10 agosto 2018

Never tee Stop, nuova frontiera della moda e dello smart working

Non chiamatelo social network, sarebbe riduttivo. Never tee Stop è piuttosto un Social Fashion Lab, una piattaforma interattiva dedicata al mondo della moda, dove designer, stylist, fotografi, influencer e altre figure professionali possono mettersi in contatto, condividere e creare progetti o collezioni. Alla piattaforma – che già può vantare il coinvolgimento di numerose accademie sparse per l'intero territorio nazionale – si accede gratuitamente e una volta dentro è possibile interagire con gli altri utenti e dare consistenza alle proprie idee, partecipare alle call e promuovere le capsule collection. L'obiettivo è fornire agli iscritti gli strumenti per lavorare a distanza, in quella che potremmo definire un'innovativa forma di smart working. Juriy Villanova, ventisettenne nato e cresciuto nell'agro pontino, fondatore della piattaforma, considera quest'ultimo aspetto il valore aggiunto di Never tee Stop. Villanova ha potuto contare sull'esperienza maturata in un'azienda serigrafica, che poi lo ha aiutato nel lancio del suo progetto. «Sono sempre stato affascinato dal mondo della grafica, è il mio lavoro. Inoltre un mio grande hobby è la fotografia, specialmente quella legata al settore della moda», racconta il giovane startupper a T-Mag. «Lavorando in un'azienda serigrafica ho cominciato a capire il processo di personalizzazione di capi. Quello della serigrafia è un ambiente molto giovane e tanti ragazzi, provenienti dalle accademie, entravano in azienda per creare i propri brand di t-shirt o di costumi. È a quel punto che mi sono accorto della necessità di definire un percorso talvolta complesso, che può andare dall'anticipo dei soldi per avviare una piccola produzione alla sponsorizzazione del capo, la messa in vendita e soprattutto la distribuzione, progetti che iniziavano e finivano nel giro di una sola stagione. Siccome i casi di successo erano davvero pochi – ricorda Villanova –, mi sono messo a ragionare se fosse un problema solo locale o più ampio. Di qui l'idea di collegare tutte le fasi produttive in un'unica piattaforma». Così è nata Never tee Stop, un'azienda che non ha particolari pretese se non quella di proporre ai creativi un approccio diverso, un nuovo placement nel mondo del lavoro in quello che è un ambito estremamente competitivo e spesso di difficile accesso, nonostante gli anni di studio e le competenze accumulate.

Smart working, interazione e scambio di idee tra persone che parlano la stessa lingua. E ancora: il superamento dei più classici siti di e-commerce o marketplace. Tutto questo dà quasi l'idea di essere un incubatore di impresa, seppure viruale. Quali sono, dunque, i vantaggi per i creativi che decidono di realizzare i loro prodotti tramite Never tee Stop?

Noi puntiamo sull'individuo, sull'utente stesso. È nostra prerogativa dare risalto alla persona, al fashion designer, stylist, fotografo, o influencer, allo scopo di creare una community di addetti ai lavori. Non miriamo necessariamente ad un progetto che sia di lungo termine, ma soprattutto cerchiamo di agevolare gli utenti nella realizzazione delle caspsule collection, quindi di metterli nella migliore condizione lavorativa per la creazione di un progetto in un dato momento. Never tee Stop, di suo, non sarà mai un brand, è una piattaforma che interagisce con gli utenti – come è nel caso del magazine integrato (NtS MAGazine, ndr) – per cercare di avvicinarli al mondo del lavoro, in forma di smart working.

Rispetto alle capsule collection e ai prodotti venduti, quali sono i margini di guadagno per la piattaforma?

Sviluppiamo contratti di prevendita con tutte le varie figure professionali che prevedono percentuali del 15-20%, in linea con i grandi brand che stanno adottando il modello delle capsule collection. Noi cerchiamo di studiare le diverse situazioni prima del lancio, lo scopo è formare utenti consapevoli e autonomi, così da poter realizzare prodotti ad hoc secondo il target, il prezzo e tutte le variabili che possono entrare in gioco.

Facciamo un passo indietro. Interessante il modello dello smart working che in Never tee Stop viene applicato in modo innovativo.

A mio avviso lo smart working rappresenta un enorme valore aggiunto per il mondo del lavoro in generale. Dal punto di vista di Never tee Stop significa offrire all'utente o al collaboratore diverse possibilità di interfacciarsi con un'azienda nel momento stesso in cui entra nella piattaforma. Un valore, appunto, che dà libertà di espressione da un punto di vista creativo. L'idea è mettere gli utenti a proprio agio e non inquadrarli, nella maniera più assoluta, nelle canoniche otto ore lavorative, magari con l'esigenza di avere un ufficio. Sicuramente è una modalità lavorativa che si addice al settore e che spero sia utile soprattutto in questa prima fase del progetto.

Esistono competitor di Never tee Stop?

Competitor veri e propri non direi, esistono piattaforme più smart in cui gli utenti possono proporre una grafica e altri possono acquistare una maglietta o una felpa con quella grafica. Ma se andiamo in uno qualsiasi di questi store, troveremo una vetrina con 8.000-9.000 grafiche. Questo vuol dire che l'utente che ha creato una grafica si troverà in competizione con tanti altri come lui ed è difficile guadagnare su una tale mole di lavoro. Il nostro store prevede invece 60-80 capi diversi ogni 60 giorni: per ogni capsule collection è come se entrassimo in un negozio fisico.

In cosa il progetto andrà rafforzato?

Obiettivo a breve termine è avvicinare l'esperienza dello smart working in modo fisico. Sembra un controsenso, è vero, però creare piccoli hub nelle città italiane, dove un ragazzo può entrare in azienda e avvicinarsi al lavoro, può migliorare il rapporto digitale-materiale. Ritengo che questo modello possa funzionare perché si ha la possibilità di provare a introdurre nuove tecniche di produzione a costo zero. Il giovane creativo può così muovere i primi passi, davvero, in questo settore e sviluppare una propria identità. Dietro un prodotto c'è il suo creatore ed è importante saperlo individuare.

Il mondo del lavoro sta cambiando, ormai si parla sempre più frequentemente di automazione dei processi produttivi. Con Industria 4.0, ad esempio, si sta tentando di promuovere, tra le altre cose, un più proficuo dialogo tra università e imprese. In definitiva il percorso di Never tee Stop non sembra tanto diverso. Come hanno accolto il progetto le accademie di moda?

Potrà suonare quasi paradossale, ma non ho mai voluto cavalcare un certo tipo di retorica, di solito negativa. La mia volontà era quella di destrutturare delle regole che esistono e che sono dure a morire. Ho cercato di rendere tutto questo un valore aggiunto, promuovendo un placement innovativo. Ci affianchiamo alla preparazione accademica per coinvolgere le persone che vogliono mettere in pratica tutto ciò per cui hanno studiato. Ad oggi posso dire che le accademie hanno risposto positivamente, copriamo l'80% del territorio nazionale e vogliamo ampliare la nostra rete.

Reazioni da parte degli studenti, o comunque dei creativi in erba?

Abbiamo riscontrato molto entusiasmo attorno al progetto, anche se non sempre è facile far capire ai ragazzi che esiste una realtà nuova, perché non si tratta di un'azienda che sta assumendo, ma che vuole dare delle opportunità. A volte non credono all'importanza che avranno nei loro stessi progetti, a partire ad esempio dalle etichette con il nome di chi ha contribuito alla realizzazione di quel capo o prodotto. E non ci credono a causa di alcune prassi consolidate, la grande industria della moda – che è tre le prime al mondo – tende a “coprire” i nomi dei creativi perché in questo senso deve rispettare determinate esigenze. Mettere in primo piano il nome, la faccia, la storia dell'utente viene percepito come un sogno quasi irrealizzabile, soprattutto se si è alle prime armi. Ma è questo che noi vogliamo realizzare e adesso, nel periodo estivo, concluderemo i workshop mentre a settembre partiremo con le call con i ragazzi che abbiamo incontrato e che hanno voluto partecipare al progetto.

(anche su T-Mag)

2 agosto 2018

Economie in miglioramento, come si muovono adesso la Fed e la Bce?

Tregua sul fronte commerciale tra Washington e Bruxelles, risalita economica che – seppure in lieve rallentamento per l'Eurozona – si consolida, mercato del lavoro che continua a mostrare miglioramenti (soprattutto negli Stati Uniti), inflazione che comincia a stabilizzarsi sui target di riferimento. Insomma, quali mosse dobbiamo aspettarci da parte delle banche centrali in questa fase della ripresa?

Per rispondere alla domanda è in verità necessario osservare cosa hanno deciso, di recente, la Fed da un lato e la Bce dall'altro. L'economia americana sta attraversando un lungo periodo di espansione, con il Pil che è cresciuto nel secondo trimestre del 4,1% sull'anno (ai ritmi più veloci dal 2014). Il tasso di disoccupazione si attesta, ormai già da un po', su valori attorno al 4%. Per il momento la Federal Reserve ha lasciato invariati i tassi d'interesse in una fascia tra l'1,75% e il 2%, ma ha riconosciuto i progressi dell'economia Usa (la spesa delle famiglie e gli investimenti delle imprese tra gli elementi che hanno contribuito alla crescita) per cui è possibile – in tempi ora più brevi – una graduale normalizzazione della politica monetaria, immaginando forse già a settembre un rialzo del costo del denaro. Questo, nonostante il presidente statunitense, Donald Trump, abbia espresso alla Fed qualche perplessità per non correre il rischio di compromettere i risultati, alla luce dei dati positivi. Ma questi ultimi sono anche alla base di preoccupazioni piuttosto contenute, da parte della Fed, in caso di una più aspra guerra commerciale con la Cina.

Che aria tira, invece, a Francoforte? Qui il raggio di azione è più definito. Entro dicembre la Bce metterà la parola fine sul quantitative easing, mentre i tassi resteranno invariati almeno per un altro anno. Secondo la stima preliminare dell'Eurostat, il Pil dell'Eurozona è aumentato nel secondo trimestre dello 0,3% e del 2,1% su base annua, in lieve rallentamento rispetto ai primi tre mesi del 2018. Nel primo trimestre, infatti, il Pil era cresciuto rispettivamente dello 0,4% e del 2,5%. I livelli occupazionali migliorano, anche se in modo disomogeneo tra i Paesi membri. L'inflazione raggiunge la soglia del 2%, obiettivo prefissato dalla Banca centrale europea per impedire che alcuni paesi siano costretti ad avere tassi troppo bassi se non negativi per controbilanciare quelli che presentano livelli decisamente più elevati. Tuttavia la Bce fa previsioni di medio periodo e valuta ancora troppo bassa l'inflazione di fondo (al netto, cioè, degli energetici e degli alimentari freschi, vale a dire le componenti più volatili). Inoltre l'istituto di Francoforte (che Mario Draghi lascerà nel 2019) prima di procedere a un'ulteriore normalizzazione della politica monetaria valuterà alcuni criteri, in definitiva già elencati. Innanzi tutto l’aumento dell’inflazione dovrà interessare tutti i paesi dell’Eurozona, non solo alcuni. In più il trend dei prezzi dovrà mostrarsi prossimo al target del 2% in maniera ferma, su un orizzonte di medio periodo, appunto, scongiurando così il pericolo deflazione. Solo che per sostenere la stabilità dei prezzi dovrà verificarsi una condizione fondamentale: la ripresa (duratura) dei consumi.

(anche su T-Mag)

25 luglio 2018

Il settore dell’auto nell’era di Sergio Marchionne

È morto all'ospedale di Zurigo dove era ricoverato da alcune settimane, Sergio Marchionne, amministratore delegato del gruppo automobilistico FCA fino a pochi giorni fa. Per quanto possa sembrare una frase fatta, con lui finisce davvero un'era. E non è detto che ciò sia vero esclusivamente per FCA, bensì per l'intero settore dell'auto. Certo, lui è l'artefice del risanamento del gruppo e del suo rilancio internazionale (anche grazie all'acquisizione della statunitense Chrysler). La sua storia, insomma, è legata a doppio filo a quella della casa torinese. Ma Marchionne aveva anche intuito – ormai prossimo a lasciare in ogni caso la guida di FCA, passaggio che sarebbe dovuto avvenire nel 2019 – quali cambiamenti il settore è prossimo a dover affrontare, le sfide e le opportunità del futuro. Marchionne ha consolidato il successo del gruppo italiano nel bel mezzo di una crisi economica che enormi ripercussioni ha avuto sul mercato dell'auto, per poi cavalcare l'onda della ripresa ora messa di nuovo alla prova da possibili guerre commerciali in un'ottica protezionista.
«La metà delle auto prodotte nel mondo entro il 2025 sarà ibrida, elettrica o a celle di combustibile», aveva previsto Marchionne parlando con Bloomberg all'inizio di quest'anno, ricordando che FCA ha in programma la produzione di una Jeep Wrangler ibrida nel 2020. C'era la consapevolezza di un business in costante mutamento: «I cambiamenti tecnologici che sono in arrivo lo renderanno probabilmente ancora più sfidante di quanto non lo sia mai stato». Per questo – in linea con l'andamento generale – FCA aveva ricominciato a incrementare gli investimenti (impianti, ma anche Ricerca e Sviluppo), nella consapevolezza, cioè, di un mercato di riferimento sempre più mutevole.
L'era Marchionne, dicevamo, ha attraversato un periodo di profonda crisi. Oltre 40 mesi di crolli, per poi cominciare a risalire la china a partire dal 2014. Se si guarda al caso italiano, tuttavia, la crisi non è la spiegazione di tutto. Altri elementi, quasi un corollario alla congiuntura economica negativa, hanno determinato il momento di difficoltà, dal caro-carburanti al caro-assicurazioni, dall'accesso al credito nel frattempo divenuto particolarmente ostico all'elevata tassazione. Oggi – secondo le stime di Promotor di fine 2017 – il settore dell'auto è tornato a dare un contributo importante all'economia italiana (una spesa, nel nostro paese, di 189 miliardi, pari a circa l'11% del Pil).
E oggi quali sfide attende il mercato dell'auto? La più significativa – anche alla luce dei recenti scandali, il dieselgate su tutti – riguarderà il passaggio, seppur graduale, ad un tipo di veicoli sempre meno inquinanti. Un mutamento che riguarda da vicino la sfera dei consumatori. Stando a recenti dati Doxa per l’Osservatorio Findomestic, nel 2030 appena il 3% dei veicoli avrà una propulsione a gasolio (si prevede un forte calo anche per la benzina), mentre il 46% saranno ibridi e il 26% elettrici. E anche proiettando lo scenario ad un periodo più breve, nelle intenzioni di acquisto solo il 19% degli automobilisti sembra favorevole a restare “fedele” al gasolio. Che oggi vale il 48%.

(anche su T-Mag)

20 luglio 2018

Le attività lavorative del futuro? Oggi ancora non esistono

C'è uno studio, in particolare, che viene citato quando si parla di intelligenza artificiale, robot e automazione dei processi produttivi. È quello del World Economic Forum, presentato nel 2016, secondo cui a fronte di due milioni di posti di lavoro creati se ne perderanno sette milioni, per un saldo negativo di cinque milioni. E questo in un lasso di tempo piuttosto breve (anche se, è bene precisare, lo studio non addossa la responsabilità di tale stravolgimento alla sola tecnologia, altri fattori – quali la demografia e i flussi migratori – contribuiranno a ridefinire in maniera più o meno significativa il perimetro del mercato del lavoro). Pessimismo a parte – più volte abbiamo ricordato su queste pagine che altri studi e lo stesso World Economic Forum offrono al riguardo spunti diversi –, è giunto ora il momento di interrogarci se ci stiamo facendo le giuste domande nello sforzo di immaginare scenari e possibili soluzioni.

Quale futuro per le attività lavorative? Questa, tanto per cominciare, sarebbe una domanda opportuna. È probabile che le analisi sulle mansioni che «non spariranno» nonostante l'avvento della “quarta rivoluzione industriale” possano – presto o tardi – trovare smentite. Per la serie: nessuna indagine, anche la più ottimistica, può del tutto escludere l'eventualità che i lavori per cui oggi c'è molta richiesta (si pensi a quelli destinati alla cura della persona) domani saranno altrettanto necessari. Del tema se ne è discusso il 19 luglio al MAXXI di Roma con Giovanna Melandri, l'ex premier Paolo Gentiloni e il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, durante la presentazione del libro Il lavoro del futuro del giornalista del Sole 24 Ore, Luca De Biase. L'autore parte da una semplice, ma fondamentale considerazione: «Nella trasformazione tecnologica ed economica di questi anni, sul lavoro del futuro si addensa una nebbia che occorre diradare». Dunque, «verso quali studi conviene indirizzare i ragazzi?»; «come ci si aggiorna per mantenere vive le opportunità professionali?»; «e a difendersi dalle ingiustizie?»; «come si fanno valere il merito e l’integrità?»; «quali politiche si possono chiedere ai governanti che vogliono risolvere i problemi?».

Interrogativi che vale la pena esplorare. Perché a proposito di studi, di recente ancora il World Economic Forum sostiene che il 65% dei bambini che oggi frequentano le scuole elementari da adulto farà un mestiere che ad ora non esiste. Messa così la strada appare in salita, con le nuove generazioni impegnate in un percorso di studi che, con ogni probabilità, risulterà obsoleto in un futuro non molto lontano. «La risposta – è il parere di De Biase – sta nella capacità di interpretare e progettare le nostre competenze». Al momento, però, sembra esserci più incertezza che visione strategica. Tuttavia molte imprese (anche in Italia) stanno favorendo lo sviluppo di competenze tra i propri dipendenti, nel tentativo di ridurre le inefficienze. Secondo il sondaggio condotto dall’Osservatorio Industria 4.0 della School of Management del Politecnico di Milano Industria 4.0: Produrre, Migliorare, Innovare, il 50% delle imprese interpellate dichiara di aver concluso o avviato una valutazione delle competenze digitali e più di una su quattro (26%) ha intenzione di farlo in futuro. Dalle analisi emergono cinque principali competenze utili in chiave 4.0: applicazione lean manufacturing 4.0, gestione della supply chain digitale, cyber-security, manutenzione smart e relazione persona/macchina. Prevedere il futuro è logicamente impossibile, serviranno pertanto visione e pragmatismo – in un percorso che includa pubblico e privato, università e imprese – per riuscire a governare tale processo. E tornare a «progettare», costruire qualcosa di nuovo.

(anche su T-Mag)