11 gennaio 2018

Il paradosso della crescita senza un governo

Spesso si dice che l'instabilità politica può minare la ripresa economica. L'argomento fu ampiamente dibattuto, ad esempio, l'indomani del referendum del 4 dicembre 2016 e, di nuovo oggi, è una delle circostanze più temute nel caso in cui l'indomani del voto del 4 marzo non dovesse emergere una maggioranza chiara. Eppure le più recenti esperienze europee dimostrano che senza un governo, per periodi anche piuttosto lunghi, l'economia può continuare a correre.

I casi più noti sono quelli di Spagna e Olanda. Dopo dieci mesi di instabilità politica, Madrid ha registrato tassi di crescita importanti e in accelerazione dopo una prolungata fase di austerità dettata dalla crisi economica. E così l'Olanda, dove è stato formato un governo dopo 208 giorni di colloqui a seguito dei risultati elettorali di marzo 2017. Anni fa ci fu l'esempio del Belgio. Insomma, l'economia può andare spedita nonostante le difficoltà politiche. Questo dipende da diversi fattori: l'interdipendenza economica è un aspetto importante soprattutto per quei paesi – Olanda in testa – export oriented. E sicuramente le recenti politiche monetarie espansive hanno dato un contributo non indifferente alla crescita dell'Eurozona. Anche in Germania l'incertezza politica sta accompagnando i negoziati di Angela Merkel con l'Spd, dopo i precedenti falliti tentativi. Si è votato a settembre e – mentre scriviamo – non si escludono ulteriori intoppi. Ma stiamo parlando della prima economia europea con un surplus della bilancia commerciale che registra costantemente valori record. Nel 2017 il Prodotto intero lordo della Germania è aumentato del 2,2%, secondo i dati provvisori diffusi da Destatis. Si tratta di una performance leggermente inferiore alle attese degli analisti – le stime prevedevano un incremento del 2,3% –, ma una crescita così solida non veniva registrata da sei anni. I consumi delle famiglie e quelli pubblici, l'export (notevole l'incremento delle esportazioni: +4,7% su base annua) e l'import hanno trainato la crescita. I dati sul Pil fanno il paio con quelli relativi al mercato del lavoro. L'economia tedesca continua infatti a generare nuova occupazione: a dicembre 2017, il numero delle persone senza un impiego è diminuito per il sesto mese di fila – i disoccupati sono scesi di 29 mila unità –, facendo scendere il tasso di disoccupazione al 5,5%, il minimo storico. 

Discorso leggermente diverso per il Regno Unito, alle prese con il processo di uscita dall'Unione europea, una condizione perciò ben diversa. La Brexit si sta rivelando più ostica del previsto e comprende molte questioni. Come vanno allora le cose? Nel terzo trimestre 2017, secondo l'Office for National Statistics britannico, il Pil è cresciuto dello 0,4%. Più alto, invece, l'incremento su base annua (+1,7%). Capitolo lavoro. Qui i dati sono meno positivi: a ottobre il tasso di disoccupazione è rimasto ai livelli più bassi dal marzo del 1975 – il dato si è attestato al 4,3% –, ma solo grazie all'aumento degli inattivi. Tra agosto e ottobre sono andati persi 56 mila posti di lavoro, il calo più forte da due anni e mezzo. Il totale dei disoccupati ha raggiunto le 1,43 milioni di unità (+182 mila rispetto allo scorso anno) mentre il numero degli occupati è salito di 284 mila unità, a 27,08 milioni. A lungo termine, però, le prospettive economiche non sono molto positive. A novembre il ministro delle finanze britannico, Philip Hammond, ha annunciato che la crescita dell'economia del Regno Unito è destinata a rallentare, tra il 2018 e il 2019, anno in cui Londra abbandonerà definitivamente l'Ue. I primi segnali di ripresa si vedranno soltanto nel 2022, con il Pil in crescita dell'1,6%. Una performance comunque al di sotto di quella realizzata nel 2016 (+1,8%).

E l'Italia, dunque? Partiamo da un presupposto: la formazione di un governo è un elemento che resta comunque imprescindibile del processo democratico. E un esecutivo "forte" può dare, eccome, un sostegno deciso all'indirizzo socioeconomico nello sviluppo del paese. Tuttavia, anche in Italia, non abbiamo assistito al sorgere di catastrofi che erano state invece paventate l'indomani del referendum di oltre un anno fa. L'economia è cresciuta, l'occupazione pure (con i dovuti distinguo legati alla qualità del lavoro), ma ciò che caratterizza il nostro paese (e, forse, preoccupa un po') è la velocità della ripresa, che procede a ritmi nettamente inferiori rispetto a quelli dei principali partner europei. Ad ogni modo come reagirà l'economia italiana nell'eventualità di un esito incerto alle elezioni è una situazione al momento difficile da prevedere.

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10 gennaio 2018

Lavoro: il problema è la qualità

Inutile girarci intorno: i dati sul lavoro che l'Istat ha diffuso il 9 gennaio sono “positivi” dal solo punto di vista quantitativo. A novembre 2017, infatti, gli occupati in Italia risultano essere 23.183.000, il livello più alto dall'inizio delle serie storiche (nel 1977), con un aumento di 65 mila unità sul mese di ottobre e di 345 mila sullo stesso periodo dell'anno precedente. Tutto cambia, e quei numeri quasi diventano “negativi”, però, se l'analisi si sposta su un altro piano: quello qualitativo, appunto.
L'argomento, di recente, è stato affrontato in diverse occasioni su queste pagine. Ciò che emerge in maniera netta dagli ultimi dati Istat è il contributo – massiccio – alla crescita dell'occupazione che deriva dall'incremento dei posti di lavoro a termine. Nella composizione dei nuovi occupati (dipendenti) negli ultimi 12 mesi il 10% è a tempo indeterminato, il 90% è a termine. Le motivazioni di una tale discrepanza – escluse le altre differenze che minano la qualità dell'occupazione (chiaro riferimento, tra gli altri possibili, alle differenze di genere o territoriali) – possono essere ricercate in diversi fattori, a cominciare dalla trasformazione del mercato del lavoro che sta investendo anche l'Italia (mentre è più evidente in altri paesi), una fase di cambiamento che non va necessariamente contrastata, ma ad ogni modo governata per non lasciare nulla al caso. Quella della flessibilità è una condizione – di riforma in riforma – che in Italia nel corso degli anni ha portato in dote un grosso equivoco: gli impieghi sono aumentati ed è contestualmente cresciuto il numero delle persone sottocupate, lavori stagionali e bassi stipendi. Alcuni elementi (ore di lavoro in meno) sono a tutt'oggi un retaggio della crisi economica. Altri dipendono dall'evoluzione – tecnologica e non solo – delle mansioni e delle competenze richieste, per quanto possa apparire una contraddizione in termini al cospetto di un mercato del lavoro sulla carta sempre più esigente. La situazione, in questo modo, ha favorito il fenomeno dei working poors, testimoniato infine dall'incremento delle persone a rischio povertà (non a caso è aumentata anche l'incidenza di coloro che vivono in famiglie a bassa intensità lavorativa). Confimprenditori ha messo in guardia per il futuro più immediato. Con la fine degli incentivi e il costo del lavoro che tornerà a crescere potrebbe verificarsi un'inversione ad “u” dell'andamento osservato negli ultimi anni. Sullo sfondo, insomma, resta quel significativo divario dei livelli occupazionali: +0,3% in un anno dei lavoratori a tempo indeterminato; +18,3% di quelli a termine.

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28 dicembre 2017

Italia in ripresa, con tanti “però”

L'Annuario statitistico dell'Istat giunge in un momento particolare per il nostro paese, al termine della legislatura e – dunque – alla vigilia di una campagna elettorale che si preannuncia complicata nei toni, nelle promesse roboanti, nei meriti delle questioni rimaste irrisolte anche a causa dell'incertezza politica che potrebbe manifestarsi subito dopo il voto. In generale, il quadro che emerge dall'annuario Istat descrive un'Italia in sostanziale ripresa (tanti i segni "+" che trascinano i diversi indicatori), che è riuscita ad agganciare – seppur timidamente – il treno della crescita (una condizione che ha interessato l'Eurozona nel complesso, complici le politiche monetarie espansive della BCE), ma con tanti “però” che le restano in un modo o nell'altro ancorati.

I consumi hanno registrato un recupero, sebbene con difficoltà: nel 2016 la spesa media mensile familiare in valori correnti è risultata pari a 2.524,38 euro, in lieve aumento rispetto agli anni precedenti (+1% rispetto al 2015, +2,2% nei confronti del 2013, anno di minimo per la spesa delle famiglie e ultimo anno di calo del Pil). Eppure, sottolinea l'Istat, «la spesa media mensile familiare rimane al di sotto dei 2.639,89 euro del 2011, valore raggiunto prima di due anni consecutivi di calo. Un quadro analogo si registra anche per la spesa in termini reali: la variazione dei prezzi al consumo è infatti risultata prossima allo zero sia nel 2016 (-0,1 per cento), sia nel 2015 (+0,1 per cento) e nel 2014 (+0,2 per cento)». La risalita dei consumi deriva dalla ripresa del mercato del lavoro, che tuttavia nasconde ancora delle insidie. Se è vero che i contratti a tempo indeterminato (specialmente nella fase in cui la decontribuzione ha incentivato le assunzioni stabili) sono aumentati è vero altrettanto che nell'ultimo periodo la crescita del lavoro dipendente è dipesa in larga misura dal “boom” dei contratti a termine e, contestualmente, artigiani e autonomi hanno visto di molto scendere i loro livelli occupazionali. Nonostante il calo degli occupati uomini avvenuto durante gli anni della crisi e l'aumento delle donne i divari di genere restano elevati e le fasce di età centrali (che comprendono i 25-49enni) sono quelle che stanno soffrendo di più quando invece dovrebbero essere lo zoccolo duro della forza lavoro.

Ma se il lavoro migliora e i consumi ripartono, i poveri sono diminuiti? Purtroppo non funziona così. La crisi ha lasciato strascichi pesantissimi, tant'è che parole come “ripresa” o “crescita” sembrano troppo spesso usate con una certa dote di eccesso (per restare un momento al mercato del lavoro: il tasso di occupazione generale ha evidenziato un netto trend al rialzo nel 2016, confermato poi nel 2017, ma i valori restano parecchio al di sotto della media europea). “Recupero”, allora, sarebbe il termine più adatto per descrivere l'attuale fase socioeconomica che sta caratterizzando l'Italia. Soltanto poche settimane fa l'Istat ricordava che nel nostro paese sono aumentate le diseguaglianze (territoriali, generazionali...) e che sono oltre 18 milioni gli italiani a rischio povertà o esclusione sociale. La quota di popolazione che vive in tali condizioni è passata dal 28,7% al 30% tra il 2015 e il 2016, segno inequivocabile di una porzione di paese importante per la quale una situazione economica sfavorevole non è ancora lontana e, anzi, resta a tutt'oggi motivo di (potenziale) disagio. L'Ocse, in più occasioni, ha poi ribadito che l'Italia è tra i paesi più vecchi dell'area, con ricadute su produttività e ricambi generazionali per cui per i giovani è sempre più difficile avere un'occupazione stabile. In definitiva – nonostante la risalita degli investimenti (che hanno beneficiato della ripartenza del ciclo economico e di misure ad hoc adottate in ambito comunitario), l'export in salute e l'industria che registra performance decisamente migliori rispetto al recente passato – l'Italia appare vittima di sé stessa, delle sue paure, della sua atavica incapacità di mettere a sistema lo sviluppo, trasformandolo in crescita stabile e duratura. Non stupisce, perciò, l'avvertimento del Censis di inizio mese, nel consueto Rapporto sulla situazione sociale del paese: «Nella ripresa persistono trascinamenti inerziali da maneggiare con cura. Non si è distribuito il dividendo della ripresa economica e il blocco della mobilità sociale crea rancore».

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13 dicembre 2017

Luci e ombre del mercato del lavoro

Secondo il Centro Studi di Confindustria il mercato del lavoro «non è la Cenerentola della ripresa» perché, oltre al recupero già registrato nell'ultimo periodo (900 mila posti di lavoro creati tra il 2014 e il 2017), le stime indicano che alla fine del 2019 il numero delle persone occupate sarà superiore di 370 mila unità rispetto ai valori pre-crisi del 2008. I livelli occupazionali sono tornati a crescere, allargando l'orizzonte anche nel contesto europeo (che quest'anno segna il record del numero di occupati nell'UE e nell'Eurozona, stando ai dati Eurostat). Ma un'analisi completa, osservando cioè le diverse dinamiche che caratterizzano il mercato del lavoro nel suo complesso, metterebbe in mostra alcuni punti deboli che ancora permangono. Restando al caso italiano, che più ci interessa da vicino: crescono gli occupati, vero, ma il tasso di disoccupazione resta piuttosto alto (ma va precisato che ciò dipende anche dalla diminuzione dell'inattività) e in termini di ore lavorate il divario è ancora rilevante rispetto ai livelli 2008.
Il recente rapporto Il mercato del lavoro: verso una lettura integrata di Istat, Inps, Inail e Anpal osserva, ad esempio, tanto «la ripresa» quanto «i fattori di debolezza». La ripresa dell’occupazione è rilevante per il lavoro dipendente e nel settore privato dell’economia, si legge nel rapporto, ma continua il declino del lavoro indipendente e dell'amministrazione pubblica (-220 mila unità di lavoro fra il 2008 e 2016) «a causa del lungo blocco del turnover». L’incremento registrato nell’ultimo biennio si concentra nell’agricoltura, nei servizi e anche l'industria ha mostrato segnali evidenti di ripresa. In compenso l’occupazione nelle costruzioni continua a ridursi in modo ininterrotto dal 2009. La crescita degli occupati ha riguardato solo i dipendenti. Ma dal 2014 sono aumentati soprattutto quelli a termine, con un rallentamento nei due anni successivi, per poi registrare un'impennata quest'anno, fino a toccare il massimo storico nel secondo trimestre 2017 (2,7 milioni di unità). All'incirca nello stesso periodo sono migliorati anche i livelli per l'occupazione a tempo indeterminato – grazie soprattutto agli interventi di decontribuzione –, ma ad un ritmo inferiore. Altri elementi da sottolineare: l'occupazione oggi va meglio anche nel Mezzogiorno, eppure sono aumentati i divari territoriali. Si è ridimensionato, invece, il gap di genere. Una bella notizia, no? Dipende. Sicuramente il lavoro è cresciuto per la componente femminile (e sarebbe opportuno, qui, parlare nuovamente delle tipologie contrattuali applicate...), tuttavia ad avere ridotto le distanze ha contribuito anche la crisi che «ha colpito soprattutto i settori di attività con maggiore presenza maschile». Insomma, un'indagine qualitativa sull'andamento del mercato del lavoro in Italia – seppure molto rapida come nel nostro caso –, mette in luce quali sono gli aspetti più o meno decisivi che determinano la fragilità della nostra ripresa: incertezza, consumi che ripartono ma non troppo, difficoltà per le famiglie e per alcune specifiche categorie di lavoratori (gli autonomi su tutti), poveri e persone a rischio povertà o esclusione sociale. Che non sono poche nel nostro paese.

(anche su T-Mag)