3 marzo 2017

L’innovazione non può essere un giustificativo per tutto

Da un lato Bill Gates, non un nemico dell'innovazione, suggerisce di tassare i robot che svolgono lavori umani. Dall'altro, in Italia, il ministro Delrio chiude in maniera piuttosto perentoria a UberPop, la versione “fai da te” di Uber, anche perché il tribunale di Milano aveva già deciso così due anni fa. Posizioni che rappresentano due facce di una stessa medaglia e che alimentano il dibattito sul futuro delle attività lavorative.

Complici alcuni eventi – qui da noi, pochi giorni fa, la lunga protesta dei tassisti contro Uber e servizi analoghi – si sta creando una strana dicotomia, tra quanti sostengono l'innovazione a oltranza e coloro che ritengono un'innovazione particolarmente spinta – preconizzando uno scenario incerto, governato dai robot, dall'automazione e dagli algoritmi – qualcosa da evitare a tutti i costi.

Tra le due posizioni, potremmo allora provare ad applicare del buon senso. L'innovazione è – e dovrà essere – il motore della crescita e di una migliore qualità della vita. Ed è per queste ragioni che l'innovazione non può – e non dovrà – tradursi in una giustificazione per tutto.

L'utilizzo di tecnologia sofisticata nei processi produttivi è una realtà già consolidata. Alcuni paesi sono più all'avanguardia, altri meno, ma è quella la direzione. Diversi studi, seppure parziali poiché il fenomeno abbiamo cominciato a osservarlo da poco tempo, sostengono che le macchine non sostituiranno le persone, semmai le metteranno alla prova con continue evoluzioni nel corso della vita lavorativa.

Questo non vuol dire che non correremo dei rischi. Alcune figure professionali verranno demansionate, alcune invece scompariranno. La tecnologia, insomma, cambierà il registro verso un percorso di conoscenze e abilità completamente rinnovate. Avremo l'esigenza di un dialogo più proficuo tra mondo accademico e mondo delle imprese, dell'alternanza scuola-lavoro, di corsi di aggiornamento. Formazione, formazione e ancora formazione.

Ecco perciò che dovremmo metterci d'accordo su alcuni aspetti, soprattutto da un punto di vista dialettico. Delle due, l'una: o servono competenze all'altezza delle mansioni che l'innovazione sta trasformando in lavori, oppure non servono. Poiché servono, come suggeriscono i più autorevoli istituti, la domanda diventa: è da ritenersi giusto che chiunque, sfruttando le piattaforme online che offrono servizi agli utenti, possa improvvisarsi professionista in un determinato ambito quando in realtà non lo è?

E poi: può un mercato del lavoro ancora convalescente – chiaro riferimento al nostro – assorbire tutte le competenze oggi richieste? Perché la contrapposizione riguarda pure il mondo delle imprese, quelle non in grado di stare al passo e che perdono posizioni e quelle che faticano a trovare personale altamente qualificato, per carenza di skills.

In “Galassia Lavoro”, l'Osservatorio di T-Mag, abbiamo notato che troppo spesso si confondono concetti e si mescolano universi paralleli: la sharing e la gig economy non sono la stessa cosa e non generano lo stesso tipo di ricchezza. Il primo modello, quello della condivisione, può essere utile per mettere a reddito gli asset di cui già disponiamo. Il secondo è quello degli interventi on demand, che dà la possibilità ai liberi professionisti di accumulare reddito negli archi di tempo in cui manca il lavoro, o arrotondare se il lavoro non è sufficiente a soddisfare i propri bisogni.

Alcune proposte sono ibride – UberPop sicuramente è una di queste, niente a che vedere con BlaBlaCar –, altre si muovono su campi ben marcati. L'app economy – allargando così il nostro orizzonte – avrà negli anni a venire un seguito sempre più esteso. Muteremo definitivamente i nostri standard di consumo, ma ciò non potrà avvenire ai danni di lavoratori sottopagati o pagati a cottimo. Né potrà avvenire ai danni degli stessi consumatori. Qualche regola, nel massimo della condivisione come lo spirito del tempo impone, dovremo pur darcela.

Allo stesso modo, dal lato delle imprese che si avviano all'automazione, sarà doveroso recepire – perché l'innovazione è in questo senso fucina di opportunità – le sfide della quarta rivoluzione industriale: mansioni più qualificate, stipendi più alti. Orari flessibili ma non a scapito della produttività, forme di welfare aziendale e di tutele che non siano per forza incardinate in una concezione vetusta del lavoro.

Se è alla crescita e ad una superiore qualità della vita che stiamo mirando, non dobbiamo commettere l'errore di giustificare qualsiasi cosa in nome dell'innovazione. Che invece andrà salvaguardata dai tentativi di sabotarla con soluzioni rapide e livellate verso il basso. L'innovazione è – e resterà – il più efficace degli antidoti alle crisi economiche solo se riusciremo a ottimizzarla con intelligenza e saggezza.

(anche su T-Mag)

Da Potenza alla ricerca dell’eccellenza

A un certo punto del dialogo, Paride Leporace, direttore della Fondazione Lucana Film Commission, osserva: «Amiamo New York che è una città dove l’incontro degli individui è molto particolare. Tu bevi un caffè con una persona con cui scambi due chiacchiere ed è quasi certo che non lo incontrerai mai più nella tua vita cittadina. Questioni come il contatto corporeo e l’incontro casuale si stanno modificando, penso in senso negativo. Le generazioni del passato avevano piazze, slarghi, vicoli, cinema dove incontrarsi. Tutto questo cambia, assume forme diverse. Ma nelle piccole città abbiamo buoni anticorpi per resistere». Una riflessione breve, che però aiuta a comprendere meglio l'intimità dei colloqui che Sergio Ragone intrattiene con una serie di interlocutori sulla città di Potenza, alla vigilia del grande evento mediatico che è stato il Capodanno Rai. I tecnici per giorni al lavoro e che con la loro presenza hanno fatto registrare il sold out nelle strutture alberghiere del capoluogo lucano, le polemiche – immancabili in questi casi – sul palco troppo grande in una piazza non così ampia, l'occasione di farsi notare – ora che Matera, Capitale europea della Cultura 2019, ha messo di nuovo in ombra la città. Eppure emerge un quadro diverso, oseremmo dire ottimistico, dall'ebook #potenzavisibile di Ragone, edito da Universosud e disponibile online dal 20 febbraio 2017: la volontà di fare rete, di sviluppare connessioni finora mancanti, di superare le rivalità e fare tesoro di esperienze condivise: perché Matera 2019 è un'opportunità anche per Potenza e per la Basilicata in generale.
Ma l'ebook #potenzavisibile – una parte dei proventi sarà destinata all'acquisto di materiale didattico innovativo per una o più scuole della città – non si limita a raccontare uno spaccato di Mezzogiorno attraverso le voci di uomini e donne che Ragone ha raccolto in quei giorni frenetici. Piuttosto, mano a mano che si prosegue nella lettura, ragionare esclusivamente sul Sud diviene una visione miope. Sporge dalle righe, infatti, la dimensione dicotomica periferia-centro che dà al lettore che non sia originario di quelle terre la sensazione di essere coinvolto in prima persona. Perché delle periferie cittadine – talvolta degradate e al tempo stesso ricche di fascino, contenitori di umanità senza eguali – rimane spesso un affresco immaginario, denso di cliché, ma non la loro profondità. Cosicché “periferia” può essere una regione dimenticata, eppure fucina di talenti, o una nazione rispetto ad un'entità ancora superiore. Si va oltre i perimetri locali, traducendo le realtà di un luogo ideale – che per Ragone significa anche mettere nero su bianco l'esperienza di #euapiedi, il racconto social per immagini delle città intrapreso circa due anni fa su Instagram – in una misura di grandezza glocal, in cui tutti possiamo definirci “cittadini”, ognuno con il proprio bagaglio di conoscenze, ognuno potenziale espressione di una qualche forma di eccellenza.

(anche su T-Mag)

24 febbraio 2017

MIDO 2017: così il settore dell’occhialeria

Nel 2017 il fatturato dell'intero sistema produttivo italiano dovrebbe crescere dell'1,6%, stima il Cerved nel report Industry Forecast 2015-2017. Tra i singoli comparti spicca quello dell'occhialeria: +7,1%. Nell'ambito moda – che comunque gode di ottima salute, come evidenzia l'ultimo rapporto del centro studi Mediobanca – è uno dei settori che meno ha sofferto gli effetti negativi della crisi economica. Il 2015 è stato un anno esaltante (trainato in particolare dall'export). In lieve rallentamento il 2016, ma pur sempre in crescita. La dimensione strutturale – tralasciando i gruppi multinazionali e colossi quali Luxottica, che ha da poco annunciato la fusione entro l'anno con la francese Essilor – conta un numero importante di piccole e medie imprese, specializzate nella produzione di montature, lenti e componenti varie. Anche su scala mondiale il mercato risulta essere in crescita costante (complice, almeno in parte, l'invecchiamento della popolazione). Ma il trend positivo non comprende il solo segmento degli occhiali da vista. Quelli da sole, infatti, stanno cominciando a registrare vendite maggiori nelle piazze emergenti, tipo in Africa e in Asia. E nuovi operatori, intanto, fanno capolino.

MIDO 2017 AL VIA (25-27 febbraio)

L'aspetto estetico non può essere trascurato. Che siano correttivi o per proteggersi dai raggi solari, gli occhiali rappresentano uno status, sono un elemento descrittivo della personalità di chi li indossa. Tondi o squadrati, design minimale o forme futuristiche, il MIDO – la grande rassegna dell'occhialeria in programma a Milano dal 25 al 27 febbraio nei padiglioni della Fiera di Rho – è l'occasione giusta per conoscere le ultime tendenze in fatto di eyewear. L'edizione di quest'anno si preannuncia particolarmente ricca: 1.500 metri quadrati in più di superficie espositiva per 127 nuove aziende presenti alla manifestazione. Grandi marchi, certo, ma pure realtà che fanno dell'innovazione e della creatività i propri punti di forza per competere nel mercato.
Tra le proposte più interessanti Illesteva, quasi un caso di scuola che potremmo riassumere così: testa negli Stati Uniti, produzione in Italia. L'impresa è stata fondata a New York nel 2010 da Daniel Silberman e Justin Salguero. Le montature sono progettate negli USA e realizzate in Italia da aziende del settore (alcuni modelli vengono prodotti invece in Francia). L'idea è quella di abbinare forme classiche a materiali innovativi, nel rispetto dei migliori standard qualitativi. In poco tempo il brand ha ottenuto successo anche grazie alla collaborazione di personaggi legati al mondo della moda, della musica, dell'arte o dello sport, da Beyoncé a Rihanna passando per Lady Gaga, da Lewis Hamilton a Daniel Craig e Julia Roberts. Un uso intelligente dei social ha inoltre contribuito a far conoscere il marchio – che dal gennaio 2016 viene distribuito in Italia da Open Channel (società specializzata proprio nella distribuzione di brand destinati alla fascia alta del mercato ottico italiano, che oltre a Illesteva cura i marchi coreani Irresistor, Stealer e Muzik) – fuori dai confini statunitensi. Perché scegliere l'Italia come centro produttivo? Perché il Made in Italy soddisfa appieno i requisiti di qualità richiesti e poi, in questo campo, il nostro paese può vantare una storica eccellenza delle produzioni.

I NUMERI DEL SETTORE IN ITALIA

Nonostante il fatturato in crescita, Cirillo Marcolin – presidente di Anfao (Associazione nazionale fabbricanti articoli ottici di Confindustria) e di MIDO – dice in un'intervista al Corriere delle Alpi che «ci dobbiamo abituare a tassi di crescita più contenuti rispetto al passato». La produzione, cresciuta nell'ultimo periodo a ritmi inferiori, è stata condizionata dal rallentamento dell'export, che al contrario nel 2015 aveva favorito il settore. Per rendere l'idea: nel periodo gennaio-ottobre di quell'anno la produzione di occhiali e lenti aveva messo a segno un +12,5%, a quota 3,5 miliardi. Se nel periodo considerato l'export – il 90% della produzione – era aumentato del 12,7%, nel primo semestre del 2016 ha invece registrato una crescita tendenziale del 4,7% (+3,7% la produzione lo scorso anno). Nel 2015 anche il mercato interno ha fatto segnare un notevole contributo, con un recupero del 5,7%, il rialzo più significativo dal 2007. Il numero delle imprese è rimasto pressoché stabile: 870 nel 2015, 862 nel 2016. Positivi i livelli occupazionali: il settore impiegava alla fine del 2015 più di 17 mila dipendenti (+6,5% rispetto all'anno precedente, senza contare le altre tipologie contrattuali) e nel 2016 la quota di addetti si è attestata a 17.250 unità. Sul “ritorno” del Made in Italy – di cui Illesteva è un esempio – l'Anfao osserva in uno dei suoi report che gli aumenti dei costi in quei paesi in cui la produzione è di solito più conveniente (su tutti la Cina) hanno spinto molte aziende a investire di nuovo in Italia. Perciò sono cambiate domanda e offerta: il Made in Italy si colloca in una gamma di prezzo medio-alta, ma i consumatori sono disposti a spendere di più. Insomma, i maggiori costi per le aziende sono più che compensati dai benefici in termini di immagine e qualità del prodotto.

(anche su T-Mag)

22 febbraio 2017

Il caso Uber e la gig economy

Grossomodo funziona così: più un tragitto è richiesto, più allora costerà. Alla base del “tariffario” di Uber, infatti, c'è un algoritmo che stabilisce i costi della corsa. Se per un determinato percorso la domanda è elevata è molto probabile che il passeggero dovrà sborsare un prezzo superiore rispetto ad un altro, su un'altra vettura, a parità di distanza. Per rendere l'idea, in questi giorni di proteste dei tassisti contro l'emendamento al Milleproroghe che prevedeva – l'accordo raggiunto poi con il governo di fatto lo scavalca – lo slittamento al 31 dicembre 2017 dell'obbligo per il ministero dei Trasporti di regolamentare i servizi di noleggio con conducenti – o simili – e contrastare gli abusivi (un enorme favore a Uber, secondo i manifestanti di queste ore), le tariffe – a Roma o a Milano – sono lievitate in alcuni casi anche vertiginosamente.

UBER, IN PILLOLE

Mentre scriviamo Uber occupa la 25esima posizione delle app più scaricate sull'AppStore. Si tratta di un servizio di trasporto automobilistico privato, fondato nel 2009 negli Stati Uniti ed entrato in funzione l'anno dopo a San Francisco. In poco tempo Uber è arrivato in diverse città del mondo, ottenendo successo più o meno ovunque. Si scarica l'app sul proprio smartphone e da lì è possibile prenotare la corsa, dopo aver visualizzato i prezzi, scelto il tipo di vettura (Uber offre diverse opzioni: auto economy, oppure berlina nera o SUV se si ha bisogno di maggiore spazio) e selezionato i punti di partenza e di arrivo. Al servizio va associata una carta di credito: al termine della corsa viene scalato automaticamente l'importo dovuto (che può variare a seconda del tempo e della distanza percorsa).

QUANTO VALE UBER

La Repubblica, pochi giorni fa, ha quantificato in 69 miliardi di dollari il valore di Uber. A giugno 2016 Il Sole 24 Ore scriveva: “Dal 2013 ad oggi, Uber è cresciuta costantemente e, passando da un fatturato di prenotazioni globali di 0,69 miliardi di dollari a uno di 26,12, ha ottenuto una crescita del 3.685,5%”. Le tariffe sono vantaggiose, ma non è sempre vero. Dipende dalle città e talvolta si equivalgono con quelle dei tradizionali taxi. Il punto, insomma, non può essere solo stabilire chi offre il servizio migliore (in termini di garanzie, dalla professionalità alla puntualità, passando per la manutenzione delle vetture e i costi), piuttosto stimare quanto il mercato non liberalizzato possa tradursi in possibili svantaggi per gli utenti.

CHI LAVORA PER UBER (IN PRATICA: LA GIG ECONOMY)

Ed ecco che una regolamentazione in materia si rende dunque, forse, un minimo opportuna. Intanto per evitare i casi (se ce ne sono) di concorrenza sleale, in secondo luogo per tutelare lavoratori e utenti. La demonizzazione di una parte non deve passare necessariamente per la santificazione dell'altra. In Italia il servizio chiamato UberPop – quello che concede la possibilità a chiunque di improvvisarsi all'occorrenza tassisti con il proprio veicolo, in presenza cioè di requisiti minimi – è stato sospeso nel 2015, dopo la decisione in questo senso del Tribunale di Milano. Discorso a parte merita UberBLACK, servizio di auto con conducente professionista. In questo caso chi vuole diventare autista Uber deve presentare una certificazione più ampia: patente di guida, certificato di abilitazione professionale, iscrizione al ruolo dei conducenti (sulla persona); carta di circolazione del veicolo, autorizzazione Ncc, assicurazione RC auto professionale in regolare corso di validità (sul veicolo). Il primo modello – UberPop – può essere classificato all'interno della sharing economy (economia della condivisione), il secondo – UberBLACK – rientra piuttosto nella cosiddetta gig economy (economia on demand, o “dei lavoretti” come viene a volte definita). La formula sembra appagante: La nuvola del lavoro del Corriere della Sera ha raccolto alcuni casi di successo, con stipendi netti che possono arrivare fino a 2.500 euro al mese. La chiave è anche la flessibilità perché sono i conducenti a stabilire quante ore lavorare al giorno e la fascia oraria.

E ADESSO?

Come si accennava all'inizio, un accordo tra le sigle sindacali dei tassisti e il governo è stato trovato nella serata di martedì 21 febbraio al ministero dei Trasporti. L'intenzione, entro un mese (evitando così bruschi stop sull'approvazione del decreto Milleproroghe), è di varare nuove norme, due decreti: uno sul riordino del settore, l'altro sul contrasto all'abusivismo. L'accordo raggiunto prevede l'immediata sospensione della protesta.

(anche su T-Mag)