoro 4.0 della Cgil – di affrontare una riorganizzazione che non riguardi solo l'introduzione di nuove tecnologie, ma anche un cambiamento radicale nel mondo del lavoro e nella gestione dei flussi, con le conseguenze che tutto questo avrà inevitabilmente sulle persone». Ad esempio – sostiene Pelucchi – non è tassando il lavoro svolto dai robot (come suggerito di recente da Bill Gates) che si potranno sciogliere tutti i nodi.

Anche in Italia si comincia a parlare di Industria 4.0...
Industria 4.0 è però un termine importato su cui non c'è unanimità di lettura e interpretazione. Anche nel campo della ricerca viene declinato in modi differenti. Dal nostro punto di vista, della Cgil, siamo attenti all'impatto che avrà sull'occupazione e non solo la porzione “mangiata” dai robot. In ballo c'è una somma di fattori, uno dei quali è il periodo di crisi da cui forse siamo usciti, o forse no, che intanto ha tagliato tantissimi posti di lavoro, molto più dei robot. A seguito di una lunga crisi economica ed essendo questo un periodo di grandi rivolgimenti globali, gli scenari non sono prevedibili. Si tratta allora di affrontare una riorganizzazione che non riguardi solo l'introduzione di nuove tecnologie, ma metta insieme il cambiamento radicale nel mondo del lavoro, la gestione dei flussi e le conseguenze che tutto questo avrà inevitabilmente sulle persone: quelle che verranno sostituite dai robot, ma anche per quelle che resteranno a svolgere le proprie mansioni e per le quali tuttavia cambierà il modo di lavorare. Quindi sarà importante ragionare sulle competenze e sugli strumenti per evitare ulteriori tagli.

La ricetta, insomma, sarebbe anticipare il definitivo sviluppo della “quarta rivoluzione industriale”.
Anche in questo caso è doveroso precisare. Per quanto riguarda il nostro paese, si rilevano tratti di prima, seconda, terza e quarta rivoluzione industriale che convivono. E – paradossalmente – anche un ritorno diffuso di lavori di tipo schiavistico, non solo nelle campagne, ma spesso anche nei servizi e in pezzi dell'industria. Quindi non sappiamo se è veramente in atto una “quarta rivoluzione industriale”, quello che interessa capire è il processo di cambiamento e soprattutto – sempre dal punto di vista del sindacato – come agire per influire su quei cambiamenti.

E qual è l'approccio della Cgil al tema?
Non è di catastrofismo, ma neanche di ottimismo tecnologico. Quando ci dicono che cambierà tutto con la rivoluzione di Industria 4.0 – in verità siamo scettici anche sull'utilizzo del termine “rivoluzione”, perché è un'espressione seria, da utilizzare con cautela – nutriamo una certa diffidenza. Per questo abbiamo avviato un lavoro di analisi, ricerca e formazione dedicata. Ci interessa misurare cosa accadrà, da qui al 2030 ad esempio, e immaginare cosa potrebbe succedere grazie alla nostra azione organizzata di sindacato, un soggetto che rappresenta i punti di vista e gli interessi di chi lavora. Questo vale sia per quelli che verranno espulsi dai cicli produttivi, sia per quelli che resteranno a lavorare. Si prevede un considerevole aumento della produttività, seppure differente da settore a settore. Come verrà distribuito tale incremento di produttività? Si pone una domanda di redistribuzione, che dovrà riguardare tutte le dimensioni: la dimensione del reddito – a partire dalla dimensione del salario –, i tempi utilizzati per produrre e i saperi. I cambiamenti nelle attività avranno un impatto anche sui tempi e quindi sulla salute delle persone, ma soprattutto sui saperi.

Vale a dire?
Noi stiamo registrando enormi cambiamenti nei vari settori, nell'industria, nei servizi, nella pubblica amministrazione, ma non sempre riguardano tutti i luoghi di lavoro. Dove si osservano, però, sono sensibili, anche se non comprendono l'intero insieme dei lavoratori. Noi riteniamo che in questa fase ci sia da fare un ragionamento di alfabetizzazione, non solo digitale, in particolare per coloro che devono trovare un nuovo impiego. La promessa è stata: “Arrivano i robot, sostituiscono un po' di persone, ma ne verranno assunte molte di più perché genereranno nuovo lavoro”. È una promessa che sentiamo tante volte quando c'è un'innovazione, che viene brandita per evitare conflitti. Siccome non è una promessa del tutto priva di fondamento noi chiediamo che venga tradotta in un programma, come peraltro abbiamo chiesto unitariamente al governo. Di fronte ad un progetto si convocano le parti sociali, si illustra il passaggio e come si intende procedere dato che non può essere fatto con gli strumenti del passato. Se sono vere le premesse di Industria 4.0, cambia il lavoro, ma deve cambiare anche il welfare.

A cominciare dalla formazione, suppongo...
In Italia abbiamo un importante precedente quando negli anni '70, dopo una grande stagione di contrattazione, furono concordate le 150 ore, retribuite dalle imprese per permettere ai lavoratori di crescere di livello di studio e di certificazione delle competenze. La misura interessò migliaia di persone che erano emigrate dal Sud al Nord per andare in fabbrica e che grazie alle 150 ore erano riuscite a portare a casa il diploma della scuola elementare o della scuola media. Il tema del welfare-formazione può essere, anche oggi, costruito attraverso un mix di intervento dello Stato – leggi, finanziamenti del MIUR – e con la contrattazione. Un caso interessante è il recente accordo unitario dei metalmeccanici che introduce del tempo destinato alla formazione dei lavoratori: una quantità a nostro avviso ancora insufficiente, ma è un primo passo importante. All'epoca, negli anni '70, si trattava di alfabetizzazione, oggi di alfabetizzazione digitale. Una parte di questa attività deve essere svolta anche nelle relazioni tra le parti sociali e lo Stato, con l'ausilio di strumenti che possono essere contrattuali o fondi interprofessionali che servano a far crescere il livello del lavoratore e a certificare l'avvenuto progresso. Ma spesso le imprese sono contrarie alla certificazione, perché se si assumono delle persone per fare un certo tipo di lavoro, e dopo un percorso formativo queste ottengono un bagaglio di conoscenze e competenze superiore, è naturale chiedere che venga adeguato il loro riconoscimento nell'inquadramento.

Allargando l'orizzonte, quali altri aspetti dovrebbero essere migliorati in termini di welfare?
Il cambiamento non può essere solo “tagliare”. Si succedono i governi, cambiano le retoriche, ma la sostanza è che il welfare viene tagliato: un pezzettino di sanità alla volta, un pezzettino di sostegno al reddito alla volta. Non c'è stata una misura efficace che sia durata più di sei mesi, ma Industria 4.0 obbliga ad abbandonare questa strada. I cambiamenti non avverranno con un meccanismo on-off, non è che a una certa data l'industria da 3.0 diventerà 4.0. Non esiste un processo al mondo in cui il passaggio sia automatico, potrebbero servire dieci, quindici, o vent'anni. Allo stesso tempo, però, i cambiamenti sono continui, non è più come durante il fordismo: a maggior ragione gli strumenti dovranno essere semplici, certi e duraturi.

Comincia a diffondersi il welfare aziendale...
Vero, ma sono anni, da prima ancora che si cominciasse a parlare di Industria 4.0, che il sindacato contratta in Italia – come in tutta Europa – forme integrative sia di pensione che di sanità. In questo modo i dipendenti di alcune categorie – spesso sono fondi nazionali, altre volte sono fondi aziendali – hanno un “di più” sulle pensioni o sulla sanità. In realtà non sono strumenti particolarmente nuovi, ma rodati, che funzionano. Tuttavia, essendo una previdenza integrativa, o una sanità integrativa, non possono essere sostitutive di quelle pubbliche. Nella cultura del sindacato europeo, e di quello italiano in particolare, non ci si è limitati a occuparci dei diritti e delle tutele delle persone nei luoghi di lavoro, ma nella società. Ci deve essere quel “di più” che può essere sostenuto dalle imprese o nei contratti nazionali, ma non si può lasciare il welfare integrativo solo alle aziende, che in Italia sono perlopiù di piccole e piccolissime dimensioni. Significherebbe aprire al mercato delle polizze private che sono – rispetto ai percorsi integrativi basati sui numeri delle grandi imprese – piuttosto penalizzanti. Non bisogna perciò abbandonare l'idea che alcune cose, quando devono essere integrative appunto, si possono ottenere anche nei contratti nazionali perché ciò permetterebbe al lavoratore di un settore, qualsiasi sia la dimensione dell'impresa, di avere un beneficio dovuto all'economia di scala e alla natura mutualistica del welfare contrattato.

Tornando ai robot, Bill Gates ha proposto di tassare il lavoro delle macchine.
L'argomento delle tasse è sempre un argomento spinoso, in Italia soprattutto. La via fiscale non è necessariamente quella più efficace e comunque non può limitarsi al ragionamento sui robot.

In molti, però, ci hanno visto una possibile apertura al reddito di cittadinanza...
Non siamo contrari all'ipotesi, ma va pure detto che il reddito di cittadinanza non muta una virgola dei rapporti di forza tra i possessori di capitali e chi lavora, dipendenti, precari, autonomi, autonomi indotti. Bill Gates, ad esempio, è uno degli uomini più ricchi del mondo, ma è anche uno di quelli che impiega meno persone rispetto ad altre grandi imprese. Si è interrotto, da almeno 30 anni, il meccanismo per cui i grandi possessori di capitali sono grandi datori di lavoro, non solo a causa della finanziarizzazione dell'economia, ma per la composizione organica del capitale: i ricchi non sono più coloro che danno lavoro. Più della tassa sui robot, ci interesserebbe una tassa sui capitali, la progressività della tassazione, non le tasse flat. Un ragionamento che tenga conto, insomma, degli stock di capitali oltre ai flussi. Ci poniamo, come sindacato, il problema di come tentare di pareggiare i poteri contrattuali tra chi lavora e chi fa l'imprenditore. Per definizione il singolo imprenditore è più forte del singolo lavoratore: in qualche modo il rapporto va riequilibrato, molto più in una fase di transizione come questa. Può essere utile un discorso sul reddito di cittadinanza, ma non l'unico. Coloro che lavorano nelle imprese magari vorrebbero prima vedere aumentare il loro reddito da lavoro...

(anche su T-Mag)

31 marzo 2017

Dal fintech allo smart working, il modello Soisy

Due anni fa le società fintech individuate da Startupitalia nel nostro paese erano 115 – nel frattempo il numero potrebbe essere lievitato –, con investimenti nel settore pari a 33,6 milioni di euro, un valore quadruplicato rispetto al 2014. A livello globale, lo scorso anno, sono stati investiti oltre 17 miliardi di dollari. Il mondo delle startup sta rivoluzionando il settore finanziario e le grandi banche stanno correndo ai ripari, attraverso collaborazioni con le nuove realtà o con lo sviluppo di piattaforme online. Un impiego in banca era una volta l'emblema del posto sicuro. La verità è che solo dal 2013 al 2015, secondo i recenti dati della Faba (il sindacato di settore), in 12 mila hanno perso il lavoro. Troppe filiali sui territori, costi talvolta eccessivi, l'introduzione di servizi quali l'home banking e competitor innovativi all'orizzonte hanno contribuito al momento delicato del settore, senza dimenticare la crescente sfiducia di correntisti e risparmiatori dopo la crisi del 2007-2008. «Le banche hanno effettivamente vissuto negli ultimi anni due grossi problemi». A parlare con T-Mag è Andrea Sandro, co-fondatore di Soisy, startup nata nel 2015 e attiva nell'ambito dei prestiti tra privati. «Il primo – prosegue Sandro nel suo ragionamento – è quello relativo ai non performing loans, un macigno che si trascinavano dietro da tempo e che la crisi ha fatto emergere. Dall'altro lato la maggiore concorrenza rispetto al passato: con l'esplosione del fintech, nuove società hanno cominciato a offrire prodotti migliori ed evitando sforzi eccessivi ai clienti, considerata la riduzione dei costi. Al contrario delle banche, in precedenza abituate a dover gestire di tutto, tesoreria, prestiti, mutui o investimenti, le realtà fintech sono in grado di offrire servizi molto personalizzati. Un po' come è avvenuto in altri settori, ora anche i grandi player della finanza stanno comprendendo l'importanza della rivoluzione tecnologica. Stiamo assistendo ad una profonda trasformazione del settore in generale e, nello specifico, del ruolo della banca».

COSA È IL FINTECH E IL CASO SOISY
Servirà ancora del tempo prima che il processo si compia definitivamente, ma il trend è quello: i clienti di banche sono sempre più digitalizzati, quindi sempre meno si recano nelle filiali. Stiamo attraversando, insomma, una lunga fase di transizione. Una persona può confrontare online i diversi prodotti, prendere contatti tramite un'app e valutare le offerte che fanno al caso proprio. È in questo solco che si collocano le società fintech, che sfruttano l'ICT per la fornitura di servizi finanziari. Pietro Cesati, fondatore di Soisy, viene dal mondo delle banche. Così come Andrea Sandro. Ne hanno conosciuto vizi e virtù e, a un certo punto delle loro carriere nel settore, hanno deciso di creare una struttura capace di favorire i prestiti tra privati. La pratica si chiama peer-to-peer lending (P2P lending), o social lending: privati e aziende ricevono prestiti direttamente da altri privati e aziende, senza rivolgersi alla banca o alla finanziaria. Tale incontro avviene in un marketplace virtuale gestito dalla società, che non fa né riceve credito, ma si limita a garantirne il funzionamento. Trattandosi di un istituto di pagamento, Soisy è autorizzato e vigilato dalla Banca d’Italia. «Ci siamo costituiti a gennaio del 2015 – ricorda Sandro a T-Mag – e abbiamo richiesto subito l’autorizzazione a Banca d'Italia in qualità di istituto di pagamento. L'ok è arrivato nel mese di novembre, abbiamo poi iniziato a registrare i primi investitori ad aprile 2016, i primi richiedenti a maggio e il primo prestito lo abbiamo intermediato il mese successivo». Soisy, dunque mette in contatto i privati: «Il nostro investitore 'tipo' è una persona che ha dei soldi da parte, ma più che al rendimento è interessato a investire in maniera etica, cioè ad avere chiarezza e trasparenza su cosa sta investendo, ad esempio il progetto di un'altra persona o la ristrutturazione di un ufficio. Il richiedente, invece, si rivolge a noi perché ha bisogno di un finanziamento. Potrebbe andare in banca, certo, ma non lo fa perché probabilmente sfiduciato e preferisce un metodo più snello e immediato, accedendo da smartphone, tablet o computer». Il richiedente fornisce i dati personali, Soisy fa le dovute verifiche – gestione dei rischi, controlli antiriciclaggio... – entro le 24 ore: se approvata, chiuso il contratto con firma digitale, la richiesta di prestito viene inserita nel marketplace e associata alle proposte di investimento compatibili. Il processo può dirsi allora completato, con vantaggi da entrambe le parti e sicurezza sui tassi d'interesse applicati. «Stiamo anche cominciando ad avviare partnership con negozi fisici e piattaforme e-commerce, ovvero diamo la possibilità ai clienti di acquistare prodotti o servizi pagando a rate tramite la nostra startup», aggiunge Sandro.

IL METODO SOISY: SHARING ECONOMY E SMART WORKING
In altre parole quello che Soisy propone è una forma di sharing economy – l'economia della condivisione – adattata alla finanza, che diventa così “collaborativa”. Ma l'altro aspetto interessante, utile all'indagine di Galassia Lavoro, l'Osservatorio di T-Mag, è il metodo di lavoro che sviluppa la startup. «Oggi a Soisy lavorano nove persone – racconta Sandro –, siamo partiti da Milano e abbiamo deciso di sviluppare l'intera piattaforma in house, evitando di acquistare software esterno in modo da essere flessibili nella gestione e nell'integrazione di nuovi servizi. All'inizio, però, non avevamo sviluppatori in società e ci siamo affidati ad una software house di Cesena. Osservandoli abbiamo scoperto un mondo, in particolare quello della metodologia agile del lavoro, tipica degli sviluppatori. Loro tendono infatti ad accorciare il feedback con il cliente, interagendo il più possibile da remoto. Ogni settimana validano con il committente il prodotto che hanno sviluppato, ottimizzando i tempi. Ecco, noi abbiamo derivato tantissimo da questo approccio, sfruttando stand-up meeting e vari strumenti software in cui condividere progressi o difficoltà nell'avanzamento delle attività». Il risultato è che ognuno in Soisy può svolgere i propri compiti dalla postazione che ritiene più opportuna: «Abbiamo ovviamente una sede fisica, all'interno del Talent Garden di Milano – Calabiana, che è la più grande area europea dedicata al co-working. Chi vuole, può andare, e spesso ci raduniamo lì per le riunioni o gli incontri. Ma spesso lavoriamo a distanza, tutto quello che ci serve è un computer ed una buona connessione. È una grande opportunità per noi: alcuni nostri sviluppatori lavorano in città diverse. Oppure c'è una ragazza che si divide tra Roma e Milano. Io stesso, per esigenze personali, ho avuto necessità di passare del tempo a Roma lo scorso anno senza per questo compromettere la mia attività lavorativa». Non mancano però le strategie per mantenere intatte le relazioni face to face: «Una volta ogni quattro mesi, per una settimana, andiamo a lavorare tutti insieme in un posto che scegliamo, prendendo una casa con Airbnb o uno spazio in co-working. Siamo stati in Sardegna e poi in Trentino, fuori stagione per limare i costi. Siamo stati anche a Valencia e a fine settembre andremo a Berlino». Quali i benefici che se ne traggono? «Il remote working – risponde il co-fondatore di Soisy – ci rende più produttivi, evitando la confusione dell'ufficio. Manca la parte relazionale, comunque importante, che colmiamo con questi appuntamenti. Ad ogni modo si tratta di una condizione win-win per i dipendenti e per l'azienda perché dà la possibilità ad ognuno di noi di organizzare la propria vita. Abbiamo un orario di lavoro, che possiamo gestire come meglio crediamo. Dal lato della società, è importante scegliere le persone che hanno i tuoi stessi valori in quanto la pianificazione degli impegni si basa molto sulla fiducia reciproca. Questo ci permette di allargare l'orizzonte nella selezione dei talenti, in particolare con gli sviluppatori che spesso richiedono flessibilità e sicurezza economica. Per quella che è la nostra esperienza – conclude Sandro – il bilancio fino a qui è senza dubbio positivo».

(anche su T-Mag)

17 marzo 2017

Robot e automazione: quale futuro per il lavoro?

Automazione, robotica, intelligenza artificiale: quale futuro per le attività lavorative alla luce della rivoluzione tecnologica che sta interessando le imprese e mutando i processi produttivi? E soprattutto: a che punto siamo in Italia? È ricorrente, di questi tempi, preconizzare scenari nebbiosi – per non dire inquietanti, in alcuni casi – governati dalle macchine e dagli algoritmi, con conseguenze negative su occupazione e sulle mansioni che fin qui hanno interessato i lavoratori in carne ed ossa. Ma è anche abbastanza comune trarre conclusioni affrettate, previsioni nefaste perlopiù: in diversi studi – ad esempio in quello piuttosto recente del McKinsey Global Institute – si sostiene che la presenza dell’uomo nelle attività produttive sarà ancora indispensabile. Ma a quale prezzo? «Le tensioni che attraversano le società industrializzate, gli Stati Uniti in primis – spiega a T-Mag Marco Carricato, docente di Meccanica applicata alle macchine del Dipartimento di Ingegneria industriale all'Università di Bologna –, sono un chiaro segno che la transizione verso l’era dell’automazione massiva può non essere indolore. Il minimo comun denominatore degli interventi che si leggono sul tema è lo stimolo di una competizione crescente tra lavoratori che avranno competenze adeguate per adattarsi ai nuovi scenari e coloro che non le avranno e risulteranno, quindi, “sconfitti”». Il mercato del lavoro è oggi più esigente e in quest'ottica, a maggior ragione in Italia, la soluzione può essere l'investimento reciproco, pubblico e privato. E a quanti non nascondono un senso di inquietudine per un futuro dai contorni incerti (i robot che tolgono lavoro agli umani, per dirne una delle tante) il professore ricorda che «una scoperta scientifica non è né buona né cattiva», ma è l’uso che se ne fa a determinare le conseguenze.

Professor Carricato, partiamo dalle basi: cosa è un robot e come possiamo definirne l'utilizzo in ambito industriale?
Il concetto di robot evolve da quello di automa. I congegni che oggi chiamiamo robot sono innumerevoli e molto diversi tra loro, dai tradizionali manipolatori antropomorfi usati nelle linee automatizzate industriali agli elettrodomestici programmabili e ai veicoli autonomi. Da un punto di vista tecnico, un robot è una macchina in grado di percepire informazioni sul proprio stato e sull’ambiente, e sulla base di questi agire in maniera complessa per compiere operazioni, ad esempio, di manipolazione o locomozione. Ritengo che le parole chiave alla base del concetto di robot siano macchina, percezione, complessità, flessibilità.

Sarebbe a dire?
La flessibilità è ciò che permette ad un robot di compiere azioni differenti in contesti differenti, il che segna la demarcazione più evidente rispetto al concetto tradizionale di automazione rigida, con macchine automatiche complesse che possono svolgere azioni ripetitive in maniera estremamente efficiente, ma senza possibilità di adattarsi al cambiamento delle condizioni al contorno. Il concetto di flessibilità è stato tradizionalmente declinato in termini di programmabilità, ossia la capacità di recepire istruzioni differenti da operatori umani per svolgere compiti diversi. Oggigiorno, in realtà, i robot sono contrassegnati da gradi di autonomia sempre maggiori, al punto di essere macchine intelligenti, in grado di cambiare autonomamente il proprio comportamento sulla base delle proprie percezioni. A titolo esemplificativo, i robot tradizionali sono impiegati in ambito industriale come macchine programmabili per svolgere compiti ripetitivi, gravosi, pericolosi in modo efficace ed efficiente. Il passaggio ai robot autonomi cambia lo scenario dei possibili utilizzi industriali: si affacciano veicoli autonomi, per esempio, per operazioni di trasporto e logistica, e robot collaborativi, vale a dire robot in grado di lavorare in modo sicuro insieme agli operatori umani (cobotica).

Al di là degli scenari talvolta catastrofici che vengono diffusi sull'argomento, quali vantaggi per le aziende – anche in termini di produttività – potrebbero derivare dall'impiego dei robot nelle attività lavorative e dall'automazione nei processi produttivi?
I robot possono essere molto accurati e ripetibili, per cui sono in grado di garantire, entro un margine prestabilito e verificabile, alte prestazioni qualitative. Sono instancabili e, se le operazioni da compiere non sono estremamente complesse, anche molto veloci. Inoltre, possono lavorare in condizioni ambientali gravose, se non addirittura pericolose per gli operatori umani. D’altro canto, un robot è una macchina complessa e costosa. Tradizionalmente, si riteneva che il costo di installazione di una linea robotizzata potesse essere ripagato soltanto da alti volumi produttivi. Oggi, in realtà, i costi delle tecnologie robotiche sono giustificabili anche per volumi produttivi relativamente modesti, da un lato per il costo calante della tecnologia stessa, dall’altro per il crescente livello di autonomia e flessibilità dei dispositivi robotici, i quali consentono di distribuire i costi d’installazione su una molteplicità di lotti di volumi ridotti. Un esempio è offerto dal settore delle macchine automatiche di confezionamento. Di solito, tali macchine, complesse e costose, sono rigide, quindi progettate per manipolare determinati tipi e formati di prodotti a velocità elevatissime. Nondimeno, sempre più, all’interno di linee automatizzate, funzioni di norma compiute da gruppi automatici rigidi sono ora compiute da robot integrati alle macchine automatiche, o comunque da dispositivi attuati da una molteplicità di motori elettrici, i quali, sebbene non riproducano le architetture robotiche tradizionali, ne implementano a tutti gli effetti i principi. Lo sviluppo della cobotica, cioè la collaborazione sicura tra robot e operatori umani, amplia ulteriormente lo scenario. Ad oggi, praticamente tutti i costruttori di robot offrono a catalogo robot collaborativi, e i costi non sono proibitivi: poche decina di migliaia di euro. Ulteriori vantaggi emergono dall’implementazione di architetture interconnesse dove le macchine comunicano tra di loro e con l’esterno (internet of things) e sono in grado di prendere autonome decisioni in funzione degli scenari percepiti, per adeguarsi ad una richiesta produttiva, rispondere ad un malfunzionamento, programmare una manutenzione, eccetera. Lo scenario che abbiamo di fronte è quello di un’intera fabbrica robot.

A che punto siamo in Italia a livello di conoscenza della materia?
Dal punto di vista accademico, la robotica italiana riveste un ruolo di primo piano a livello internazionale. È sufficiente considerare l’altissimo numero di ricercatori, affiliati a università e centri di ricerca italiani, che rivestono ruoli di primo piano all’interno dei comitati scientifici, comitati editoriali e società accademiche del settore; il numero di ricercatori formati da università e centri di ricerca italiani che lavorano all’estero in laboratori all’avanguardia, nei principali paesi industrializzati; il successo dei ricercatori italiani nei progetti competitivi europei. Tutto ciò è sintomatico di una realtà avanzata, ben connessa, in grado di produrre ricerca di qualità.

E a livello di risorse per le imprese, considerando che il nostro tessuto imprenditoriale è in larghissima parte costituito da PMI?
Vi è una sempre maggiore interazione del mondo accademico con quello industriale: l’accademia “si sporca le mani” più che in passato, e le imprese si rendono conto che, al di là dei luoghi comuni che troppo spesso distorcono in modo inappropriato il pubblico sentire, all’interno delle università vi sono professionalità, competenze e operosità. Paradossalmente, proprio il tessuto delle PMI può trarre i maggiori vantaggi da questa interazione. Laddove non è economicamente giustificabile la creazione di competenze e conoscenze aziendali specialistiche, l’interazione con i centri di ricerca può diventare strategica. Tali interazioni non sono così diffuse come, ad esempio, nel modello tedesco, ma la strada da percorrere è certamente questa. La chiave può essere l’investimento reciproco. Gli investimenti pubblici e privati in ricerca, sviluppo e formazione in Italia sono solo una piccola frazione di quelli di altri paesi industrializzati. Possiamo auspicare che gli investimenti pubblici aumentino in modo significativo, ma ciò richiederebbe un cambiamento epocale nelle politiche di spesa del nostro paese. Nondimeno, industria e centri di ricerca possono autonomamente co-investire per creare valore, mettendo a disposizione infrastrutture e competenze per realizzare obiettivi comuni. Nella mia regione, l'Emilia Romagna, vedo ottimi esempi in questo senso, e ottimi risultati.

In termini economici, strutture completamente – o quasi – automatizzate quali vantaggi porterebbero alle imprese?
L’articolo di copertina del numero di febbraio 2017 della rivista IEEE (Institute of Electrical and Electronics Engineers), Spectrum, è dedicato a imminenti "ghost ship", ossia navi container completamente autonome e robotizzate destinate a coprire rotte commerciali oceaniche. I vantaggi saranno maggiore efficienza energetica, minori costi, maggiore sicurezza per merci e persone. Personale qualificato di stanza nei porti sarà in grado di gestire un’intera flotta in remoto, sostituendo il personale di bordo. Quest’esempio riporta un paradigma comune relativo al diffondersi dell’automazione: alcune tipologie di lavoro sono sostituite da altre che richiedono maggior qualificazione e competenze tecniche, soprattutto in ambito informatico. D’altro canto, in questo esempio specifico, è difficile credere che il bilancio netto in termini occupazionali possa raggiungere il pareggio. Secondo dati riportati nel numero di ottobre 2016 della rivista ASME (American Society of Mechanical Engineers), Mechanical Engineering, la quale a sua volta riporta dati dell’US Bureau of Labor Statistics, dal 2000 ad oggi il settore manifatturiero americano ha perso il 29% della propria forza lavoro – meno 5 milioni di addetti –, mentre la produzione industriale è al contrario costantemente, sebbene leggermente, aumentata. La produttività media per lavoratore è passata da 337000$/anno nel 2000 a 484000$/anno nel 2015, al netto dell’inflazione. Si stima che, anche portando sul suolo americano la produzione di tutti i manufatti che oggi gli USA importano (per un valore di 800 miliardi di dollari annui), si creerebbero negli USA solo 1.6 milioni di posti di lavoro. In sostanza, anche azzerando gli effetti della globalizzazione produttiva, l’effetto negativo dell’incremento di produttività sui posti di lavoro in ambito manifatturiero non sarebbe scalfito. Secondo il Boston Consulting Group, citato nel numero di gennaio 2017 dalla rivista ASME Mechanical Engineering, nel 2025 il costo operativo di un robot di saldatura sarà di 2$/ora, mentre oggi un saldatore statunitense guadagna in media 25$/ora.

Dalla situazione che descrive emergono potenziali insidie sul fronte occupazionale. Bill Gates ha suggerito di promuovere una tassazione destinata ai robot che svolgono lavori umani. Addirittura un imprenditore visionario come Elon Musk mette in guardia dai pericoli, in senso occupazionale, che potrebbero arrivare dalla rivoluzione tecnologica. Perché, secondo lei, persone che non possono certo essere definite nemiche dell'innovazione, parlano in questo modo?

L’automazione avrà un impatto rilevante sul lavoro industriale, sui trasporti, sull’agricoltura – in realtà, ciò è già avvenuto nei paesi industrializzati –, nonché nel mondo dei servizi per l’acquisizione e processo delle informazioni, degli acquisti, dello scambio di beni e denaro. Il rapido sviluppo dell’intelligenza artificiale (deep learning) e quindi lo spostamento della frontiera dell’automazione sempre più all’interno della sfera delle prerogative umane non può che rendere l’impatto di tale processo ancora più marcato. È per altro innegabile che l’automazione creerà altri posti di lavoro caratterizzati da maggiore qualificazione e competenza. Non ho elementi per dire se il deficit sarà negativo, ma il dubbio è legittimo.

Insomma, corriamo dei rischi...

Le tensioni che attraversano le società industrializzate (gli USA in primis) sono un chiaro segno, a mio avviso, che la transizione verso l’era dell’automazione massiva può non essere indolore. A mio avviso, il minimo comun denominatore degli interventi che si leggono sul tema è lo stimolo di una competizione crescente tra lavoratori che avranno competenze adeguate per adattarsi ai nuovi scenari e coloro che non le avranno e risulteranno, quindi, “sconfitti”. Si suol dire che, in una competizione sportiva, l’importante è partecipare: è vero. Dover competere per il lavoro, però, è un'altra cosa. Il rischio di creare una frattura (non solo all’interno di un paese, ma su scala planetaria) tra un’elite di lavoratori "competenti" ed un massa di lavoratori "incompetenti" che lottano per la sopravvivenza è una preoccupazione seria e legittima, sulla base della quale è necessario governare le trasformazioni economiche, industriali e sociali in atto. Ma tale governo è nelle mani di uomini politici, imprenditori, economisti più che di scienziati e ingegneri.

Di recente il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione in cui si richiede alla Commissione di Bruxelles di intervenire in materia di “norme di diritto civile sulla robotica”, in particolare con la creazione di uno status giuridico per i robot e di un codice etico per gli ingegneri che li progettano. Come giudica queste posizioni?
In merito alla risoluzione “Civil Law Rules on Robotics” del Parlamento europeo del 16 febbraio, ed in particolare al paragrafo secondo cui “Robotics engineers should remain accountable for the social, environmental and human health impacts that robotics may impose on present and future generations”, ammetto che mi sembra bizzarro ed opinabile. Una scoperta scientifica non è né buona né cattiva. È l’uso che se ne fa che può essere l’uno o l’altro. E tale uso solitamente è nelle mani di uomini politici, imprenditori, militari molto più che di scienziati e ingegneri. Si pensi all’uso dell’energia nucleare. Chi è responsabile per gli usi nefasti, militari e civili, che ne sono stati fatti?

(anche su T-Mag)

3 marzo 2017

L’innovazione non può essere un giustificativo per tutto

Da un lato Bill Gates, non un nemico dell'innovazione, suggerisce di tassare i robot che svolgono lavori umani. Dall'altro, in Italia, il ministro Delrio chiude in maniera piuttosto perentoria a UberPop, la versione “fai da te” di Uber, anche perché il tribunale di Milano aveva già deciso così due anni fa. Posizioni che rappresentano due facce di una stessa medaglia e che alimentano il dibattito sul futuro delle attività lavorative.

Complici alcuni eventi – qui da noi, pochi giorni fa, la lunga protesta dei tassisti contro Uber e servizi analoghi – si sta creando una strana dicotomia, tra quanti sostengono l'innovazione a oltranza e coloro che ritengono un'innovazione particolarmente spinta – preconizzando uno scenario incerto, governato dai robot, dall'automazione e dagli algoritmi – qualcosa da evitare a tutti i costi.

Tra le due posizioni, potremmo allora provare ad applicare del buon senso. L'innovazione è – e dovrà essere – il motore della crescita e di una migliore qualità della vita. Ed è per queste ragioni che l'innovazione non può – e non dovrà – tradursi in una giustificazione per tutto.

L'utilizzo di tecnologia sofisticata nei processi produttivi è una realtà già consolidata. Alcuni paesi sono più all'avanguardia, altri meno, ma è quella la direzione. Diversi studi, seppure parziali poiché il fenomeno abbiamo cominciato a osservarlo da poco tempo, sostengono che le macchine non sostituiranno le persone, semmai le metteranno alla prova con continue evoluzioni nel corso della vita lavorativa.

Questo non vuol dire che non correremo dei rischi. Alcune figure professionali verranno demansionate, alcune invece scompariranno. La tecnologia, insomma, cambierà il registro verso un percorso di conoscenze e abilità completamente rinnovate. Avremo l'esigenza di un dialogo più proficuo tra mondo accademico e mondo delle imprese, dell'alternanza scuola-lavoro, di corsi di aggiornamento. Formazione, formazione e ancora formazione.

Ecco perciò che dovremmo metterci d'accordo su alcuni aspetti, soprattutto da un punto di vista dialettico. Delle due, l'una: o servono competenze all'altezza delle mansioni che l'innovazione sta trasformando in lavori, oppure non servono. Poiché servono, come suggeriscono i più autorevoli istituti, la domanda diventa: è da ritenersi giusto che chiunque, sfruttando le piattaforme online che offrono servizi agli utenti, possa improvvisarsi professionista in un determinato ambito quando in realtà non lo è?

E poi: può un mercato del lavoro ancora convalescente – chiaro riferimento al nostro – assorbire tutte le competenze oggi richieste? Perché la contrapposizione riguarda pure il mondo delle imprese, quelle non in grado di stare al passo e che perdono posizioni e quelle che faticano a trovare personale altamente qualificato, per carenza di skills.

In “Galassia Lavoro”, l'Osservatorio di T-Mag, abbiamo notato che troppo spesso si confondono concetti e si mescolano universi paralleli: la sharing e la gig economy non sono la stessa cosa e non generano lo stesso tipo di ricchezza. Il primo modello, quello della condivisione, può essere utile per mettere a reddito gli asset di cui già disponiamo. Il secondo è quello degli interventi on demand, che dà la possibilità ai liberi professionisti di accumulare reddito negli archi di tempo in cui manca il lavoro, o arrotondare se il lavoro non è sufficiente a soddisfare i propri bisogni.

Alcune proposte sono ibride – UberPop sicuramente è una di queste, niente a che vedere con BlaBlaCar –, altre si muovono su campi ben marcati. L'app economy – allargando così il nostro orizzonte – avrà negli anni a venire un seguito sempre più esteso. Muteremo definitivamente i nostri standard di consumo, ma ciò non potrà avvenire ai danni di lavoratori sottopagati o pagati a cottimo. Né potrà avvenire ai danni degli stessi consumatori. Qualche regola, nel massimo della condivisione come lo spirito del tempo impone, dovremo pur darcela.

Allo stesso modo, dal lato delle imprese che si avviano all'automazione, sarà doveroso recepire – perché l'innovazione è in questo senso fucina di opportunità – le sfide della quarta rivoluzione industriale: mansioni più qualificate, stipendi più alti. Orari flessibili ma non a scapito della produttività, forme di welfare aziendale e di tutele che non siano per forza incardinate in una concezione vetusta del lavoro.

Se è alla crescita e ad una superiore qualità della vita che stiamo mirando, non dobbiamo commettere l'errore di giustificare qualsiasi cosa in nome dell'innovazione. Che invece andrà salvaguardata dai tentativi di sabotarla con soluzioni rapide e livellate verso il basso. L'innovazione è – e resterà – il più efficace degli antidoti alle crisi economiche solo se riusciremo a ottimizzarla con intelligenza e saggezza.

(anche su T-Mag)