11 ottobre 2018

Gli Stati Uniti a poche settimane dal voto di midterm

Manca poco meno di un mese alle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti, un appuntamento fondamentale per la politica americana. In primo luogo perché rappresenta un termometro affidabile (ma non esaustivo) di quello che è il giudizio complessivo nei riguardi dell'amministrazione in carica, ma soprattutto perché si tratta di un voto che può ridisegnare la geografia del Congresso, ostacolando o rafforzando l'azione del presidente. Non a caso Donald Trump, nelle ultime settimane, ha battuto molto il tasto, arrivando addirittura a paventare ingerenze cinesi allo scopo di veder emergere i democratici ai danni dei repubblicani. Alcune questioni tecniche, prima. Le midterm si terranno il 6 novembre, in palio ci sono i 435 seggi alla Camera (qui il mandato è biennale) e 33 dei – più due elezioni suppletive, che fanno 35 – 100 seggi al Senato, dove il mandato dura invece sei anni: per questo motivo ad ogni elezione si rinnova un terzo dell'Aula. Si voterà anche a livello locale in diversi Stati per le cariche di governatore, non una cosa di poco conto. Attualmente la maggioranza è repubblicana, i democratici dovrebbero ottenere qualcosa in più di 20 seggi per scalzare i rivali. Una missione che ad oggi non sembra impossibile: i candidati democratici sarebbero avanti nei sondaggi anche nei collegi ritenuti in bilico (l'ultimo sondaggio Washington Post-Schar School registra un 50-46 a favore dei democratici). Trump, le cui politiche sono di solito controverse e molto dibattute, vorrebbe evitare lo status di anatra zoppa in quanto privo di maggioranza al Congresso, anche se la definizione non è qui del tutto corretta perché indicherebbe piuttosto il periodo di transizione che passa tra l'elezione del nuovo presidente a novembre e l'effettivo insediamento di quest'ultimo a gennaio.

COME L'AMERICA SI PRESENTA AL VOTO DI MIDTERM
Forse è opportuno precisare: come l'America di Trump si presenta al voto di midterm. E per spiegare a quale America di Trump è giusto fare riferimento, è per il momento sufficiente considerare che la campagna elettorale è incentrata parecchio sulle questioni interne (quali sanità, istruzione, armi, immigrazione) e relativamente poco sui grandi temi internazionali, dalle relazioni più distese con la Corea del Nord alla guerra dei dazi con la Cina, dalle tensioni con l'Iran fino alle recenti scaramucce con l'Unione europea e al Russiagate che ancora interessa molto da vicino l'inquilino della Casa Bianca e le persone del suo staff nel periodo elettorale. E anche le dimissioni di Nikki Haley da ambasciatrice statunitense alle Nazioni Unite – notizia abbastanza fresca – non è un tema prioritario (salvo sorprese) in vista dell'imminente appuntamento elettorale. I repubblicani – non contando ora i sondaggi – arrivano alle elezioni di metà mandato “forti” di alcuni successi recenti per l'amministrazione. Due su tutti. Il primo: la rinegoziazione (a vantaggio degli Usa) del trattato di libero scambio con Messico e Canada (il nuovo Nafta che prevede, tra le altre, la produzione di auto di cui il 75% dei componenti dovrà essere di origine nordamericana e salari a 16 dollari l'ora, il che obbligherà le compagnie automobilistiche ad adeguare i parametri anche negli stabilimenti in Messico oppure a mantenere la produzione entro i confini statunitensi). Il secondo: la nomina di Brett Kavanaugh a giudice della Corte Suprema, nonostante i guai emersi dopo le accuse di molestie sessuali da parte di alcune donne per fatti risalenti a diversi anni fa. Attenzione, però: il nuovo Nafta dovrà passare per l'ok del Congresso e con le elezioni alle porte l'esito non è così scontato. In ogni caso sono entrambe vittorie importanti per Trump, in grado di rafforzare la sua base elettorale. Altro tassello fondamentale, i dati positivi che giungono dal mercato del lavoro: il tasso di disoccupazione si è attestato a settembre al 3,7%, ai minimi dal 1969 e in calo rispetto al 3,9% di agosto. Anche se va precisato che il mercato del lavoro in America nasconde sempre molte insidie, pure al cospetto di una disoccupazione quasi azzerata. Per rendere l'idea: il tasso di partecipazione alla forza lavoro (indicatore che riguarda tanto chi ha un impiego quanto chi è in cerca) resta invariato al 62,7%, in miglioramento rispetto agli anni della crisi, ma su livelli tra i più bassi dalla fine degli anni settanta. In più non convince granché il ritmo di crescita dei salari, giudicato ancora lento.

GLI AMERICANI E IL VOTO

Non deve stupire se i democratici stanno pungolando le minoranze, di solito inclini a votare per loro, per convincerle a recarsi alle urne il 6 novembre (da segnalare, poi, l'impegno costante dell'ex presidente Barack Obama). C'è anche da considerare che, proprio tra le file democratiche, si stanno facendo largo – vincendo clamorosamente le primarie – candidati giovani, progressisti e talvolta appartenenti alle minoranze. Il caso più famoso, neanche a dirlo, è quello di Alexandria Ocasio-Cortes, 28enne di origini portoricane nata nel Bronx, già sostenitrice di Bernie Sanders, capace di battere alle primarie del 14esimo distretto di New York un politico esperto e molto influente nel partito come Joe Crowley. Non deve stupire neppure che il presidente in persona – Donald Trump – abbia pubblicato un editoriale su Usa Today per attaccare i democratici, accusandoli di essere dei socialisti che vogliono introdurre un sistema sanitario di tipo universale (modello Sanders, nel 2016) che però recherebbe danni all'economia statunitense. È molto probabile che, nel bene e nel male, proprio Trump sarà decisivo per l'esito del voto. Secondo un'indagine condotta dal Pew Research Center a settembre e diffusa a inizio ottobre, la grande maggioranza degli elettori registrati che sostengono i candidati democratici (85%) ritiene che sia responsabilità del governo federale assicurarsi che tutti gli americani abbiano una copertura sanitaria. La quota di chi la pensa allo stesso modo scende drasticamente tra gli elettori repubblicani (24%). Cambiano le percentuali, ma su altri temi il trend è più o meno lo stesso: quanti credono che il paese debba fare di più per garantire pari diritti alle minoranze e in particolare ai neri rispetto ai bianchi sono soprattutto elettori democratici, di contro la riforma fiscale convince tanto di più gli elettori repubblicani. Sull'immigrazione entrambe le parti sostengono in quote significative che migliorare la sicurezza delle frontiere e contestualmente creare un sistema che permetta a chi è in America illegalmente di diventare un cittadino se rispetta determinati requisiti siano delle priorità, nonostante la netta differenza di coloro che la pensano solo in un modo o nell'altro: gli elettori repubblicani propendono maggiormente per la prima istanza, quelli democratici per la seconda. Le diversità di vedute emergono anche per quanto riguarda l'introduzione di nuove tariffe sui prodotti importati e sulle tasse. In quest'ultimo caso molto dipende anche dalla disponibilità economica delle famiglie: al diminuire del reddito familiare aumenta il grado di disapprovazione nei confronti della riforma voluta dall'amministrazione Trump.

(anche su T-Mag)

13 settembre 2018

Le nuove regole sul diritto d’autore, una “rischiosa occasione”

La materia è complessa perché potrà riguardare diversi settori, dal giornalismo alla musica, passando per qualsiasi tipologia di contenuti diffusi online. Un contenuto condiviso su una piattaforma – che ciò avvenga su Facebook o su un aggregatore stile Google News è questione di poca importanza, la direttiva pone dei vincoli (e dei limiti) ai colossi del web in generale – non sarà più fine a se stesso, ma genererà un'entrata per gli editori, cioè i primi responsabili della diffusione di quel dato contenuto. Ora questa spiegazione è fin troppo elementare e non dice tutto. Ma è il motivo per cui la maggior parte degli editori oggi esulta per quella che è una base di partenza – approvata dal Parlamento europeo mercoledì – in tema di riforma sul rispetto del diritto d'autore. A livello comunitario le regole sul copyright erano ferme al 2001 e considerata l'evoluzione di Internet e dell'uso sfrenato che facciamo dei social media una revisione poteva effettivamente apparire quantomeno opportuna. Il rischio che si sta però correndo – è bene ricordare che siamo solo all'inizio di un percorso che vedrà impegnati nei diversi passaggi Parlamento europeo, Commissione e Consiglio – è di sprecare un'occasione, altrimenti preziosa.

Non possiamo, infatti, non contestualizzare quanto si sta decidendo sul diritto d'autore. Gli articoli più controversi della direttiva – lo avrete letto un po' ovunque – sono l'11 e il 13. Il primo stabilisce che i singoli Stati UE devono assicurarsi che gli editori ricevano i “giusti” compensi dalle grandi piattaforme (Facebook e Google, ad esempio) per i contenuti ospitati e il vantaggio – economico – che da essi deriverebbe. Che è un po' la sintesi della richiesta degli editori. Dall'altro lato, di conseguenza, non si può escludere un disimpegno da parte delle piattaforme che vedrebbero, in questo modo, sconveniente una fruizione massiva di un determinato contenuto. Anche perché – è, sintetizzando, la posizione delle grandi aziende online – gli editori già beneficiano delle condivisioni o segnalazioni di link esterni, in termini di visualizzazioni e soprattutto di traffico generato. Che tradotto brutalmente significa remunerato, a patto – ribattono gli editori – che gli utenti leggano l'articolo originale indicizzato da Google. In caso contrario a monetizzare è solo il motore di ricerca. Siccome i modelli di business online non sono ancora definitivi – nonostante i casi di successo oggi più evidenti di quanto non lo fossero soltanto dieci anni fa – viene spontaneo chiedersi se una tale procedura non sia dannosa per i piccoli editori (magazine o giornali online) già nell'immediato e per i grandi network – salvo accordi preventivi e fruttuosi per entrambe le parti con le piattaforme – nel lungo periodo. A questo punto dobbiamo pure considerare, nell'attuale fase del mondo informativo con lo sviluppo di una moltitudine di siti dediti alle fake news, che un freno poteva apparire ormai necessario, molto più che i social rappresentano l'ambiente “naturale” in cui prolificano le notizie false e tendenziose. Ma a scapito degli stessi editori, specialmente se di piccole dimensioni? Il pericolo è reale.

L'altra discussione riguarda l'articolo 13, appunto. È la più semplice da un lato, ma la più restrittiva dall'altro. In sostanza si prevede che le piattaforme blocchino la pubblicazione di contenuti protetti dal diritto d'autore in assenza delle opportune licenze e concessioni. I detrattori lo ritengono un potenziale stop alla libera circolazione di opere e di idee; i favorevoli (non a caso, nella fattispecie, soprattutto società dell'industria audiovisiva) la ritengono una misura utile a garantire, di accordo in accordo, un modello a maggiore tutela del copyright. Ma anche qui, il rischio di un pastrocchio è più di un'ipotesi. Alla luce dei fatti appare del tutto plausibile che siamo ancora all'inizio, che l'arte del compromesso servirà come il pane nei prossimi mesi al fine di evitare di scontentare una o tutte le parti in causa, fruitori compresi. La direttiva può essere ancora migliorata, sebbene quella approvata dal PE sia stata già modificata rispetto alla precedente stesura.

(anche su T-Mag)

10 agosto 2018

Never tee Stop, nuova frontiera della moda e dello smart working

Non chiamatelo social network, sarebbe riduttivo. Never tee Stop è piuttosto un Social Fashion Lab, una piattaforma interattiva dedicata al mondo della moda, dove designer, stylist, fotografi, influencer e altre figure professionali possono mettersi in contatto, condividere e creare progetti o collezioni. Alla piattaforma – che già può vantare il coinvolgimento di numerose accademie sparse per l'intero territorio nazionale – si accede gratuitamente e una volta dentro è possibile interagire con gli altri utenti e dare consistenza alle proprie idee, partecipare alle call e promuovere le capsule collection. L'obiettivo è fornire agli iscritti gli strumenti per lavorare a distanza, in quella che potremmo definire un'innovativa forma di smart working. Juriy Villanova, ventisettenne nato e cresciuto nell'agro pontino, fondatore della piattaforma, considera quest'ultimo aspetto il valore aggiunto di Never tee Stop. Villanova ha potuto contare sull'esperienza maturata in un'azienda serigrafica, che poi lo ha aiutato nel lancio del suo progetto. «Sono sempre stato affascinato dal mondo della grafica, è il mio lavoro. Inoltre un mio grande hobby è la fotografia, specialmente quella legata al settore della moda», racconta il giovane startupper a T-Mag. «Lavorando in un'azienda serigrafica ho cominciato a capire il processo di personalizzazione di capi. Quello della serigrafia è un ambiente molto giovane e tanti ragazzi, provenienti dalle accademie, entravano in azienda per creare i propri brand di t-shirt o di costumi. È a quel punto che mi sono accorto della necessità di definire un percorso talvolta complesso, che può andare dall'anticipo dei soldi per avviare una piccola produzione alla sponsorizzazione del capo, la messa in vendita e soprattutto la distribuzione, progetti che iniziavano e finivano nel giro di una sola stagione. Siccome i casi di successo erano davvero pochi – ricorda Villanova –, mi sono messo a ragionare se fosse un problema solo locale o più ampio. Di qui l'idea di collegare tutte le fasi produttive in un'unica piattaforma». Così è nata Never tee Stop, un'azienda che non ha particolari pretese se non quella di proporre ai creativi un approccio diverso, un nuovo placement nel mondo del lavoro in quello che è un ambito estremamente competitivo e spesso di difficile accesso, nonostante gli anni di studio e le competenze accumulate.

Smart working, interazione e scambio di idee tra persone che parlano la stessa lingua. E ancora: il superamento dei più classici siti di e-commerce o marketplace. Tutto questo dà quasi l'idea di essere un incubatore di impresa, seppure viruale. Quali sono, dunque, i vantaggi per i creativi che decidono di realizzare i loro prodotti tramite Never tee Stop?

Noi puntiamo sull'individuo, sull'utente stesso. È nostra prerogativa dare risalto alla persona, al fashion designer, stylist, fotografo, o influencer, allo scopo di creare una community di addetti ai lavori. Non miriamo necessariamente ad un progetto che sia di lungo termine, ma soprattutto cerchiamo di agevolare gli utenti nella realizzazione delle caspsule collection, quindi di metterli nella migliore condizione lavorativa per la creazione di un progetto in un dato momento. Never tee Stop, di suo, non sarà mai un brand, è una piattaforma che interagisce con gli utenti – come è nel caso del magazine integrato (NtS MAGazine, ndr) – per cercare di avvicinarli al mondo del lavoro, in forma di smart working.

Rispetto alle capsule collection e ai prodotti venduti, quali sono i margini di guadagno per la piattaforma?

Sviluppiamo contratti di prevendita con tutte le varie figure professionali che prevedono percentuali del 15-20%, in linea con i grandi brand che stanno adottando il modello delle capsule collection. Noi cerchiamo di studiare le diverse situazioni prima del lancio, lo scopo è formare utenti consapevoli e autonomi, così da poter realizzare prodotti ad hoc secondo il target, il prezzo e tutte le variabili che possono entrare in gioco.

Facciamo un passo indietro. Interessante il modello dello smart working che in Never tee Stop viene applicato in modo innovativo.

A mio avviso lo smart working rappresenta un enorme valore aggiunto per il mondo del lavoro in generale. Dal punto di vista di Never tee Stop significa offrire all'utente o al collaboratore diverse possibilità di interfacciarsi con un'azienda nel momento stesso in cui entra nella piattaforma. Un valore, appunto, che dà libertà di espressione da un punto di vista creativo. L'idea è mettere gli utenti a proprio agio e non inquadrarli, nella maniera più assoluta, nelle canoniche otto ore lavorative, magari con l'esigenza di avere un ufficio. Sicuramente è una modalità lavorativa che si addice al settore e che spero sia utile soprattutto in questa prima fase del progetto.

Esistono competitor di Never tee Stop?

Competitor veri e propri non direi, esistono piattaforme più smart in cui gli utenti possono proporre una grafica e altri possono acquistare una maglietta o una felpa con quella grafica. Ma se andiamo in uno qualsiasi di questi store, troveremo una vetrina con 8.000-9.000 grafiche. Questo vuol dire che l'utente che ha creato una grafica si troverà in competizione con tanti altri come lui ed è difficile guadagnare su una tale mole di lavoro. Il nostro store prevede invece 60-80 capi diversi ogni 60 giorni: per ogni capsule collection è come se entrassimo in un negozio fisico.

In cosa il progetto andrà rafforzato?

Obiettivo a breve termine è avvicinare l'esperienza dello smart working in modo fisico. Sembra un controsenso, è vero, però creare piccoli hub nelle città italiane, dove un ragazzo può entrare in azienda e avvicinarsi al lavoro, può migliorare il rapporto digitale-materiale. Ritengo che questo modello possa funzionare perché si ha la possibilità di provare a introdurre nuove tecniche di produzione a costo zero. Il giovane creativo può così muovere i primi passi, davvero, in questo settore e sviluppare una propria identità. Dietro un prodotto c'è il suo creatore ed è importante saperlo individuare.

Il mondo del lavoro sta cambiando, ormai si parla sempre più frequentemente di automazione dei processi produttivi. Con Industria 4.0, ad esempio, si sta tentando di promuovere, tra le altre cose, un più proficuo dialogo tra università e imprese. In definitiva il percorso di Never tee Stop non sembra tanto diverso. Come hanno accolto il progetto le accademie di moda?

Potrà suonare quasi paradossale, ma non ho mai voluto cavalcare un certo tipo di retorica, di solito negativa. La mia volontà era quella di destrutturare delle regole che esistono e che sono dure a morire. Ho cercato di rendere tutto questo un valore aggiunto, promuovendo un placement innovativo. Ci affianchiamo alla preparazione accademica per coinvolgere le persone che vogliono mettere in pratica tutto ciò per cui hanno studiato. Ad oggi posso dire che le accademie hanno risposto positivamente, copriamo l'80% del territorio nazionale e vogliamo ampliare la nostra rete.

Reazioni da parte degli studenti, o comunque dei creativi in erba?

Abbiamo riscontrato molto entusiasmo attorno al progetto, anche se non sempre è facile far capire ai ragazzi che esiste una realtà nuova, perché non si tratta di un'azienda che sta assumendo, ma che vuole dare delle opportunità. A volte non credono all'importanza che avranno nei loro stessi progetti, a partire ad esempio dalle etichette con il nome di chi ha contribuito alla realizzazione di quel capo o prodotto. E non ci credono a causa di alcune prassi consolidate, la grande industria della moda – che è tre le prime al mondo – tende a “coprire” i nomi dei creativi perché in questo senso deve rispettare determinate esigenze. Mettere in primo piano il nome, la faccia, la storia dell'utente viene percepito come un sogno quasi irrealizzabile, soprattutto se si è alle prime armi. Ma è questo che noi vogliamo realizzare e adesso, nel periodo estivo, concluderemo i workshop mentre a settembre partiremo con le call con i ragazzi che abbiamo incontrato e che hanno voluto partecipare al progetto.

(anche su T-Mag)

2 agosto 2018

Economie in miglioramento, come si muovono adesso la Fed e la Bce?

Tregua sul fronte commerciale tra Washington e Bruxelles, risalita economica che – seppure in lieve rallentamento per l'Eurozona – si consolida, mercato del lavoro che continua a mostrare miglioramenti (soprattutto negli Stati Uniti), inflazione che comincia a stabilizzarsi sui target di riferimento. Insomma, quali mosse dobbiamo aspettarci da parte delle banche centrali in questa fase della ripresa?

Per rispondere alla domanda è in verità necessario osservare cosa hanno deciso, di recente, la Fed da un lato e la Bce dall'altro. L'economia americana sta attraversando un lungo periodo di espansione, con il Pil che è cresciuto nel secondo trimestre del 4,1% sull'anno (ai ritmi più veloci dal 2014). Il tasso di disoccupazione si attesta, ormai già da un po', su valori attorno al 4%. Per il momento la Federal Reserve ha lasciato invariati i tassi d'interesse in una fascia tra l'1,75% e il 2%, ma ha riconosciuto i progressi dell'economia Usa (la spesa delle famiglie e gli investimenti delle imprese tra gli elementi che hanno contribuito alla crescita) per cui è possibile – in tempi ora più brevi – una graduale normalizzazione della politica monetaria, immaginando forse già a settembre un rialzo del costo del denaro. Questo, nonostante il presidente statunitense, Donald Trump, abbia espresso alla Fed qualche perplessità per non correre il rischio di compromettere i risultati, alla luce dei dati positivi. Ma questi ultimi sono anche alla base di preoccupazioni piuttosto contenute, da parte della Fed, in caso di una più aspra guerra commerciale con la Cina.

Che aria tira, invece, a Francoforte? Qui il raggio di azione è più definito. Entro dicembre la Bce metterà la parola fine sul quantitative easing, mentre i tassi resteranno invariati almeno per un altro anno. Secondo la stima preliminare dell'Eurostat, il Pil dell'Eurozona è aumentato nel secondo trimestre dello 0,3% e del 2,1% su base annua, in lieve rallentamento rispetto ai primi tre mesi del 2018. Nel primo trimestre, infatti, il Pil era cresciuto rispettivamente dello 0,4% e del 2,5%. I livelli occupazionali migliorano, anche se in modo disomogeneo tra i Paesi membri. L'inflazione raggiunge la soglia del 2%, obiettivo prefissato dalla Banca centrale europea per impedire che alcuni paesi siano costretti ad avere tassi troppo bassi se non negativi per controbilanciare quelli che presentano livelli decisamente più elevati. Tuttavia la Bce fa previsioni di medio periodo e valuta ancora troppo bassa l'inflazione di fondo (al netto, cioè, degli energetici e degli alimentari freschi, vale a dire le componenti più volatili). Inoltre l'istituto di Francoforte (che Mario Draghi lascerà nel 2019) prima di procedere a un'ulteriore normalizzazione della politica monetaria valuterà alcuni criteri, in definitiva già elencati. Innanzi tutto l’aumento dell’inflazione dovrà interessare tutti i paesi dell’Eurozona, non solo alcuni. In più il trend dei prezzi dovrà mostrarsi prossimo al target del 2% in maniera ferma, su un orizzonte di medio periodo, appunto, scongiurando così il pericolo deflazione. Solo che per sostenere la stabilità dei prezzi dovrà verificarsi una condizione fondamentale: la ripresa (duratura) dei consumi.

(anche su T-Mag)