31 ottobre 2017

Dal Russiagate all’epoca del sospetto

Potrebbero essere stati coinvolti circa 126 milioni di cittadini statunitensi nelle presunte interferenze russe. Circa 126 milioni di utenti che hanno visualizzato su Facebook contenuti politici sponsorizzati da Mosca. Si tratta – se arriveranno le conferme – di un precedente pericoloso su cui sta indagando il Congresso statunitense. Con la collaborazione dei colossi di internet, Facebook, Google e Twitter, si vuole scoprire la portata del fenomeno e, possibilmente, pure l'efficacia. Quanto hanno inciso, cioè, sul risultato finale delle ultime presidenziali. Finora è emerso che l'operazione di interferenza sarebbe stata condotta in tutti i social network. Sempre su Facebook, stando alla testimonianza depositata e riferita da diversi media americani, i post con contenuti falsi o parziali sarebbero stati 80 mila. A queste cifre, poi, vanno aggiunte tutte le persone che si sono imbattute in pubblicità acquistate direttamente dagli account (si parla di centinaia) oggetto di indagine, sia su Facebook che su Twitter, oltre che i video caricati sui canali YouTube, adesso sospesi.

Hillary Clinton ha pubblicato di recente il libro What Happened per raccontare la sua versione su quanto accaduto l'8 novembre del 2016, attribuendo un peso notevole agli hacker russi. Tuttavia il ricordo delle motivazioni profonde che contribuirono alla vittoria di Trump (si pensi ai risultati ottenuti nella Rust Belt, un'area un tempo fiorente e altamente industrializzata) rende questa serie di ipotesi una lettura non completa. Eppure la questione, interferenze russe o no, fu sollevata immediatamente, già l'indomani dell'esito del voto. Da alcuni studi condotti dal Pew Research Center nel periodo elettorale emersero dati interessanti. Negli Stati Uniti (periodo di riferimento il 2016) quasi otto utenti adulti su dieci (il 79%; il 68% di tutti gli americani) dichiaravano di utilizzare Facebook, un aumento di sette punti rispetto ad una rilevazione analoga relativa all'anno precedente. Percentuali minori per Instagram (32%), Pinterest (31%), LinkedIn (29%) e Twitter (24%). Anche sulla frequenza di utilizzo vinceva (vince) Facebook. Sul podio, ma distaccati, Instagram e Twitter. Non dovrebbe perciò stupire se il 62% degli adulti statunitensi ammetteva a maggio 2016 di informarsi tramite i social network (e il 18% diceva di farlo spesso). Nel 2012, anno elettorale che valse il secondo mandato di Barack Obama alla Casa Bianca, la quota si attestava al 49%. A inizio 2016 si osservava nel periodo di studio (poco meno di tre settimane) che le notizie sulla campagna presidenziale alla vigilia delle primarie repubblicane e democratiche venivano apprese dalla tv via cavo nel 24% dei casi, dai social media nel 14% mentre i giornali nazionali occupavano gli ultimi posti della classifica (2%). Circa un utente su cinque — siamo ora a ottobre 2016 — ha sostenuto di avere cambiato idea su una questione politica o su un candidato sulla base di quanto di nuovo ha appreso sui social network.

Nel frattempo sono cresciuti a livello mondiale gli attacchi informatici, una situazione che coinvolge non solo istituzioni, ma anche privati e aziende. Stando all'ultimo rapporto del Clusit, l’associazione italiana per la sicurezza informatica, l'anno scorso, rispetto al 2015 sono cresciuti nel mondo tanto gli attacchi di phishing – ovvero le truffe attraverso cui vengono sottratti i dati personali degli utenti – e della cyberwarfare, ovvero la “guerra informatica” tra Stati e organizzazioni. Il Russiagate – soprattutto se le indagini dovessero accertare che quelle di Mosca sono state interferenze volte a condizionare il voto in America – è perciò una vicenda che spiega molto dei tempi che viviamo, con i governi (o altre “forze esterne”) che hanno la possibilità di manifestare il soft power in una nuova dimensione, quindi attraverso strumenti e tecnologie difficili da identificare. Non è un caso, insomma, se proprio negli Stati Uniti è stata depositata al Congresso una proposta di legge che considera la propaganda sui social media alla stregua di quella tradizionale, dunque sottoposta a regole e trasparenza ben definite. E certo non è un caso se il ministro dell'Interno, Marco Minniti, annuncia una task force per la cybersicurezza in Italia in vista delle elezioni. Senza dimenticare i timori di condizionamenti alla vigilia dei recenti (e importantissimi) appuntamenti elettorali in Francia e in Germania. Per il presidente Trump si tratta di una «caccia alle streghe». Avrà ragione? Staremo a vedere. Ciò non toglie che ormai siamo dentro l'epoca del sospetto, rinnovata rispetto al passato nei contenuti e nelle modalità e che non coinvolge più, soltanto, gli attori politici o i decisori, ma una platea tanto più ampia che comunica, condivide, rumoreggia sulle diverse piattaforme online.

(anche su T-Mag)

26 ottobre 2017

Cosa ha deciso la Banca centrale europea

La Banca centrale europea ha tagliato il quantitative easing, il programma di acquisto di titoli di Stato avviato a gennaio 2015. La decisione era nell'aria, si attendevano solo conferme, che puntualmente sono arrivate. In cosa consistono le novità? Dall'attuale ritmo di 60 miliardi di euro al mese (resterà tale fino a dicembre) a gennaio del nuovo anno si passerà a 30 miliardi. I tassi di interesse, al contrario, resteranno invariati al minimo. Anche in questo caso si tratta di una decisione attesa, poiché il rialzo avverrà al termine del Qe.
I mercati hanno reagito positivamente, del resto il programma è stato prolungato per un altro anno (fino a settembre 2018 e, se la cosa verrà ritenuta opportuna, anche oltre). È evidente che la Bce non vuole sfilarsi in maniera netta dagli impegni presi, ritenuti da sempre "non convenzionali". Restano, poi, ancora alcuni nodi da sciogliere. Francoforte ha certamente intrapreso un percorso che condurrà l'Eurozona verso una normalizzazione della politica monetaria. Che ad oggi è valsa una crescita più elevata rispetto agli Stati Uniti nello stesso periodo di politica monetaria espansiva e un miglioramento dei livelli occupazionali, con la domanda interna che ha registrato una lieve risalita. Non ancora paragonabile al periodo pre-crisi, ma un inizio. Ecco perché rallentare la portata del Qe, prolungandolo però di diversi mesi, è da considerarsi una mossa prudente. L'inflazione non riesce a stabilizzarsi in maniera omogenea tra i vari Stati membri su valori prossimi al 2%, che ricordiamo essere prerogativa dell'Istituto. Inoltre i riflessi sull'economia reale si sono rivelati talvolta meno robusti del previsto, o perlomeno non in grado di mettere a sistema – in via definitiva – le misure adottate per sostenere la ripresa. Creando moneta, la Bce ha concesso nuove opportunità a imprese e famiglie (favorendo, cioè, l'accesso al credito), ma al contempo ha "viziato" giudizi e prospettive. Eppure c'è da ricordare che tali misure hanno permesso al ciclo economico di rivitalizzarsi ed uscire dalla prolungata fase recessiva cui è seguita un'altrettanto estesa stagnazione. Ciò è stato vero tanto per l'Eurozona quanto per l'Italia. A cominciare dal deprezzamento dell'euro, una spinta – ad esempio – per le imprese export oriented. Adesso siamo al cospetto di una versione soft del tapering, un processo ormai inevitabile. Ma il dimezzamento non esclude un aggiustamento in termini di «entità o durata» del programma, se nei prossimi mesi le condizioni economiche saranno poco favorevoli. Resta un fatto: il Qe e i tassi al minimo (iniziative che hanno fatto risparmiare molti soldi all'Italia di interessi sul debito) non possono rappresentare la normalità, bensì l'eccezione. A partire da ora, avremo modo di capire se il ciclo economico è ripartito sul serio.

(anche su T-Mag)

6 ottobre 2017

Così l’occupazione dal 2013 ad oggi

“Persiste la fase di significativo miglioramento del mercato del lavoro”, affermava soltanto pochi giorni fa il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan, davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato (in audizione sul DEF). In particolare il ministro aveva ricordato il “milione di occupati in più rispetto al dato peggiore registrato nel 2013”, una considerazione a cui aveva in un secondo momento risposto l'ufficio studi della CGIA di Mestre: “In termini di posti di lavoro, il confronto, casomai, andrebbe realizzato con il punto di massima occupazione realizzato in tempi pre-crisi, ovvero nell'aprile 2008. Le ultime rilevazioni dell'Istat hanno messo in evidenza che gli occupati nell'agosto di quest'anno, pari a poco più di ventitré milioni di unità, sono quasi tornati allo stesso livello del 2008. Il monte ore lavorate, invece, è diminuito di oltre 1,1 miliardi (-5%)”. Ovvero: alla quantità non ha fatto seguito un miglioramento della qualità del lavoro. Anche perché, osservava ancora la CGIA, “se nel 2008 i dipendenti full time erano l'86% del totale, otto anni dopo si sono abbassati all'81%. Quelli a tempo parziale sono saliti dal 14 al 19% del totale”. Qual è stato, quindi, l'andamento del mercato del lavoro negli ultimi anni? L'occupazione ha registrato dei miglioramenti oppure no?

Un miglioramento dei livelli occupazionali effettivamente c'è stato: secondo gli ultimi dati Istat ad agosto il tasso di disoccupazione è sceso all'11,2% e quello giovanile al 35,1%, valori che però restano più elevati di quelli pre-crisi. Prendendo come mese di riferimento proprio agosto (seguendo, cioè, le ultime rilevazioni diffuse dall'Istat), T-Mag ha ripercorso le serie storiche mettendo a confronto gli anni 2008, 2013 e 2017.

Ad agosto 2008 gli occupati erano oltre 23 milioni, ad agosto 2013 erano quasi un millione in meno: 22 milioni e 181 mila unità. Il recupero a 23 milioni è avvenuto quest'anno, più precisamente ad aprile, fino a toccare quota 23 milioni 124 mila ad agosto. Sebbene dal 2013 al 2017 il numero di chi è in cerca di occupazione sia diminuito di 196 mila unità, il gap con il 2008 rimane consistente: all'epoca c'era oltre un milione di disoccupati in meno (2.903 ad agosto 2017; 1.678 ad agosto 2008). La ripresa (ma anche la discesa negli anni della crisi) è stata, nel complesso, appannaggio della componente maschile. Anche qui, infatti, nonostante la retorica corrente vorrebbe sempre più massiccia la presenza femminile nelle dinamiche occupazionali (sicuramente è cresciuta la partecipazione), gli uomini hanno visto diminuire drasticamente il numero di occupati, ma al tempo stesso hanno registrato un'importante risalita dal 2013 al 2017. Le donne al lavoro, semmai, sono aumentate costantemente, ma entro la soglia dei nove milioni (picco raggiunto ad agosto 2017 con 9.691 unità), marcando perciò un divario che continua a frenare lo sviluppo del paese. Al contrario gli occupati uomini si sono ridotti di quasi un milione dal 2008 al 2013, per poi risalire, più o meno sui valori precedenti, tra il 2016 e il 2017.

In merito alla tipologia occupazionale è soprattutto quella dipendente a caratterizzare il mercato del lavoro. Quest'anno il numero dei dipendenti è cresciuto rispetto ai livelli del 2008, ma nel 2013 la quota era inferiore di 637 mila unità (oggi si attesta a 17 milioni 788 mila). È vero, però, che ad aumentare sono stati – dal 2013 al 2017 – principalmente i dipendenti a termine (+617 mila, a 2 milioni 800 mila) di quelli permanenti (+503 mila, a 14 milioni 988 mila). I lavoratori, invece, che hanno subito una costante flessione sono gli indipendenti: da 5 milioni 787 mila ad agosto 2008 sono passati a 5 milioni 336 mila ad agosto 2017 (5 milioni 512 mila ad agosto 2013).

Un occhio, ora, alle classi di età. Escludiamo da questa analisi i giovani di 15-24 anni in quanto – come spiega l'Istat – “dal calcolo del tasso di disoccupazione sono per definizione esclusi i giovani inattivi, cioè coloro che non sono occupati e non cercano lavoro, nella maggior parte dei casi perché impegnati negli studi” (ad agosto l'incidenza dei giovani disoccupati tra 15 e 24 anni sul totale dei giovani della stessa classe di età è invece pari al 9,5%). L'unica fascia di età ad avere mostrato una crescita costante del tasso di occupazione è stata quella degli over50 per effetto delle ultime riforme pensionistiche da un lato, della componente demografica (invecchiamento della popolazione) dall'altro. Così il tasso di occupazione è passato, per i 50enni e più, dal 24,5% di agosto 2008 al 31,3% di agosto 2017. Al contrario se nelle classi 25-34 anni e 35-49 anni il tasso di occupazione è aumentato su agosto 2013 (rispettivamente al 62,3% e al 73% dal 59% e dal 71,9%), i valori restano distanti da quelli che venivano rilevati nello stesso periodo del 2008: al 69,5% per i 25-34enni, al 76,3% per i 35-49enni.

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4 ottobre 2017

L’America e le armi da fuoco

Uomo, bianco, spesso senza un diploma di laurea: è il possessore “tipo” di armi da fuoco negli Stati Uniti. A tracciare l'identikit in tempi (relativamente) non sospetti era stato il Pew Research Center, attraverso una rilevazione realizzata tra il marzo e l'aprile 2017. La tragedia di Las Vegas ha riaperto una volta di più il dibattito sul possesso di armi da fuoco in America, un diritto garantito dal II emendamento della Costituzione statunitense che con il passare del tempo ha assunto tuttavia un peso diverso rispetto alle origini, quando le ragioni erano più vicine al diritto collettivo che non a quello individuale. E nonostante gli eventi drammatici che si sono registrati, molti dei quali piuttosto recenti, la questione si è rivelata spesso un boomerang politico per chi ha tentato di prendere la cosa di petto. Mentre si tenta ancora di individuare il movente che ha spinto Stephen Paddock ad introdurre un intero arsenale all'interno di una stanza del 32esimo piano del Mandalay Bay Hotel di Las Vegas, sparare alla folla sottostante che assisteva ad un concerto country provocando 58 morti, il presidente Trump non ha escluso che di una modifica delle regole si possa parlare in futuro. Il tema fu al centro dell'ultima campagna presidenziale. La candidata democratica Hillary Clinton aveva promesso un giro di vite contro il possesso di armi da fuoco, la più morbida posizione del futuro inquilino della Casa Bianca sull'argomento aveva trovato invece il sostegno della NRA, la potente associazione pro armi. Già durante l'amministrazione Obama erano entrate in vigore leggi che limiterebbero le possibilità di ottenere armi, specie quelle più pericolose. Ma alcune lacune legislative e l'opportunità di acquistare armi senza particolari restrizioni in alcuni Stati hanno sempre vanificato le iniziative in questo senso.

GLI AMERICANI E LE ARMI
Stando all'indagine del Pew Research Center, circa la metà degli uomini bianchi (il 48%) dice di possedere una pistola. Al contrario, sono un quarto delle donne bianche e degli uomini non bianchi (24%) a dichiarare la stessa cosa. Spesso viene riscontrato un divario educativo tra i possessori: il 41% dei bianchi senza un diploma di laurea dispone di armi contro il 26% dei bianchi con almeno un diploma di laurea. Da un punto di vista geografico, la proprietà della pistola è meno concentrata nel Nord-Est e c'è un divario urbano-rurale. In altre parole, tra gli adulti che vivono nelle zone rurali il 46% dice di possedere una pistola, mentre il 28% di chi vive nei piccoli centri e, in quota minore – il 19% –, nelle aree urbane ammette di possedere una pistola. In generale il 57% degli americani, rileva il Pew Research Center, vive in un contesto domestico in cui non sono presenti armi, il 30% ne è possessore, l'11 non è possessore ma vive con qualcuno che lo è. Resta un fatto, però: circa sette americani su dieci ammettono di aver sparato con una pistola, compresa una porzione importante di quelli che dichiarano di non essere possessori. La maggioranza (il 66% del campione) ne ha più di una e il 73% afferma di non riuscirsi a immaginare senza. Si diventa possessori soprattutto per ragioni legate alla sicurezza, oltre che per il senso di libertà garantita.

LE ARMI E LA VIOLENZA
Il 44% degli adulti americani – dati provenienti ancora dall'indagine del Pew Research Center – afferma di conoscere personalmente qualcuno al quale è stato sparato, sia accidentalmente che intenzionalmente. Il 23% di essi racconta che è capitato che persino qualcuno della propria famiglia sia stato minacciato o intimidito da qualcuno con la pistola. Perlopiù sembrerebbe che quello della violenza con armi da fuoco sia un problema effettivamente percepito nel paese, anche se le opinioni di chi ne ha almeno una e chi no possono differenziarsi abbastanza. È stato stimato che negli Stati Uniti curare le persone vittime di conflitti a fuoco costi oltre due miliardi di dollari l'anno. Secondo i dati raccolti da Gun Violence Archive sarebbero quasi 12 mila i morti da arma da fuoco, per quasi 47 mila incidenti totali nel 2017. Da inizio anno le sparatorie di massa sono state 273, compresa quella di Las Vegas. “Un atto di pura malvagità”, l'ha definita Trump.

(anche su T-Mag)