7 novembre 2018

Volti nuovi e prime volte, l’America dopo il voto di midterm

Come da pronostico: la Camera va ai democratici, il Senato resta ai repubblicani (che riescono a rafforzare la maggioranza). Nelle versione sintetica di quello che è l'esito delle elezioni midterm di martedì 6 novembre emerge un'America spaccata, praticamente divisa in elettori pro e anti-Trump (molti osservatori, già alla vigilia, avevano definito questo voto un referendum sul presidente in carica, specialmente sulle questioni domestiche), con un certo grado di polarizzazione, considerate le storie e le idee politiche dei nuovi eletti, da una parte e dall'altra. Affluenza record, ma "l'onda blu" che qualcuno aveva ipotizzato nelle scorse settimane (blu è il colore del Partito democratico) è stata molto più contenuta rispetto alle attese. Dato importante: sarà il Congresso più al femminile della storia statunitense, tante sono le rappresentanti elette soprattutto tra i democratici. La prima reazione del presidente Donald Trump si è consumata con toni trionfalistici: «Un successo». Dal suo punto di vista mantenere il Senato a maggioranza repubblicana può essere definita una vittoria, anche personale, per una lunga serie di ragioni. Va ricordato che in palio c'erano i 435 seggi alla Camera (qui il mandato è biennale) e 33 – più due elezioni suppletive, che fanno 35 – dei 100 seggi al Senato, dove il mandato dura invece sei anni. Per il Senato si è votato in alcuni degli Stati che avevano visto il presidente avere la meglio su Hillary Clinton già nel 2016, dunque il voto di martedì conferma che il trumpismo ha ancora presa in quella che potremmo ormai considerare la sua base elettorale di riferimento. Due piacevoli sorprese per lui, poi, sono arrivate da due Stati importanti quali la Florida e l'Indiana (che analizzeremo tra poco). Un altro aspetto che farà sentire Trump al sicuro è che il Senato sarà in grado di bloccare qualsiasi, eventuale iniziativa democratica alla Camera allo scopo di indebolire l'inquilino della Casa Bianca, a partire dalla procedura di impeachment – gesto politico slegato dalle inchieste giudiziarie, come quella che sta conducendo il procuratore Mueller sul Russiagate – che i deputati possono far scattare con un voto a maggioranza semplice e di cui si è parlato durante la campagna elettorale. Nell'altro ramo del Congresso, però, servono appunto i due terzi per condannarlo, il che complicherebbe non poco i piani se verranno messi in pratica. È vero che la Camera, adesso, potrà condizionare la politica interna dell'amministrazione, ma è al Senato, ad esempio, che resta il controllo sulle nomine per determinate cariche, mentre in politica estera il presidente ha carta bianca (o quasi). Ed è qui, verosimilmente, che da oggi si concentrerà l'operato di Trump (comprese le prossime scelte sulle politiche commerciali).

I CASI INDIANA E FLORIDA

In Indiana ha vinto il repubblicano Mike Brown ai danni del senatore democratico in cerca di conferme Joe Donelly, per il quale pochi giorni fa si era speso in prima persona l'ex presidente Barack Obama. Donnelly viene considerato un personaggio ambiguo, in linea con Trump su alcune questioni (immigrazione su tutte), ma sostenitore dell'Obamacare. Cosa è accaduto? Secondo i primi exit poll della CNN, rispetto al 2012, a “tradire” i democratici e nello specifico Donnelly sono stati gli uomini, quelli non laureati e che guadagnano al di sotto dei 50 mila dollari. In Florida il governatore uscente Rick Scott, stavolta in corsa per il Senato, ha battuto il democratico Bill Nelson, nonostante quest'ultimo fosse leggermente favorito, essendo stato eletto sei anni fa con il 55% dei voti. Nelson ha perso consensi tra gli over 45, in maggioranza uomini bianchi non laureati. Sempre in Florida era molto interessante la sfida tra aspiranti governatori. Il favorito, sondaggi alla mano, Andrew Gillum (sindaco afroamericano di Tallahassee), ha perso per una manciata di voti contro il repubblicano emulo di Trump nonché ex rappresentante alla Camera, Ron DeSantis. Due esiti – le vittorie di Scott e DeSantis in quello che da sempre viene considerato uno Stato in bilico – che devono suonare come un campanello d'allarme per i democratici in vista delle presidenziali 2020.

ALTRI CASI, IN ORDINE SPARSO

Prosegue la “fiaba” di Alexandria Ocasio-Cortes, la 29enne di origini portoricane nata nel Bronx, già sostenitrice di Bernie Sanders, capace di battere alle primarie del 14esimo distretto di New York un politico esperto e molto influente nel Partito democratico come Joe Crowley. È la più giovane deputata di sempre, la sua vittoria non stupisce, ma è comunque una notizia (anche perché è andata decisamente meglio di quanto ottenuto da Crowley in precedenza). Rashida Tlaib, eletta in Michigan con i democratici, è invece la prima deputata musulmana. Sharice Davids, in Kansas, è la prima rappresentante alla Camera appartenente a una tribù di nativi americani (anche lei democratica). Al contrario, in Texas (un feudo repubblicano a partire dagli anni '80), Beto O'Rourke, astro nascente democratico, non è riuscito a imporsi su Ted Cruz nella corsa al Senato, nonostante l'endorsement dell'ultimo minuto di una star quale Beyoncé (che ricordiamo essere di Houston). O'Rourke ha perso di poco, la sua campagna ha avuto una vastissima copertura mediatica e molti già lo ritengono un possibile candidato alle presidenziali del 2020. Tutto secondo copione anche negli Stati presi a riferimento per le particolari storie delle candidate governatrici: Lupe Valdez in Texas non è riuscita a strappare la carica all'uscente Gregg Abbott, nel Vermont – dove Bernie Sanders si conferma senatore, ma con un consenso leggermente inferiore – niente da fare per Christine Hallquist (sarebbe stata la prima transgender a guidare uno Stato americano), mentre in Georgia il nuovo governatore è Brian Kemp, che ha superato di poco la candidata afroamericana Stacey Abrams sulla quale in tanti avevano riposto fiducia sebbene i sondaggi non le siano sempre stati favorevoli. In Georgia, però, non sono mancate le polemiche per via di presunte procedure scorrette (ne abbiamo parlato qui e qui) emerse nei giorni che hanno anticipato il voto. Eletto in Colorado il primo candidato (dem) apertamente gay a ricoprire l'incarico di governatore, Jared Polis.

LA SOCIOLOGIA DEL VOTO, IN BREVE

In conclusione non è facile stabilire con assoluta certezza chi, tra i democratici e i repubblicani, ha vinto la contesa elettorale. Ad ogni modo per farsi un'idea del sentiment americano, la sociologia del voto può venire in soccorso. Si era detto che gli elettori più giovani – di solito poco propensi a partecipare al voto di metà mandato – potessero essere l'ago della bilancia. Lo sono stati, invece, in un modo non particolarmente influente. Fatto sta, però, che a livello nazionale il 16% degli elettori che martedì ha votato per la prima volta alle midterm, si è espresso nel 61% dei casi a favore dei democratici e solo nel 36% per i repubblicani (exit poll di NBC News). Stando agli exit poll della CNN, la trama del paese diviso a metà si spiega anche con il grado di approvazione nei confronti di Trump. Si passa dal valore più basso (33% in California, dove non a caso il nuovo governatore è Gavin Newsom, uno che ha promesso opposizione massiccia al presidente) alla media nazionale (44%) per arrivare al valore più alto, che si attesta al 63% nel West Virginia. Secondo il sondaggio misure come la riforma fiscale o la rinegoziazione del nuovo Nafta non hanno avuto un impatto significativo sulle finanze personali o nell'economia dell'area in cui si risiede per molti degli intervistati. In materia d'immigrazione, le opinioni sono parecchio contrastanti: la metà ritiene le politiche dell'amministrazione troppo severe, circa un terzo le reputa giuste, il 15% pensa che non siano abbastanza dure.

E ADESSO?

Per un presidente perdere la Camera (se non l'intero Congresso) a metà mandato è, spesso, fisiologico. Adesso ci attendono due anni di permanent campaign, anche più di quanto rilevato nella prima parte di presidenza Trump. La Camera a maggioranza democratica potrà frenare molte delle iniziative del presidente, il quale a sua volta potrà compattare la base elettorale proprio in virtù di questo, chiedendo da subito di rafforzare la sua posizione nel 2020. Uno scossone, reale, potrebbe giungere semmai dall'inchiesta del procuratore Mueller, ma è tutto ancora da verificare. Le elezioni midterm rappresentano una fotografia del momento, ma non necessariamente un'anticipazione di quello che potrà accadere alle successive presidenziali, dunque attenzione ad affrettare le conclusioni. La curiosità, a partire da oggi, sarà osservare le prossime mosse di Trump in politica estera. Il recente ripristino delle sanzioni economiche all'Iran è solo un assaggio.

(anche su T-Mag)

5 novembre 2018

Elezioni midterm, le ultime dagli Stati Uniti

L'America si prepara al voto di metà mandato del 6 novembre. L'importanza dell'appuntamento elettorale è data da alcuni elementi, che rappresentano una sorta di novità rispetto al passato. Storicamente, infatti, la difficoltà dei partiti – repubblicani e democratici – è convincere la base elettorale ad andare a votare (questo, di norma, vale a maggior ragione per i democratici). Stavolta le cose potrebbero andare diversamente: risultano essere già oltre 20 milioni gli elettori che hanno votato in anticipo, di persona o per posta, segnando un record per questo tipo di procedura. Sono dati che fanno pensare ad una partecipazione piuttosto alta anche nell'election day di martedì. L'altro elemento che non può lasciare indifferenti è la spesa per le elezioni, circa cinque miliardi di dollari impegnati da candidati, partiti e comitati elettorali: una cifra che si colloca al top nella storia statunitense per un voto midterm. Cosa spiegano, messi insieme, questi elementi? Probabilmente è la conferma che il voto in programma tra poche ore venga considerato, mai come in passato, un referendum sul presidente in carica (e sullo sfondo ci sono le presidenziali 2020, con Donald Trump che mira ad un secondo mandato). Insomma, non stupisce troppo l'attivismo dell'attuale inquilino della Casa Bianca, alle prese con un autentico tour de force nel weekend pre-voto, tra comizi e sostegno sparso ai candidati repubblicani, in molti casi suoi emuli.

COSA DICONO I SONDAGGI

Rispetto alle settimane scorse, gli scenari dettati dai sondaggi non sono mutati tantissimo. Quello considerato più probabile prevede che i democratici riescano a strappare la Camera ai repubblicani (per una manciata di voti, intanto nelle rilevazioni generali diffuse da Washington Post e ABC News i democratici sono avanti di “appena” sette punti), mentre al Senato la maggioranza potrebbe restare in mano al Gop (qui la spiegazione di numeri e composizione del Congresso che verrà presto rinnovato). Ma c'è chi avverte che le cose – diretta conseguenza dell'imprevedibilità del trumpismo, nel bene e nel male – potrebbero andare molto diversamente da come ci si aspetta alla vigilia. Non è così scontato, dunque, che i repubblicani si confermino al Senato, ma non è detto neppure che i democratici riescano alla fine a conquistare la Camera.

LA SFIDA NELLA SFIDA

Queste ultime giornate di campagna elettorale sono state caratterizzate dalla sfida a distanza tra presidenti – quello in carica Donald Trump e l'ex Barack Obama –, entrambi impegnati in vari angoli degli Stati Uniti allo scopo di convincere gli elettori a recarsi alle urne e che votare per la propria parte è da considerarsi, in ogni caso, la scelta giusta. Ma al di là della retorica più scontata, la strategia di Trump è stata incentrata soprattutto sul tema immigrazione, suo grande cavallo di battaglia. Migliaia di soldati sono stati inviati al confine con il Messico in attesa della carovana dei migranti provenienti dall'Honduras e si contano alla frontiera anche civili armati che avrebbero così risposto agli appelli del presidente contro la presunta invasione di immigrati. A proposito di immigrazione, Trump ha poi alzato l'asticella diffondendo via Twitter il video di un cittadino messicano deportato e tornato in Usa per essere condannato per l'uccisione di due poliziotti – tutto ciò avveniva pochi giorni dopo la strage di Pittsburgh (11 morti in una sinagoga a fine ottobre), avvenimento fortemente condannato dal presidente –, accusando i democratici di averlo fatto entrare e paventando situazioni analoghe in caso di una loro vittoria elettorale. Uno “spot” che non è piaciuto (a moltissimi, non necessariamente tra le file democratiche) e che ha alimentato diverse polemiche. Sul fronte della politica estera ha fatto molto discutere l'annuncio delle nuove sanzioni all'Iran («Sanctions are coming», stanno arrivando) tramite una locandina girata sui social in stile Trono di Spade. E l'economia, non doveva essere la questione più importante? In effetti lo sarebbe, ma nella logica di Trump gli ultimi dati sono così positivi da non ritenere opportuni ulteriori interventi in materia, meglio insistere sulle faccende che compattano la base elettorale. I numeri sul lavoro in particolare (una questione tuttavia più complessa, come abbiamo già visto) hanno registrato nel mese di ottobre un incremento di 250 mila nuovi posti, disoccupazione da tempo ai minimi e salari in aumento del 3,1%. È su questo terreno che si è fatto sentire Obama, attribuendo i meriti dell'economia in salute alla sua amministrazione. «Quando sono arrivato alla Casa Bianca ho dovuto risolvere i problemi che ci avevano lasciato. Dove pensate sia iniziato tutto questo, chi pensate l'abbia fatto?», ha chiesto, tra gli applausi, l'ex presidente parlando a Chicago.

I CASI GEORGIA E FLORIDA

Non solo Chicago. Obama è stato in Indiana per fare campagna insieme al controverso senatore Joe Donnelly (controverso perché “reo” di essere troppo in linea su alcuni spunti con Trump, tipo l'immigrazione, ma è anche un sostenitore dell'Obamacare) e in Florida per l'endorsement al candidato democratico, Andrew Gillum. Proprio la Florida (con la Georgia, abbiamo avuto modo di sottolineare) è uno degli Stati da osservare con attenzione, per il tipo di aspiranti governatori che democratici e repubblicani presentano. In Florida è intervenuto Trump in persona definendo Gillum «un ladro» a causa dei recenti casi di corruzione emersi a Tallahassee, dove l'esponente democratico è sindaco. Netta la risposta di Gillum: «Ha ragione mia nonna: mai degradarsi a lottare con un maiale. Vi sporcate tutti e due, ma lui ci prende gusto». Vale la pena ricordare che tra Gillum e Ron DeSantis (il candidato repubblicano) erano già volate parole grosse, comprese accuse di razzismo. I sondaggi in Florida continuano a dare in vantaggio Gillum. In Georgia, invece, dopo che alcune organizzazioni vicine alla candidata democratica Stacey Abrams hanno denunciato non pochi problemi con le registrazioni di voto, procedure che dipendono dall'ufficio del segretario di Stato nonché candidato repubblicano Brian Kemp, la questione è stata rigirata da quest'ultimo che ha annunciato di aver aperto un'indagine nei confronti del Partito democratico «per aver tentato di hackerare il sistema di registrazione del voto». Qui i sondaggi premiano Kemp.

IL VOTO: COSA SI ASPETTANO GLI AMERICANI (E L'INCOGNITA GIOVANI)

L'accusa di Kemp ai democratici diventa un pretesto per curiosare tra le opinioni degli americani in merito alla sicurezza informatica in vista del voto. Due anni dopo che Mosca ha interferito con le elezioni presidenziali del 2016, stando alle ultime rilevazioni del Pew Research Center emerge che il 67% degli intervistati afferma che è molto o abbastanza probabile che la Russia o altri governi stranieri cercheranno di influenzare le elezioni di metà mandato. Meno della metà (45%) si dichiara molto o abbastanza fiduciosa che i sistemi elettorali siano sicuri dalle attività di possibili hacker, ma solo l'8% afferma di esserlo “molto”. In generale i cittadini statunitensi non si attendono particolari difficoltà nelle operazioni di voto. I giovani – non una scoperta di oggi, in realtà – sono i meno propensi a votare alle elezioni, in particolare proprio alle mideterm. Sono più scettici rispetto agli anziani riguardo al fatto che il voto dia voce alle persone nelle scelte di amministrazione nel paese. Perciò sono coloro che, pur ritenendolo importante, mantengono dei dubbi in quote superiori e solo il 50% degli adulti con meno di 30 anni lo definiscono utile. È di gran lunga la percentuale più bassa tra le fasce di età analizzate, se consideriamo il 70% registrato tra i 30-49enni (all'aumentare dell'età cresce la considerazione del voto). Se convinti a recarsi alle urne, che siano i giovani, allora, l'ago della bilancia alle imminenti elezioni americane?

(anche su T-Mag)

25 ottobre 2018

Elezioni midterm, la sfida a Trump dalla Georgia al Texas

Il 6 novembre negli Stati Uniti – lo abbiamo già visto – non si voterà soltanto per rinnovare il Congresso. Quel giorno, infatti, verranno eletti i governatori di 36 Stati, un test dunque molto importante per entrambi i principali partiti, Repubblicani e Democratici. Ogni elezione fa storia a sé, ma siccome si vota Stato per Stato anche alle presidenziali una valutazione a livello locale di quello che è il sentimento degli elettori può essere utile per capire quali possibili scenari potranno verificarsi nel futuro più immediato, con l'appuntamento del 2020 all'orizzonte. Tutto ciò in una cornice particolare, che ha avuto il picco nella giornata di mercoledì 24 ottobre quando sospetti pacchi bomba sono stati inviati agli ex presidenti Clinton e Obama e negli uffici della CNN a New York.

DOVE SI VOTA
Un elenco, tanto per cominciare. Gli Stati chiamati al voto per eleggere i governatori sono (in rigoroso ordine alfabetico): Alabama, Alaska, Arizona, Arkansas, California, Carolina del Sud, Colorado, Connecticut, Dakota del Sud, Florida, Georgia, Hawaii, Idaho, Illinois, Iowa, Kansas, Maine, Maryland, Massachusetts, Michigan, Minnesota, Nebraska, Nevada, New Hampshire, New Mexico, New York, Ohio, Oklahoma, Oregon, Pennsylvania, Rhode Island, Tennessee, Texas, Vermont, Wisconsin, Wyoming.

L'OMBRA DI SANDERS
Soprattutto da parte democratica, diverse sono le storie che vale la pena conoscere. Un trend, un andamento, in America possono cambiare a distanza di pochi chilometri, oppure sulla base del tipo di elezione su cui effettivamente i cittadini dovranno esprimersi. Il sogno di Alexandria Ocasio-Cortes, la 28enne di origini portoricane nata nel Bronx che ha battuto un politico esperto e molto influente nel Partito democratico come Joe Crowley e che ora correrà per il Congresso, non potrà essere lo stesso di Cynthia Nixon, ex star di Sex and The City e aspirante governatrice dello Stato di New York, battuta agevolmente alle primarie di settembre dall'uscente Andrew Cuomo. Però, al di là della disfatta di un'attrice e attivista politica già molto conosciuta (con il senno di poi: forse i media hanno seguito con troppa attenzione la sua candidatura), sembrano esserci dei punti fermi in questo racconto: spesso sono donne – sono tante di più le candidate democratiche rispetto a quelle repubblicane –, spesso rappresentano una (potenziale) prima volta e altrettanto spesso mostrano una costante: Bernie Sanders. Stacey Abrams in Georgia, Lupe Valdez in Texas, Christine Hallquist nel Vermont e in precedenza la stessa Cynthia Nixon hanno sostenuto o hanno ottenuto l'endorsement del candidato alle presidenziali 2016 e principale sfidante di Hillary Clinton alla nomination. A conferma, quindi, di un dirottamento ormai diffuso tra i democratici verso posizioni più radicali. La risposta inevitabile alla persona – Donald Trump – che dimora alla Casa Bianca? Un'ipotesi che non si può escludere del tutto, ma il dato politico è che Sanders è riuscito a costruirsi un seguito non indifferente.

LE STORIE POLITICHE CHE VALE LA PENA CONOSCERE
Stacey Abrams, in caso di vittoria in Georgia, sarebbe la prima donna afroamericana a vincere in uno Stato americano, oltretutto in uno Stato rappresentativo del retaggio del Sud razzista. Abrams, 44 anni, ha ricevuto il sostegno non solo di Sanders, ma anche di Hillary Clinton. La sua agenda politica è concentrata soprattutto sulla sanità e la principale proposta è l'estensione del programma Medicaid (a sostegno delle famiglie con basso reddito e gestito dai singoli Stati) che è convinta – ha spiegato di recente il New York Times – aiuterà le città rurali in difficoltà e a non far saltare il bilancio, considerati gli ingenti costi per il governo federale dell'Affordable Care Act. Lupe Valdez, 70 anni, candidata in Texas, ex sceriffo della contea di Dallas, è lesbica ed è in corsa per diventare la prima governatrice di origini latine. Per Christine Hallquist, 62 anni, è di fatto già una prima volta: è la prima candidata governatrice transgender degli Stati Uniti, nel suo caso nel Vermont, che è molto caro a Sanders. Interessante, poi, è la sfida in Florida tra il democratico Andrew Gillum (39enne sindaco di di Tallahassee e primo candidato afroamericano a governatore dello Stato) e il repubblicano di orgini italiane Ron DeSantis, 40 anni. Capace di mobilitare le ali più a sinistra della base elettorale democratica il primo (tanto per cambiare, sostenuto dal solito Sanders), conservatore tutto d'un pezzo il secondo, in linea con le posizioni più note di Trump. Una corsa elettorale che divide molto: Gillum ha qualche grattacapo proprio a Tallahessee a causa di inchieste su presunti casi di corruzione in città; DeSantis è stato accusato di recente di razzismo per alcuni attacchi, poco ortodossi, rivolti al rivale.

COSA DICONO I SONDAGGI
Qui è dove un certo tipo di narrazione cede il posto alla realtà. Il fatto è che molti dei repubblicani in lizza per diventare governatori sono – chi più, chi meno – emuli in qualche modo del trumpismo, che continua a fare presa in aree piuttosto ampie degli Stati Uniti. In Georgia la situazione è complessa. Sondaggi alla mano, Abrams sembra non avere chance contro il repubblicano Brian Kemp. Quest'ultimo è il segretario di Stato uscente e alcune organizzazioni vicine alla candidata democratica hanno denunciato non pochi problemi con le registrazioni di voto, procedure che dipendono proprio dal suo ufficio. In Texas il governatore Greg Abbott dovrebbe ottenere la riconferma ai danni di Valdez. Situazione analoga nel Vermont, dove pare impossibile – ad oggi – che Hallquist possa strappare la poltrona di governatore all'uscente Phil Scott. Molto più aperta, invece, la sfida in Florida: dalle ultime rilevazioni Gillum sarebbe in vantaggio, ma con una manciata di punti di distacco da DeSantis. E il copione si ripete in diversi altri Stati, con i candidati repubblicani premiati dai sondaggi.

(anche su T-Mag)

11 ottobre 2018

Gli Stati Uniti a poche settimane dal voto di midterm

Manca poco meno di un mese alle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti, un appuntamento fondamentale per la politica americana. In primo luogo perché rappresenta un termometro affidabile (ma non esaustivo) di quello che è il giudizio complessivo nei riguardi dell'amministrazione in carica, ma soprattutto perché si tratta di un voto che può ridisegnare la geografia del Congresso, ostacolando o rafforzando l'azione del presidente. Non a caso Donald Trump, nelle ultime settimane, ha battuto molto il tasto, arrivando addirittura a paventare ingerenze cinesi allo scopo di veder emergere i democratici ai danni dei repubblicani. Alcune questioni tecniche, prima. Le midterm si terranno il 6 novembre, in palio ci sono i 435 seggi alla Camera (qui il mandato è biennale) e 33 dei – più due elezioni suppletive, che fanno 35 – 100 seggi al Senato, dove il mandato dura invece sei anni: per questo motivo ad ogni elezione si rinnova un terzo dell'Aula. Si voterà anche a livello locale in diversi Stati per le cariche di governatore, non una cosa di poco conto. Attualmente la maggioranza è repubblicana, i democratici dovrebbero ottenere qualcosa in più di 20 seggi per scalzare i rivali. Una missione che ad oggi non sembra impossibile: i candidati democratici sarebbero avanti nei sondaggi anche nei collegi ritenuti in bilico (l'ultimo sondaggio Washington Post-Schar School registra un 50-46 a favore dei democratici). Trump, le cui politiche sono di solito controverse e molto dibattute, vorrebbe evitare lo status di anatra zoppa in quanto privo di maggioranza al Congresso, anche se la definizione non è qui del tutto corretta perché indicherebbe piuttosto il periodo di transizione che passa tra l'elezione del nuovo presidente a novembre e l'effettivo insediamento di quest'ultimo a gennaio.

COME L'AMERICA SI PRESENTA AL VOTO DI MIDTERM
Forse è opportuno precisare: come l'America di Trump si presenta al voto di midterm. E per spiegare a quale America di Trump è giusto fare riferimento, è per il momento sufficiente considerare che la campagna elettorale è incentrata parecchio sulle questioni interne (quali sanità, istruzione, armi, immigrazione) e relativamente poco sui grandi temi internazionali, dalle relazioni più distese con la Corea del Nord alla guerra dei dazi con la Cina, dalle tensioni con l'Iran fino alle recenti scaramucce con l'Unione europea e al Russiagate che ancora interessa molto da vicino l'inquilino della Casa Bianca e le persone del suo staff nel periodo elettorale. E anche le dimissioni di Nikki Haley da ambasciatrice statunitense alle Nazioni Unite – notizia abbastanza fresca – non è un tema prioritario (salvo sorprese) in vista dell'imminente appuntamento elettorale. I repubblicani – non contando ora i sondaggi – arrivano alle elezioni di metà mandato “forti” di alcuni successi recenti per l'amministrazione. Due su tutti. Il primo: la rinegoziazione (a vantaggio degli Usa) del trattato di libero scambio con Messico e Canada (il nuovo Nafta che prevede, tra le altre, la produzione di auto di cui il 75% dei componenti dovrà essere di origine nordamericana e salari a 16 dollari l'ora, il che obbligherà le compagnie automobilistiche ad adeguare i parametri anche negli stabilimenti in Messico oppure a mantenere la produzione entro i confini statunitensi). Il secondo: la nomina di Brett Kavanaugh a giudice della Corte Suprema, nonostante i guai emersi dopo le accuse di molestie sessuali da parte di alcune donne per fatti risalenti a diversi anni fa. Attenzione, però: il nuovo Nafta dovrà passare per l'ok del Congresso e con le elezioni alle porte l'esito non è così scontato. In ogni caso sono entrambe vittorie importanti per Trump, in grado di rafforzare la sua base elettorale. Altro tassello fondamentale, i dati positivi che giungono dal mercato del lavoro: il tasso di disoccupazione si è attestato a settembre al 3,7%, ai minimi dal 1969 e in calo rispetto al 3,9% di agosto. Anche se va precisato che il mercato del lavoro in America nasconde sempre molte insidie, pure al cospetto di una disoccupazione quasi azzerata. Per rendere l'idea: il tasso di partecipazione alla forza lavoro (indicatore che riguarda tanto chi ha un impiego quanto chi è in cerca) resta invariato al 62,7%, in miglioramento rispetto agli anni della crisi, ma su livelli tra i più bassi dalla fine degli anni settanta. In più non convince granché il ritmo di crescita dei salari, giudicato ancora lento.

GLI AMERICANI E IL VOTO

Non deve stupire se i democratici stanno pungolando le minoranze, di solito inclini a votare per loro, per convincerle a recarsi alle urne il 6 novembre (da segnalare, poi, l'impegno costante dell'ex presidente Barack Obama). C'è anche da considerare che, proprio tra le file democratiche, si stanno facendo largo – vincendo clamorosamente le primarie – candidati giovani, progressisti e talvolta appartenenti alle minoranze. Il caso più famoso, neanche a dirlo, è quello di Alexandria Ocasio-Cortes, 28enne di origini portoricane nata nel Bronx, già sostenitrice di Bernie Sanders, capace di battere alle primarie del 14esimo distretto di New York un politico esperto e molto influente nel partito come Joe Crowley. Non deve stupire neppure che il presidente in persona – Donald Trump – abbia pubblicato un editoriale su Usa Today per attaccare i democratici, accusandoli di essere dei socialisti che vogliono introdurre un sistema sanitario di tipo universale (modello Sanders, nel 2016) che però recherebbe danni all'economia statunitense. È molto probabile che, nel bene e nel male, proprio Trump sarà decisivo per l'esito del voto. Secondo un'indagine condotta dal Pew Research Center a settembre e diffusa a inizio ottobre, la grande maggioranza degli elettori registrati che sostengono i candidati democratici (85%) ritiene che sia responsabilità del governo federale assicurarsi che tutti gli americani abbiano una copertura sanitaria. La quota di chi la pensa allo stesso modo scende drasticamente tra gli elettori repubblicani (24%). Cambiano le percentuali, ma su altri temi il trend è più o meno lo stesso: quanti credono che il paese debba fare di più per garantire pari diritti alle minoranze e in particolare ai neri rispetto ai bianchi sono soprattutto elettori democratici, di contro la riforma fiscale convince tanto di più gli elettori repubblicani. Sull'immigrazione entrambe le parti sostengono in quote significative che migliorare la sicurezza delle frontiere e contestualmente creare un sistema che permetta a chi è in America illegalmente di diventare un cittadino se rispetta determinati requisiti siano delle priorità, nonostante la netta differenza di coloro che la pensano solo in un modo o nell'altro: gli elettori repubblicani propendono maggiormente per la prima istanza, quelli democratici per la seconda. Le diversità di vedute emergono anche per quanto riguarda l'introduzione di nuove tariffe sui prodotti importati e sulle tasse. In quest'ultimo caso molto dipende anche dalla disponibilità economica delle famiglie: al diminuire del reddito familiare aumenta il grado di disapprovazione nei confronti della riforma voluta dall'amministrazione Trump.

(anche su T-Mag)