20 luglio 2018

Le attività lavorative del futuro? Oggi ancora non esistono

C'è uno studio, in particolare, che viene citato quando si parla di intelligenza artificiale, robot e automazione dei processi produttivi. È quello del World Economic Forum, presentato nel 2016, secondo cui a fronte di due milioni di posti di lavoro creati se ne perderanno sette milioni, per un saldo negativo di cinque milioni. E questo in un lasso di tempo piuttosto breve (anche se, è bene precisare, lo studio non addossa la responsabilità di tale stravolgimento alla sola tecnologia, altri fattori – quali la demografia e i flussi migratori – contribuiranno a ridefinire in maniera più o meno significativa il perimetro del mercato del lavoro). Pessimismo a parte – più volte abbiamo ricordato su queste pagine che altri studi e lo stesso World Economic Forum offrono al riguardo spunti diversi –, è giunto ora il momento di interrogarci se ci stiamo facendo le giuste domande nello sforzo di immaginare scenari e possibili soluzioni.

Quale futuro per le attività lavorative? Questa, tanto per cominciare, sarebbe una domanda opportuna. È probabile che le analisi sulle mansioni che «non spariranno» nonostante l'avvento della “quarta rivoluzione industriale” possano – presto o tardi – trovare smentite. Per la serie: nessuna indagine, anche la più ottimistica, può del tutto escludere l'eventualità che i lavori per cui oggi c'è molta richiesta (si pensi a quelli destinati alla cura della persona) domani saranno altrettanto necessari. Del tema se ne è discusso il 19 luglio al MAXXI di Roma con Giovanna Melandri, l'ex premier Paolo Gentiloni e il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, durante la presentazione del libro Il lavoro del futuro del giornalista del Sole 24 Ore, Luca De Biase. L'autore parte da una semplice, ma fondamentale considerazione: «Nella trasformazione tecnologica ed economica di questi anni, sul lavoro del futuro si addensa una nebbia che occorre diradare». Dunque, «verso quali studi conviene indirizzare i ragazzi?»; «come ci si aggiorna per mantenere vive le opportunità professionali?»; «e a difendersi dalle ingiustizie?»; «come si fanno valere il merito e l’integrità?»; «quali politiche si possono chiedere ai governanti che vogliono risolvere i problemi?».

Interrogativi che vale la pena esplorare. Perché a proposito di studi, di recente ancora il World Economic Forum sostiene che il 65% dei bambini che oggi frequentano le scuole elementari da adulto farà un mestiere che ad ora non esiste. Messa così la strada appare in salita, con le nuove generazioni impegnate in un percorso di studi che, con ogni probabilità, risulterà obsoleto in un futuro non molto lontano. «La risposta – è il parere di De Biase – sta nella capacità di interpretare e progettare le nostre competenze». Al momento, però, sembra esserci più incertezza che visione strategica. Tuttavia molte imprese (anche in Italia) stanno favorendo lo sviluppo di competenze tra i propri dipendenti, nel tentativo di ridurre le inefficienze. Secondo il sondaggio condotto dall’Osservatorio Industria 4.0 della School of Management del Politecnico di Milano Industria 4.0: Produrre, Migliorare, Innovare, il 50% delle imprese interpellate dichiara di aver concluso o avviato una valutazione delle competenze digitali e più di una su quattro (26%) ha intenzione di farlo in futuro. Dalle analisi emergono cinque principali competenze utili in chiave 4.0: applicazione lean manufacturing 4.0, gestione della supply chain digitale, cyber-security, manutenzione smart e relazione persona/macchina. Prevedere il futuro è logicamente impossibile, serviranno pertanto visione e pragmatismo – in un percorso che includa pubblico e privato, università e imprese – per riuscire a governare tale processo. E tornare a «progettare», costruire qualcosa di nuovo.

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19 luglio 2018

Le opportunità dell’Africa: il caso del settore aereo

L'Africa è un continente ricco di opportunità. Quella che potrebbe sembrare a prima vista la più classica delle frasi fatte, sintetizza in realtà un quadro d'insieme molto complesso: dinanzi alle situazioni talvolta drammatiche che interessano ancora oggi molti paesi africani, il contributo del continente alla crescita mondiale è stato determinante negli ultimi anni. E pur in presenza di grosse criticità, i mutamenti politici e sociali in atto ormai da diverso tempo hanno incoraggiato gli investimenti diretti esteri, con una massiccia presenza cinese in molte regioni dell'Africa. Assolombarda, non a caso, indica la relazione con il continente africano tra le sfide di medio-lungo periodo per l’Italia. Negli ultimi 15 anni, infatti, «la sua economia è cresciuta in modo sostenuto lasciandosi alle spalle un quarto di secolo di stagnazione e arretramento nel reddito pro-capite». Ma come veniva notato nel report di fine 2017, dedicato all'espansione globale, non è stata l'industrializzazione a trainare l'inversione di tendenza – a differenza di quanto si è potuto osservare tra gli emergenti asiatici –, bensì la transizione dall'agricoltura al terziario. «Senza industria, però, la produttività cresce più lentamente e non è facile prevedere quale modello economico possa garantire un ulteriore e prolungato sviluppo», afferma Assolombarda.

Tra le questioni che da vicino interessano il continente africano, che avranno cioè un impatto sullo sviluppo dell'area, un ruolo fondamentale lo giocheranno la stabilità politica, la lotta alla corruzione e la demografia. Ciò è vero anche per quanto riguarda le relazioni interne. La ripresa del dialogo tra Eritrea ed Etiopia dopo 20 anni di conflitti di fatto, dovuti perlopiù a dispute territoriali, che si sta concretizzando da alcune settimane, ha permesso la partenza, il 18 luglio, del primo volo commerciale tra i due paesi, dalla capitale etiope Addis Abeba.

Non è un esempio buttato a caso. Si tratta, anzi, di un fatto che da solo spiega molto dei ritardi che ancora si osservano in quelle zone, sebbene le relazioni diplomatiche tra paesi spesso complicate – quasi un eufemismo, nello specifico, per Eritrea ed Etiopia – non rappresentino l'unico freno alla crescita e allo sviluppo. Come scrivono Gabriella Baldassarre e Ivano Gioia del Gruppo Sace in una delle pubblicazioni Sasso nello stagno (dicembre 2017) – focus su specifiche aree geografiche o settori – «il settore aereo in Africa Sub-Sahariana è in crescita da diversi anni: sia il traffico passeggeri sia la capacità passeggeri sono in aumento di circa il 4% annuo in media dal 2011 e l’International Air Transport Association (IATA) stima per il 2017 tassi del 7,5% e del 7,9% rispettivamente, superiori alla media globale». Eppure siamo alle solite perché le potenzialità del settore nel continente africano restano ancora inespresse: «Nonostante accolga circa il 16% della popolazione mondiale, l’Africa rappresenta appena l’1,4% dei passeggeri sul traffico aereo complessivo e il 3,1% della flotta totale nel 2016. La capacità, inoltre, è distribuita in modo non uniforme nel continente: i principali corridoi aerei si snodano a est, allungandosi tra i tre principali hub in Etiopia, Kenya e Sudafrica. L’Africa Occidentale non ha simili hub e l’Africa Centrale è a malapena servita. I governi di Nigeria e Ghana hanno di recente manifestato il proprio impegno nel trasformare i rispettivi stati in poli per l’aviazione e la Costa d’Avorio ha da poco finalizzato l’acquisto di cinque nuovi aerei per espandere la flotta del vettore nazionale con il supporto dell’African Development Bank».

Di certo non mancano le difficoltà economiche, proseguono gli autori dell'analisi: «Nonostante l’industria globale registrerà profitti netti per 31 miliardi di dollari stimati nell’anno in corso (2017, ndr), le compagnie aeree africane incorreranno in perdite stimate per 800 milioni. La minore disponibilità economica della popolazione legata al rallentamento nei principali paesi è tra le cause alla base dei bilanci in perdita delle compagnie aeree locali». In più, secondo un recente rapporto IATA, «l’industria dell’aviazione mondiale ha 1,2 miliardi di dollari “intrappolati” in alcuni paesi africani, tra cui Angola, Eritrea, Etiopia, Mozambico, Nigeria, Sudan e Zimbabwe, dove la carenza di valuta forte e le restrizioni al rimpatrio dei profitti in dollari hanno causato perdite ingenti per le compagnie aeree internazionali. Problematiche peraltro simili a quelle che le imprese italiane si trovano spesso a fronteggiare in questi paesi nell’attività commerciale con imprese e banche locali». 

Non serve molto per comprendere come l'implementazione di nuovi strumenti, regole più snelle e il rafforzamento infrastrutturale rappresentino elementi imprescindibili per il pieno sviluppo di un continente che ha tutto per trasformare la sua potenza in energia, ma non ancora abbastanza per mettere le proprie risorse a sistema. «Occorrono progressi più incisivi affinché il settore possa raggiungere il suo pieno potenziale e apportare i benefici economici e sociali attesi», per dirla con il Gruppo Sace. Dall'armonizzazione delle normative tra i governi dell’area ai maggiori investimenti in nfrastrutture («aeroporti e reti di trasporto e collegamento tra le principali città»), passando per solidi sistemi di sicurezza. Ambiti, viene peraltro sottolineato, in cui le imprese italiane possono trovare interessanti opportunità di business.

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14 giugno 2018

Stop al QE: cosa significa e quali conseguenze

La notizia era nell'aria, adesso è arrivata la conferma: da gennaio la Banca centrale europea interromperà il quantitative easing, il programma di acquisto di titoli di Stato avviato a inizio 2015. I tassi d'interesse resteranno fermi ai minimi almeno fino alla prossima estate. «Dopo settembre 2018 e in subordine al fatto che i dati in arrivo confermino le stime di medio termine d'inflazione, il tasso mensile degli acquisti netti di titoli sarà ridotto a 15 miliardi fino a fine dicembre 2018, e che a quel punto gli acquisti netti termineranno», fa sapere la BCE.
Cosa è il quantitative easing e perché è stato adottato dalla Banca centrale europea? L'istituto di Francoforte ha agito sulla spinta di alcune esigenze. La prima era contrastare la deflazione, ovvero la diminuzione del livello generale dei prezzi a causa della debolezza della domanda di beni e servizi (che si traduce in ripercussioni negative sull’economia, in particolare per produzione e occupazione); sua prerogativa, infatti, è mantenere il livello dell’inflazione prossimo al 2%. La seconda era stimolare l’economia dell’Eurozona, che si trovava in una prolungata fase stagnante dopo gli anni di crisi profonda. Il programma è proseguito a lungo al ritmo di 60 miliardi di euro al mese (ampliato a 80 miliardi a inizio 2016 e di nuovo a 60 alla fine dello stesso anno), per poi essere dimezzato verso la fine del 2017. Nell'ultimo trimestre del 2018 gli acquisti netti di titoli verranno ridotti a 15 miliardi di euro, fino a dicembre.
Si è trattato di un percorso graduale quello che ha condotto l'Eurozona verso una normalizzazione della politica monetaria. Era giugno 2017 quando il presidente della BCE, Mario Draghi, ricordava come dall'inizio degli acquisti di titoli pubblici l'economia dell'area dell'euro fosse cresciuta del 3,6%. Nel frattempo sono migliorati i livelli occupazionali e anche la domanda interna ha registrato una risalita. Il rallentamento del QE avvenuto nei mesi scorsi, tuttavia prolungandolo rispetto ai piani iniziali, è stata una mossa prudente alla luce di un'inflazione che ancora non riusciva ad attestarsi su valori stabili. Tradotto: i riflessi sull'economia reale si sono rivelati meno robusti del previsto, o comunque non in grado di mettere definitivamente a sistema le misure fin qui adottate. L'ingente iniezione di liquidità che serviva (e serve) a finanziare imprese e famiglie ha viziato, talvolta, giudizi e prospettive. Serviva altro tempo evidentemente, ma ora che secondo le nuove stime l'inflazione crescerà al ritmo dell'1,7% l'anno nel periodo 2018-2020, Francoforte ha deciso di procedere con l'interruzione del programma.
Le misure espansive della BCE, pur tra alti e bassi, sono state fondamentali per rivitalizzare il ciclo economico, nell'Eurozona così come in Italia. L’effetto più immediato è stato il deprezzamento dell’euro: un costo del denaro più basso è favorevole a chi vuole acquistare casa o rinegoziare un mutuo in essere. Inoltre, la maggiore liquidità a disposizione delle banche, ha migliorato e incentivato i prestiti alle imprese, contrastando la stretta del credito che è stata tra i peggiori “mali” della crisi economica. Elementi che, insieme tra loro, hanno agevolato in particolare le imprese orientate all'export, incrementando così la competitività dell’Eurozona. La decisione della BCE va in una direzione in linea teorica positiva, perché sta a significare che complessivamente l'economia ha raggiunto uno step per cui non necessita di ulteriori misure eccezionali che la sostengano. Al tempo stesso il mantenimento dei tassi su valori minimi suggerisce una prudenza – con ogni probabilità si intravedono ancora dei fattori di rischio – a cui Francoforte per il momento preferisce non rinunciare.
Resta però un fatto: il QE e i tassi al minimo (iniziative che ad esempio hanno fatto risparmiare molti soldi all'Italia di interessi sul debito) non rappresentano la normalità, bensì l'eccezione. Niente più scuse, allora: adesso capiremo se il ciclo economico è ripartito sul serio.

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13 giugno 2018

Il fenomeno migratorio, un quadro d’insieme

Il caso Aquarius è stato l'ultimo capitolo, per così dire, di un tema tanto più vasto e da tempo sotto osservazione, quello dei flussi migratori verso l'Italia. Al di là delle polemiche e dei giudizi di merito rispetto alle ultime vicissitudini, è possibile tracciare un quadro d'insieme. Si potrà notare, allora, che la questione è molto complessa e che neppure i numeri, da soli, sono in grado di dare una risposta esaustiva al fenomeno migratorio e alle sue implicazioni.

Proprio oggi è stato diffuso dall'Istat il bilancio demografico nazionale, di cui i flussi migratori rappresentano «una voce importante». Un po' perché in 30 anni la componente straniera ha contribuito alla crescita della popolazione residente nel nostro paese (controbilanciando il saldo naturale negativo), un po' perché va considerata anche l'emigrazione di tanti italiani. In ogni caso nell'ultimo periodo il saldo migratorio è più contenuto. Gli iscritti in anagrafe provenienti da un Paese estero – spiega l'Istat – sono stati oltre 343 mila nel 2017 (cittadini stranieri nell’87,7% dei casi). Gli italiani che rientrano dopo un periodo di emigrazione all’estero sono oltre 42 mila, in crescita rispetto al 2016 di oltre 4 mila unità».

Aspetto importante: oltre il 50% degli stranieri residenti in Italia è cittadino di un paese europeo (2,6 milioni di individui), oltre il 30% (1,6 milioni) di un paese dell’Unione. «Tra i cittadini europei, provengono dagli Stati dell’Europa centro orientale non appartenenti all’Ue più di 1 milione di persone. Gli Stati africani sono rappresentati per un ulteriore 21,3%, prevalentemente cittadini di Paesi dell’Africa settentrionale (12,7%) e occidentale (7,3%); più o meno la stessa quota sul totale (20,5%) spetta ai cittadini dei paesi asiatici (oltre 1 milione di persone per entrambi i continenti). Il continente americano conta oltre 370 mila residenti in Italia (7,2%), quasi tutti cittadini di Paesi dell’America centro meridionale (6,9%). Completano il panorama, con percentuali molto esigue, i cittadini dell’Oceania e gli apolidi». Complessivamente, sono presenti in Italia poco meno di 200 nazionalità. «Le prime dieci cittadinanze in ordine di importanza numerica da sole – afferma ancora l'Istat – raggruppano il 63,7% del totale dei residenti stranieri (3.277.759 individui), le prime cinque il 50,1% (2.574.815). La collettività più numerosa quella rumena con 1.190.091 residenti, il 23,1% del totale. Seguono i cittadini dell’Albania (440.465, l’8,6%), del Marocco (416.531, l’8,1%), della Cina (290.681, il 5,7%) e dell’Ucraina (237.047, il 4,6%)».

Fin qui tutto bene, trattandosi di dati relativi a persone regolarmente residenti. Il difficile viene quando le stime interessano chi raggiunge il paese in modo irregolare, i richiedenti asilo, la distribuzione nel resto d'Europa (al netto dei regolamenti in vigore e dei tentativi o proposte di riforma dell'ultima versione dell'accordo di Dublino). Stando agli ultimi dati del Viminale, pubblicati peraltro in queste ore, la situazione relativa al numero dei migranti sbarcati a decorrere dal 1 gennaio al 13 giugno 2018 comparati con i dati riferiti allo stesso periodo degli anni 2016 e 2017, si osserva un netto calo. Nel 2016 – nel periodo di riferimento – erano stati 54.815, nel 2017 si arriva a 65.427 di cui 62.810 provenienti dalla Libia. Quest'ultimo spunto è molto importante. Ad ora, quest'anno, il numero di migranti sbarcati sulle nostre coste si attesta a 14.486, di cui 9.832 provenienti dalla Libia (-84,35% rispetto al 2017), per effetto, si può dedurre, degli accordi stipulati con le autorità libiche dal precedente governo, in particolare dall'ex ministro dell'Interno, Marco Minniti. Al 13 giugno 2018 quelle tunisina (20%) ed eritrea (15%) sono tra i migranti le nazionalità più rappresentate.

Dai dati sui richiedenti asilo, forniti dal Dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione del ministero dell'Interno, emerge che nel 2017 sono state accolte il 41% delle domande su un totale di poco più di 130 mila, ripartite in questo modo: 8% rifugiati, 8% sussidiaria (che rientrano nell'ambito della protezione internazionale: il rifugiato è un cittadino straniero il quale, per il timore fondato di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o opinione politica, si trova fuori dal territorio del paese di cui ha la cittadinanza e non può o non vuole avvalersi della protezione di tale paese; il secondo caso riguarda il cittadino straniero che non possiede i requisiti per essere riconosciuto rifugiato ma nei cui confronti sussistono fondati motivi di ritenere che, se ritornasse nel paese di origine, o, nel caso di un apolide, se ritornasse nel paese nel quale aveva precedentemente la dimora abituale, correrebbe un rischio effettivo di subire un grave danno) e il 25% umanitaria (che ad esempio può comprendere le persone con gravi problemi di salute o provenienti da paesi afflitti da catastrofi naturali, per le quali è impossibile procedere a un rimpatrio). Il 58%, invece, sono state rifiutate (l'1% riguarda altri esiti, che possono andare dall'inammissibilità alla rinuncia).

All'inizio di quest'anno qualche polemica era stata suscitata dalla posizione espressa dal presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, secondo il quale «più del 95% dei migranti registrati in Grecia e Italia sono stati ricollocati» secondo il meccanismo approvato nel 2015 dall'UE per il triennio 2015-2018. Juncker aveva ragione, ma – come si capisce dalle sue stesse parole – la percentuale riguardava solo i migranti registrati. Al contrario, basandosi sulle stime iniziali, si può scoprire che la quota è stata in verità molto più bassa. Dai dati proprio della Commissione europea, riproposti tra gli altri da Business Insider, si osserva infatti uno scenario diverso. La Germania, a marzo 2018, ha accolto 10.282 migranti su 27.536 stabiliti, mentre Francia e Spagna hanno accettato 4.944 e 1.358 richiedenti asilo su un obiettivo che era pari rispettivamente a 19.714 e 9.323.

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