11 luglio 2017

La rivoluzione dello streaming musicale

In pochi giorni la RIAA (Recording Industry Association of America) ha certificato 4:44, ultimo e acclamato album di JAY-Z, disco di platino. Il riconoscimento è stato ottenuto con il solo streaming, peraltro in esclusiva per gli utenti abbonati alla piattaforma di sua proprietà, Tidal, nella prima settimana di uscita (30 giugno-7 luglio). Per farla breve: 1.500 streaming di una canzone equivarrebbero ad un album venduto, un disco di platino – l'equivalente di un milione di unità vendute – ammonterebbe a ben oltre un miliardo di riproduzioni (contano anche i download che le diverse piattaforme concedono agli iscritti paganti, con un peso “maggiore”). Poi si è scoperto che Sprint – società di telecomunicazioni che vanta da qualche mese una partecipazione in Tidal – ha comprato un numero elevato di copie digitali dell'album da distribuire (gratis) ai propri clienti. Una mossa in fondo simile a quanto accadde nel 2013, stavolta in occasione del precedente Magna Carta Holy Grail: all'epoca l'accordo commerciale fu siglato con Samsung e venne distribuito gratuitamente a circa un milione di possessori di smartphone dell'azienda coreana.

Copie vendute preventivamente a parte (JAY-Z si conferma un grande uomo di business), è un fatto che ormai le certificazioni delle principali federazioni legate all'industria musicale passano soprattutto per lo streaming. Lo scorso anno Chance The Rapper, visto il successo del suo terzo mixtape, Coloring Book (lui considera i suoi primi tre lavori “mixtape” e non veri e propri album), distribuito dapprima su iTunes in free download e in seguito sulle piattoforme per l'ascolto online, è riuscito a vincere la sua battaglia con il comitato dei Grammy Awards, costretto a modificare il regolamento e a rendere candidabili ai premi anchei dischi non distribuiti sui canali tradizionali di vendita, fisici o digitali.

In Italia, dal 7 luglio, la FIMI (Federazione industria musicale italiana) integra i dati dello streaming audio di tutte le piattaforme attive nel nostro paese con i dati del download e delle vendite dei dischi fisici, mentre per i singoli la cosa avveniva già da un po'. Non sono mancate polemiche al riguardo, né errori: il 10 luglio la FIMI ha attributo riconoscimenti prestigiosi quali il raggiungimento del disco d'oro o traguardi simili a diversi artisti, salvo poi correre ai ripari e ammettere di avere conteggiato gli streaming delle settimane precedenti a quella dell'effettiva rilevazione, dunque drogando i dati. Ad ogni modo la stampa specializzata non presenta un giudizio univoco sulla scelta della FIMI, la parte più contestata è la correlazione che talvolta deriverebbe dallo streaming forsennato di un unico brano e la relativa “vendita dell'album” espressa in unità, con il rischio di stravolgere le classifiche non rispettose del reale andamento del mercato (come spiega la FIMI nella nota metodologica, però, «si sommano tutti gli ascolti delle tracce contenute nell’album e si escludono gli ascolti del primo brano più ascoltato che eccedono il 70% del totale streams dell’album stesso»). O, peggio, di ritrovarsi presto nei primi posti delle classifiche "artisti" dalle dubbie qualità in quanto "virali". L'unica costante è la crescita del segmento digitale on demand all'interno dell'industria musicale: all'inizio avversato (spesso dagli stessi addetti ai lavori), oggi appare invece indispensabile. Come dimostrano i numeri.

I servizi di streaming per la musica presenti in Italia, sono diversi. Alcuni propongono un sistema misto (free o ad abbonamento) come Spotify (colosso del settore) o Deezer, altri sono solo a pagamento, tipo Apple Music e Tidal (che a sua volta elenca due piani di abbonamento, il primo è quello standard che vale più o meno per tutti a 9,99 euro al mese e il secondo a 19,99 euro mensili per una qualità di fruizione superiore). Poi ci sono, tra gli altri, Google Play Music (un ibrido rispetto al modello Spotify e i servizi solo a pagamento), il redivivo Napster e Tim Music. Tutte queste piattaforme, insieme, sono valse nel 2016 una crescita del 30% e sono stati soprattutto i ricavi dagli abbonamenti a registrare l'incremento maggiore, con quasi il 40% in più rispetto all'anno precedente. Gli abbonamenti, quindi, hanno generato oltre 35 milioni di euro e rappresentano il 51% di tutto il segmento digitale (fonte: Deloitte per FIMI).

Cambia perciò il modo di ascoltare la musica. Abbonarsi ad un servizio streaming significa poter usufruire di brani e melodie ovunque ci si trovi, sul luogo di lavoro, in palestra o a passeggio. Il cd e persino il formato mp3 (per come veniva concepito all'inizio della sua gloriosa carriera, almeno), sembrano ora modi vetusti di godere della musica. Se il supporto fisico proprio deve esserci, quello è il vinile, come suggeriscono i più recenti dati di vendita. A livello mondiale, Spotify risulta essere leader (oltre il 40% degli utenti paganti). Segue Apple Music, con una quota del 20% circa. Agli altri le “briciole”: Deezer poco meno del 7%, Napster il 4,5% e Tidal – nonostante le numerose esclusive in stile 4:44 di JAY-Z – appena l'1% (dati Midia Research, aggiornati a dicembre 2016).

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6 luglio 2017

La "nuova" Russia alla vigilia del G20

La Casa Bianca lo ha definito “un incontro bilaterale normale”, ma quello che venerdì si terrà a margine del G20 ad Amburgo sarà un incontro tutt'altro che marginale. I presidenti di Stati Uniti e Russia, Donald Trump e Vladimir Putin, avranno un colloquio in una fase politica internazionale molto particolare. Le recenti dimostrazioni di forza della Corea del Nord (gli Stati Uniti hanno confermato che quello lanciato il 4 luglio era un missile balistico intercontinentale), le tensioni sulla questione siriana (dove tuttavia una collaborazione è possibile), i rapporti con Pechino: tanti i dossier e gli spunti di riflessione sul tavolo.

La Russia, nonostante le distanze emerse negli ultimi anni, resta un interlocutore indispensabile su molte vicende ancora aperte, tanto per l'America quanto per l'Europa. La crisi ucraina ha allontanato Bruxelles e Mosca con la diretta conseguenza delle sanzioni, di recente prorogate fino a settembre. La Russia, per far fronte alle condizioni economiche sfavorevoli, si è vista costretta a cambiare il paradigma, incentivando soprattutto la domanda interna anziché dipendere dai prodotti esteri: intanto si registra una crescita costante da tre trimestri – dopo gli anni di recessione a causa delle sanzioni – e anche il 2017 dovrebbe chiudere con il PIL saldamente in territorio positivo. Sanzioni a parte e relazioni internazionali più tese, Mosca non è rimasta certo a guardare. Da qualche tempo si osserva un riavvicinamento con la Cina, culminato con importanti accordi commerciali (gli ultimi, siglati pochi giorni fa, per un valore di dieci miliardi di dollari: solo nei primi quattro mesi dell'anno l'interscambio tra le due potenze è cresciuto del 37%, quando lo scorso anno aveva registrato un incremento appena sotto il 4%). I due paesi, poi, stanno facendo fronte comune nei riguardi delle ostentate azioni di forza di Pyongyang. Mosca e Pechino, infatti, si sono offerte di mediare, pur definendo “inaccettabile” l'ultimo test della Corea del Nord. Washington vorrebbe una presa di posizione più netta, soprattutto da parte della Cina (che, però, ha interessi diversi nell'area). A loro volta, Russia e Cina, hanno stigmatizzato l'immediata risposta, a scopo dimostrativo, di Stati Uniti e Corea del Sud tramite esercitazioni militari congiunte. Per la Russia – posizione espressa nella riunione di emergenza del Consiglio di sicurezza dell'ONU – «la possibilità dell'uso della forza militare deve essere esclusa».

La Russia, insomma, appare oggi meno isolata. E le politiche di Putin, nella maggior parte dei casi, convincono i cittadini russi. Il presidente, nella leadership globale, ha la fiducia dell'87% degli intervistati, secondo una rilevazione del Pew Research Center. E il 59% attribuisce al paese un ruolo più determinante nel mondo rispetto a dieci anni fa. Sono in calo i giudizi sulle relazioni con l'Ucraina (si passa dall'83% di due anni fa al 63% di oggi). Per il 46%, inoltre, la Russia dovrebbe mantenere stabile il coinvolgimento militare in Siria, in particolar modo per sconfiggere i gruppi estremisti. Dal lato socioeconomico, se nel 2015 il 73% degli intervistati giudicava in maniera negativa la situazione, oggi le opinioni sono divise (il 46% si esprime in termini positivi contro il 49%). Tuttavia – a conferma del trend al rialzo – circa la metà (il 51%) sostiene che la propria situazione economica è positiva, quando nel 2015 a pensarla così era il 44%. I russi sono però meno ottimisti sul futuro: il 53% ritiene che l'economia nazionale rimarrà sugli stessi valori o peggiorerà nel prossimo anno. Eppure – emerge ancora dalle indagini del Pew Research Center – il 59% dei russi continua a pensare che il crollo dell'Unione Sovietica sia stato un duro colpo per il proprio paese. Pur restando una larga maggioranza, in due anni il calo di quanti rispondono in questo modo è stato di dieci punti: secondo il Pew Research Center va di pari passo con il miglioramento delle prospettive economiche in Russia osservate nell'ultimo periodo.

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27 giugno 2017

Sei mesi di Trump alla Casa Bianca

Criticato. Controverso. Osteggiato. Tutto e il contrario di tutto. In due sole parole: Donald Trump. Sono passati poco più di sei mesi dall'insediamento del 45esimo presidente degli Stati Uniti alla Casa Bianca. Una vittoria elettorale, la sua, che stupì il mondo. E che ha lasciato subito strascichi evidenti, tra proteste, manifestazioni e pareri discordanti. Eppure Donald Trump mantiene dalla sua una porzione di elettorato che crede fermamente nelle sue scelte, uno zoccolo duro pronto a scommettere ancora oggi che sia lui l'uomo giusto per avversare l'establishment di cui una parte importante della middle class americana si fida sempre meno. Da qualche settimana Trump è costretto a stare sulla difensiva a causa del Russiagate, l'inchiesta dell'intelligence statunitense su possibili interferenze russe durante la campagna elettorale volte a dirottare l'esito del voto a favore dell'attuale inquilino della Casa Bianca. Nel frattempo si registrano frizioni con Mosca, soprattutto sulla crisi siriana. Incoerenze e contrasti appaiono all'ordine del giorno. Con Daniele Fiorentino, professore di Storia e istituzioni degli Stati Uniti d'America all'Università degli Studi Roma Tre, che T-Mag interrogò già prima dell'election day dell'8 novembre, abbiamo fatto il punto della situazione su pregi, difetti e le misure fin qui adottate dal presidente che ha sdoganato una volta per tutte i protocolli e che ama – oltremodo – il linguaggio istantaneo e confidenziale di Twitter.

Professor Fiorentino, partiamo dal Russiagate. Trump sembrava in un primo momento essere indagato per intralcio alla giustizia, lo stesso presidente aveva dichiarato qualcosa di simile. In seguito uno dei legali ha precisato che non lo è e negli ultimi giorni ci sono stati sviluppi che tirerebbero in ballo anche l'ex presidente. Al di là di questo, quali ripercussioni – politiche e non – potranno derivare dalla vicenda? Esistono, secondo lei, i presupposti per una procedura di messa in stato d’accusa?
Va detto innanzitutto che la procedura di Impeachment, regolata dalla Costituzione, è principalmente un atto politico e in parte anche giudiziario. Non è facile mettere sotto inchiesta un presidente e come si sa questo è avvenuto solo altre tre volte, anzi due, visto che Nixon non arrivò mai al giudizio finale poiché si dimise prima di essere effettivamente messo sotto impeachment. Gli altri due, Clinton, e Andrew Johnson nell’Ottocento si salvarono per un pelo. Per capire se ci sono gli estremi per procedere bisognerà rivolgere l’attenzione a due fattori principali: il primo è se effettivamente il presidente ha mentito sui legami con la Russia e ha cercato di insabbiare le inchieste in tal senso; l’altro è la volontà politica del Congresso che è responsabile della procedura. I Repubblicani hanno un’ampia maggioranza e saranno loro a dover determinare prima di chiunque altro se perseguire o meno Trump. Credo che al momento a loro non convenga perché creerebbero una forte spaccatura non solo nel partito ma nel Congresso stesso. Tuttavia, con il passare dei mesi e con l’avvicinarsi delle elezioni di mid-term nel 2018, quando tutta la camera e un terzo del Senato verranno rinnovati, se Trump dovesse perdere consensi e credibilità, alcuni potrebbero trovare più conveniente sbarazzarsene o perlomeno metterlo in un angolo; in questo caso allora l’impeachment potrebbe essere una strada percorribile. Credo comunque si sia ancora molto lontani da una scelta in questo senso a meno che non emergano fattori ed elementi nuovi, cosa che non mi stupirebbe vista la frequenza e rapidità di colpi di scena cui ci sta abituando questa amministrazione.

A questo punto le chiederei di esprimere un giudizio sui primi sei mesi di amministrazione Trump. Quali misure definirebbe positive e quali ritiene invece negative?
Quello che abbiamo visto sin qui dell’amministrazione Trump è un po’ quello che ci si aspettava: sostanzialmente una mancanza di organizzazione, coordinamento e di un programma vero e proprio con obiettivi precisi. Gli unici veri obiettivi erano quelli di smantellare quanto fatto da Obama, soprattutto la riforma sanitaria, l’ambiente, e la tassazione progressiva ridando centralità alla classe media, soprattutto quella urbana della grande industria e quella delle aree più periferiche della nazione. Qui c’è indiscutibilmente una parte della popolazione che si sente dimenticata e lasciata indietro da chi governa e muove le leve del potere. La campagna elettorale di Trump aveva fatto promesse e creato grandi aspettative raccogliendo anche molti consensi. Finora non si è fatto però molto in questo senso, se non cercare di ancorare alcune grandi aziende con le loro fabbriche sul territorio statunitense, cosa che però non sta dando i risultati auspicati. Direi un bilancio sostanzialmente negativo in politica interna. Non che la politica estera vada molto meglio. È abbastanza evidente che manca un disegno e così si passa da un’iniziale riavvicinamento con la Russia di Putin a una presa di distanza netta anche a causa dell’inchiesta in atto sui rapporti del presidente, e di alcuni suoi stretti collaboratori, con grandi imprenditori russi e anche direttamente con l’amministrazione. Gli unici importanti sviluppi in direzione positiva si sono visti in qualche misura sulla politica in Medio Oriente, forse l’unica vera svolta di questa amministrazione, con una posizione aperta ma ferma nei confronti dell’Arabia Saudita e di alcuni emirati, una marcia in senso contrario con l’Iran e interventi in Siria, che però lasciano anch’essi molte questioni aperte. Con l’Europa e la Cina le scelte del presidente sembrano chiare ma poi anche in questi casi la politica è erratica. Manca appunto un Grand Design, come si dice in inglese.

Con Trump presidente l’America sta assumendo una posizione più isolazionista rispetto al recente passato, anche più di quanto accaduto in determinati casi sotto l’amministrazione Obama. Penso al ritiro dall’accordo di Parigi sul clima, gli ambigui rapporti con i russi (suoi e di alcuni stretti collaboratori), le giravolte e le contraddizioni nei confronti di Pechino, gli strappi – seppure solo dialettici – con la Germania e Angela Merkel, le rinegoziazioni di precedenti accordi con i vicini nordamericani. Al tempo stesso, però, l’America continua ad essere attore indispensabile per risolvere le controversie mediorientali e contrastare il terrorismo di matrice islamica, temi su cui il dialogo con l’Europa e in definitiva con Mosca è necessario oltre che opportuno. Può aiutarci a capire meglio le mosse fin qui osservate in politica estera?
Come dicevo prima a questa amministrazione manca appunto una grande strategia. Come altre volte in passato Trump ha puntato molto sull’attenzione alle vicende interne proclamando di voler dare priorità ai cittadini americani, to make America great again come recitava il suo slogan in campagna elettorale. In realtà gli Stati Uniti non possono e non vogliono del tutto tirarsi fuori dalla politica internazionale. Ci sono troppi interessi in gioco e troppe variabili incerte che rischierebbero di penalizzare il paese in caso di un vero ripiegamento interno in senso isolazionista. Chiariamo subito una cosa: gli Stati Uniti non sono stati mai davvero isolazionisti, soprattutto a partire dalla fine dell’Ottocento. Hanno troppi interessi e investimenti nel mondo per poterselo permettere e tutto sommato non ne hanno nemmeno l’intenzione. Semmai in alcuni periodi si è trattato di un parziale disimpegno. Quanto alle questioni che enumera ci vorrebbe un’analisi lunga e approfondita per spiegare tutto, ma in sintesi Trump vorrebbe ridare centralità e potere agli Stati Uniti a livello internazionale senza però portarne le conseguenze, “responsabilizzando” i partner e riducendo la spesa americana nelle questioni internazionali. Gli “strappi” sono a volte “coups de theatre” che servono più a coltivare una certa immagine interna del presidente che a essere efficaci nei rapporti con i partner internazionali. Non voglio ripetermi ma quello che vediamo è il risultato della mancanza di un Grand Design, probabilmente aggravato anche da considerazioni che hanno a che fare più con gli interessi economici e commerciali Usa che con ponderate scelte strategiche. La Cina è un partner troppo importante, da una parte Trump vuole mantenere un rapporto finanziario e commerciale fondamentale per gli Stati Uniti, dall’altra vuole mostrare ai suoi elettori che sa usare il pugno duro con chi mette in discussione i valori fondamentali della democrazia. In qualche modo questo avviene anche con Mosca. L’atteggiamento nei confronti della Germania ha molto a che fare con una richiesta dei suoi elettori nei confronti di un’Europa percepita come una spugna che ha solo ricevuto dall’America senza assumersi le proprie responsabilità. Nonostante i tanti proclami quello con l’Europa è un rapporto che continuerà inevitabilmente nel prossimo futuro anche se con qualche strappo e ricucitura.

In che modo può essere letta la recente decisione dell’amministrazione Trump di adottare misure più restrittive nei confronti di Cuba dopo la recente apertura concessa da Obama?
Trump e i suoi elettori sono legati a un’immagine da guerra fredda dei rapporti con Cuba. Credo che una delle motivazioni che lo ha spinto a prendere questa posizione sia proprio il fatto che l’apertura fosse stata avviata da Obama. Trump fin qui si è definito essenzialmente come l’anti-Obama e l’uomo anti-establishment. L’apertura verso Cuba rappresenta davvero un’importante novità che proietta la politica delle relazioni interamericane, e in qualche misura internazionali, verso il futuro. Obama era stato capace di svincolarsi dalle catene della Guerra fredda e dai modelli esistenti, retaggio di un passato ormai superato, comprendendo quanto fossero mutati gli equilibri nello scenario regionale. Trump sembra invece ancorato a un ruolo degli Stati Uniti legato all’egemonia regionale ma non in chiave di prospettive e sviluppi futuri quanto piuttosto di contrapposizione ideologica fondata però su schemi del passato. Non sembra insomma riconoscere che sono cambiate molte cose in questi ultimi venti anni e in particolar modo dopo l’11 settembre 2001.

Sul fronte interno Trump pare stia incontrando qualche difficoltà. Del muro al confine con il Messico si è tornato a parlare di recente, ma sembrava essere uscito dall’agenda nelle ultime settimane. Poco tempo fa il presidente ha annunciato la riforma fiscale per agevolare le imprese statunitensi al fine di incentivare l’occupazione e c’è poi la volontà di cancellare l’Obamacare, ma le cose non stanno procedendo ad un passo spedito anche se c'è chi giura che questa potrebbe essere una settimana decisiva. A suo avviso, comunque, riuscirà a mantenere le promesse fatte in campagna elettorale?
Non credo proprio e questo forse lo sapeva persino lui. Quelle promesse erano legate alle paure di una classe medio-piccola che chiedeva di essere ascoltata e di trovare un interlocutore da portare a Washington che non fosse un rappresentante dell’establishment. Non che Trump lo sia davvero ma questa è l’immagine che ha proposto di sé: un outsider che si dà alla politica per il bene dei suo concittadini. Quando faceva quelle promesse, appunto da campagna elettorale, Trump non si è mai interrogato veramente sugli effettivi poteri del presidente. Parlava come se, una volta al potere, avrebbe avuto mano libera per fare tutto quel che voleva. A dire il vero non sono nemmeno sicuro che le volesse fare davvero tutte. Ma il sistema costituzionale americano funziona diversamente e impone delle procedure di cui l’attuale presidente farebbe volentieri a meno. Quella che probabilmente porterà in porto è la riforma fiscale. Con la cancellazione di Obamacare è riuscito solo a costi politici enormi e con una decisione che ha in qualche modo mutato le procedure di approvazione delle leggi, cioè facendo a memo di una maggioranza qualificata. Il muro col Messico, che peraltro in molte sue parti esiste già, credo che rimarrà uno slogan da campagna elettorale.

Sondaggi alla mano, Trump sta subendo un calo costante di popolarità da diverso tempo. Come si può spiegare questa “contraddizione” rispetto al risultato elettorale di non molti mesi fa? Oppure, considerando che la sua avversaria Hillary Clinton aveva ottenuto consensi maggiori nel voto popolare, è una situazione che rientra tra le cose da mettere in conto a sei mesi dal suo insediamento alla Casa Bianca?
Più che una vittoria di Trump le elezioni del 2016 sono state una débâcle del Partito Democratico e una disfatta di Hillary Clinton. Il consenso del presidente non è mai stato alto e come sappiamo il voto popolare è andato in grande maggioranza a Clinton. Trump ha un suo elettorato fedele che è però minoritario negli Stati Uniti e che adesso comincia a vedere molte delle promesse della campagna elettorale non realizzate. Tuttavia, c’è uno zoccolo duro che rimarrà vicino al presidente, anzi che attribuirà ogni sua sconfitta alla volontà dei “poteri forti” a Washington che non vogliono un populista alla Casa Bianca. In fondo la grande abilità di Trump è stata quella di creare una narrazione che funziona bene per qualunque evenienza: quando riesce a ottenere un successo politico è tutto merito suo, quando invece subisce una sconfitta o una battuta d’arresto la colpa è di chi non vuole che lui e il popolo americano riescano a far trionfare i principi di libertà e democrazia di cui lui è ormai l’unico vero interprete. È ovvio che una narrazione di questo genere funziona fintanto che la gente ci crede e si identifica con il leader, ma gli americani hanno imparato col tempo, e soprattutto a partire dagli anni settanta con Nixon e il Watergate, che non tutto quel che il presidente dice o fa è necessariamente giusto e vero. Bisognerà aspettare il procedere degli eventi per capire quale sarà il vero destino del presidente, di questa amministrazione e degli Stati Uniti in generale. Io credo che comunque vadano le cose non verrà rieletto per un secondo mandato.

(anche su T-Mag)

15 giugno 2017

Il caso vaccini in Italia (e nel mondo)

È attivo dal 14 giugno il numero di pubblica utilità 1500: chiamando, risponderanno medici ed esperti del ministero e dell’Istituto superiore di Sanità per fornire ai cittadini informazioni sulle novità introdotte dal recente decreto legge in materia di vaccinazioni obbligatorie da zero a 16 anni. A poche ora dall'entrata in funzione del servizio sono state 300 le chiamate ricevute, a conferma dei tanti dubbi sul tema che stanno affliggendo i genitori di figli in età scolare. Nel frattempo la Regione Veneto – in maniera pressoché analoga si sta muovendo pure la Regione Liguria – ha impugnato il provvedimento per «lesione dell’autonomia regionale». Il fatto contestato è l'obbligo previsto dal decreto, non l'utilità dei vaccini. Ma procediamo con ordine, tentando di capire come si è arrivati a questo punto.

IL DECRETO IN MATERIA DI PREVENZIONE VACCINALE Il decreto, pubblicato in Gazzetta il 7 giugno 2017 e recante “Disposizioni urgenti in materia di prevenzione vaccinale”, introduce una nuova serie di vaccinazioni obbligatorie, pena la non ammissione nelle scuole (questa specifica procedura in precedenza era stata in vigore fino al 1999), che così passano da quattro a 12 con sanzioni anche di natura economica per la mancata applicazione. La decisione del ministero della Salute per «dare una risposta concreta alla popolazione per la tutela della loro salute, dei loro figli e delle famiglie a fronte del drammatico calo della copertura vaccinale» segue una serie di allarmi in materia. Ad esempio l'aumento dei casi di morbillo, che stando all'ultimo bollettino dello stesso ministero (periodo 5-11 giugno) sarebbero saliti a 2.988, 137 in più rispetto alle precedenti rilevazioni. Nelle linee guida, sempre il ministero ricorda che la soglia di copertura vaccinale raccomandata dall’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS) è pari al 95% (percentuale che permetterebbe di raggiungere la cosiddetta immunità di gregge): «Se la quota di individui vaccinati all’interno di una popolazione raggiunge questo valore, si arresta la circolazione dell’agente patogeno. Il raggiungimento di tale soglia consente, quindi, di tutelare anche i soggetti fragili che, a causa delle loro condizioni di salute, non possono essere vaccinati». Oggi le coperture medie nazionali dei vaccini risulterebbero al di sotto della soglia prevista, in alcuni casi lievemente (pertosse 93,6%; tetano 93,7%; epatite B 93%...), in altri in maniera più marcata (meningococco C 80,7%, e fino al 46,1% della varicella). Le 12 vaccinazioni obbligatorie non corrispondono a 12 punture, in quanto sei vaccinazioni (anti-poliomielite, anti-difterite, anti-tetano, anti-epatite B, anti-pertosse, anti-Haemophilus Influenzae tipo b) possono essere somministrate con l'esavalente, quattro (anti-morbillo, anti-rosolia, anti-parotite, anti-varicella) con la vaccinazione quadrivalente, mentre i vaccini anti-meningococco B e anti-meningococco C devono essere fatti separatamente (in tutti i casi vanno considerati i relativi richiami).

COME SI È ARRIVATI A QUESTO PUNTO
Le reazioni all'obbligo per le vaccinazioni in età scolare sono diverse, l'argomento divide l'opinione pubblica. Ad oggi si registrano, in molte città d'Italia, manifestazione di genitori contrari all'obbligo. Ma anche pareri favorevoli (secondo una recente ricerca Tecnè lo è il 79% degli intervistati, quota che cresce all'85% tra quanti hanno figli nelle fasce di età interessate). Tra le cause del calo della copertura vaccinale, il ministero della Salute elenca «la scarsa consapevolezza degli effetti benefici per la salute, individuale e collettiva; la ridotta percezione dei rischi legati alle malattie infettive; la diffusione di teorie prive di fondamento scientifico che mirano ad enfatizzare la gravità e la frequenza degli eventi avversi da vaccinazione». Per quanto riguarda la diffusione di teorie prive di fondamento, l'Eurispes nel Rapporto Italia 2016 ricorda il caso della presunta correlazione tra vaccini e autismo, convinzione basata sulla pubblicazione nel 1998 di un articolo del medico britannico Andrew Wakefied (poi radiato) sulla rivista The Lancet: il documento venne ritirato nel 2010, ma già all'epoca lo studio fu ritenuto non attendibile a causa di alcuni difetti e dati apparentemente falsificati, oltre che per il campione scarsamente rappresentativo (solo 12 bambini analizzati). Eppure la teoria, nel tempo, ha ottenuto una vasta diffusione, soprattutto online. Nel Rapporto dell'Eurispes, però, si fa riferimento anche ad altri elementi utili per comprendere meglio il contesto: il diritto al rifiuto alle vaccinazioni per i propri figli che si può esercitare tramite l'Obiezione Attiva e il Dissenso Informato; la somministrazione (di fatto) attraverso l'esavalente di ulteriori vaccinazioni oltre le quattro obbligatorie (il testo, lo ricordiamo, è dello scorso anno); le norme sulla cautela vaccinale, vale a dire la legge 210/1992 che unitamente alla legge 229/2005 stabilisce un indennizzo per eventuali danni dovuti alla vaccinazione, il Dm 12 dicembre 2003 con cui le Asl sono tenute ad avvisare gli utenti nonché raccogliere dati e segnalazioni su possibili reazioni avverse, il Dpr n. 335/1999 che ha sancito la libera frequenza scolastica ai soggetti non vaccinati.

 LA FIDUCIA NELLA SICUREZZA DEI VACCINI NEL MONDO
Lo studio del Vaccine Confidence ProjectThe State of Vaccine Confidence: 2016 – misura la fiducia delle persone nei vaccini in 67 paesi. In Europa i più scettici sono i francesi, che nel 41% dei casi ritengono le vaccinazioni una pratica non sicura (lo studio prende in esame diverse variabili quali l'efficacia o il condizionamento dettato dai credi religiosi, ma qui ci soffermeremo sulla sicurezza), mentre in Italia poco più del 20% la pensa allo stesso modo (il 15% tendenzialmente, il 5% in modo più netto). Percentuali che scendono non di poco in Spagna e in Germania. Negli Stati Uniti la quota di chi ritiene sicuri i vaccini è oltre l'80%, mentre il Giappone appare decisamente più scettico. In un paese come la Nigeria, dove le campagne di vaccinazione e assistenza medica spesso difettano dell'adeguata copertura, la percezione sulla sicurezza supera il 90%. La quota di persone che non ritengono i vaccini sicuri si attesta nella media globale al 12%.

(anche su T-Mag)