18 settembre 2017

Come cambia il lavoro: gli artigiani

«Vedete lungo questa via? Le saracinesce sono abbassate. Qui un tempo era pieno di botteghe, ora non più». Rione Monti è tra i posti ideali a Roma per andare alla scoperta delle “vecchie” professioni artigiane. Luogo di tradizioni e valori, a due passi da Colosseo e Fori, oggi si presenta in maniera molto diversa. Dove un tempo sorgevano i tradizionali laboratori di fabbri, vetrai o calzolai, ora ci sono bar e locali notturni. I cocktail hanno sostituito gli arrotini. Poco più avanti, in una strada adiacente a Via Baccina, scrutiamo un falegname. Prima avevamo notato, su Via della Madonna dei Monti, la bottega di un fabbro, e ancora uno studio per le lavorazioni in plexiglass. In un primo momento eravamo persuasi di trovare più spunti: è allora che decidiamo di parlare con una signora del quartiere, interrompendo per pochi istanti la passeggiata in compagnia del suo cane in questa assolata mattina.

«Vivo qui da 40 anni e sono testimone di tutti i cambiamenti avvenuti nel rione – ci spiega –. Dopo il Giubileo del 2000 sono comparsi tanti locali frequentati la notte dal pubblico più giovane e dai turisti, in molti casi hanno preso il posto delle botteghe. Tra quelle storiche, resiste sul lato opposto un anziano vetraio. La viabilità, le attività commerciali, tutto è cambiato qui». Da quando la zona è diventata mèta turistica, più di quanto già lo fosse in passato, molti proprietari di appartamenti – racconta la nostra interlocutrice – hanno trasformato le case in B&B, spesso contraddicendo i regolamenti condominiali che vieterebbero l'avvio di servizi ricettivi. Per il resto, tante saracinesche giù. Anche all'interno del mercato rionale, riaperto da poco e pressoché vuoto.

Le imprese artigiane sono tra quelle che più hanno sofferto durante della crisi. In 10 anni – emerge dall'ultima ricerca di Tecnè Gli italiani e gli artigiani (stime su dati Info-Camere e Istat) realizzato in collaborazione con l'agenzia Dire (qui il rapporto completo) – il numero di imprese artigiane è sceso di circa 160mila unità. Al calo hanno contribuito, oltre alla crisi economica, anche le trasformazioni che hanno riguardato le nostre abitudini e gli stili di vita. Il comparto rappresenta il 25% del sistema produttivo italiano, un'eccellenza che – osservava l'Eurispes nel Rapporto Italia 2014 – «si sfaccetta in oltre 600 tipologie differenti di lavoro afferenti alla categoria “artigianato”», compresi gioiellieri, idraulici, barbieri e mansioni varie riconducibili al settore dei servizi, spesso alle prese con troppi adempimenti fiscali (il carico arriva al 43%, secondo recenti stime di Confartigianato) e una bassa congiuntura che ne ha, di fatto, rallentato l'attività.

Tanti fattori che, in un modo o nell'altro, hanno fatto declinare alcune tradizionali figure professionali, mentre se ne sono affermate di nuove. In Via della Madonna dei Monti – ricorda Stefano Antonelli, presidente dell'associazione culturale Arti e Mestieri del rione e titolare della bottega in cui si realizzano manufatti in plexiglass dove iniziò presto a lavorare con il padre – in circa 20 anni i laboratori sono passati da otto a tre. Il tessuto sociale è cambiato, gli affitti dei locali sono lievitati, la tecnologia ha penalizzato diversi settori: così è cominciata una fase di desertificazione lenta, ma duratura. «In più – ammette Antonelli – manca il ricambio generazionale. È difficile anche mettersi al proprio fianco dei ragazzi ai quali insegnare il mestiere, tanta è la burocrazia ed elevati i costi». Forse – ci aveva suggerito in precedenza il falegname di Via Sant'Agata de Goti, un 40enne proveniente dall'Albania che sette anni fa ha aperto la sua attività nel cuore di Roma – si è smarrita pure “la cultura dell'immaginazione” oltre che “la centralità del lavoro manuale”. «Desideravo costruire cose e alla fine sono riuscito a realizzare il mio sogno», ci aveva confidato.

Davvero si è persa la “cultura dell'immaginazione”? Difficile a dirsi. Non pochi studi sostengono che in futuro le professionalità basate sulle competenze manuali saranno alquanto richieste, perché in grado di garantire l'autenticità dei prodotti, più delle macchine di precisione. Nell'edizione 2014 del Rapporto Giovani curato dall'Istituto Toniolo emerge che oltre l'80% degli intervistati millenials è pronto a svolgere un lavoro di tipo manuale, soprattutto se ben pagato e sfogo per la creatività. Procedure amministrative più snelle e una pressione fiscale meno asfissiante di certo aiuterebbero le micro e piccole imprese a formare gli artigiani di domani. Anche perché un mercato vivace esiste ancora oggi, viene ricercato e le due entità – grande distribuzione vs. piccoli artigiani – possono coesistere. Al falegname di Rione Monti, ad esempio, gli affari sembrano andare piuttosto bene: «All'inizio avevamo anche un sito internet, che successivamente abbiamo dovuto chiudere per eccesso di domanda. Stavamo accumulando troppo lavoro e non riuscivamo a stargli dietro». 

Secondo l'indagine di Tecnè Gli italiani e gli artigiani, nell'ultimo anno il 32% degli italiani si è rivolto ad un artigiano, acquistando un bene o un servizio. L'11% ha preferito in seguito cercare altrove, mentre il 46% ha optato per una diversa soluzione. Si sceglie di ricorrere al fai da te – di solito promosso nei punti vendita e catene della grande distribuzione – principalmente per risparmiare e, nel caso in cui non si possa fare a meno di un artigiano, chiedere consigli ad amici e affidarsi al “passaparola” è una buona idea. Il 42% degli intervistati ritiene “molto” importante acquistare prodotti di artigiani italiani perché “sinonimo di qualità”, il 44% “abbastanza” perché dipende da cosa si intende acquistare.

Il nostro tour alla riscoperta delle vecchie professioni riprende. Qualche metro più in là rispetto a Via Sant'Agata de Goti, c'è Via dell'Angeletto. Qui si trovano botteghe e laboratori di qualità, che strizzano l'occhio ai turisti di passaggio. C'è la bottega d'arte specializzata nella lavorazione del micromosaico, una particolare tecnica per la lavorazione del mosaico che a Roma, alla fine del '700, ha trovato la sua più alta espressione. Sono pezzi pregiati che possono valere ingenti somme, non sempre alla portata di tutte le tasche. Ad ogni modo il turismo può essere d'aiuto: «Spesso produciamo su commissione – dice Luigina Rech dell'associazione culturale Il Micromosaico, artista di lunghissimo corso e allieva di Vincenzo Renzi, maestro mosaicista dello Studio Vaticano –. Capita che gli stranieri in visita si fermino, diano un'occhiata e ordinino dei lavori specifici. Vendere sul momento è più difficile». Nella bottega vengono inoltre organizzati corsi d'arte.

Il mondo del lavoro non è più lo stesso e le piccole realtà concentrate sul territorio, che tanto contribuiscono all'affermazione del Made in Italy, stanno ora incontrando difficoltà e nuovi ostacoli. Introdurre innovazioni nelle attività può essere una delle soluzioni per competere sul mercato (in continua evoluzione) e provare ad allargare l'orizzonte, con un approccio più glocal. La tecnologia può essere talvolta penalizzante, ma anche favorire nuovi modelli di business, specialmente quelli in forma autonoma. Potremmo citare Etsy quale caso di studio, il marketplace che permette agli artigiani di aprire un negozio virtuale e vendere le proprie creazioni agli utenti interessati. Un lavoro non svanisce dall'oggi al domani, tuttavia si coglie una manifesta preoccupazione: secondo il 90% degli intervistati nel sondaggio Tecnè l'economia italiana perderebbe posizioni se la figura dell'artigiano sparisse (“molto” per il 43%, “abbastanza” per il 47%). E nel più catastrofico degli scenari l'impatto sui livelli occupazionali sarebbe a dir poco rilevante.

(anche su T-Mag)

8 settembre 2017

Robot, opportunità o minaccia?

Elon Musk, ceo di Tesla e SpaceX, è intervenuto nella discussione riguardo il pericolo di una guerra nucleare, uno scenario reso possibile dalle frequenti minacce del leader nordcoreano Kim Jong-un, ma non nel modo che ci si aspetterebbe: “La Nord Corea – ha sostenuto – dovrebbe occupare un posto molto basso nell'elenco delle nostre preoccupazioni”. Musk è infatti convinto che “un nuovo conflitto internazionale potrebbe essere avviato non dai leader dei vari Paesi ma da uno dei loro sistemi di intelligenza artificiale”. È quindi l’intelligenza artificiale a doverci preoccupare sul serio? A suo dire la corsa all’equipaggiamento di tecnologie avanzate potrebbe portare un paese a intraprendere azioni belliche nei confronti degli avversari, nel caso le forme di intelligenza artificiale suggerissero (o decidessero) che un attacco preventivo sia la mossa più logica per la vittoria.

Da sempre preoccupato per i risvolti dell’impiego dell’intelligenza artificiale è l’astrofisico Stephen Hawking secondo il quale, nonostante consideri l’AI come uno dei più grandi eventi della storia umana, non possono escludersi conseguenze catastrofiche di un’autonomia e dello sviluppo, da parte di robot, di una propria coscienza in contrasto con la nostra. Entusiasta è invece Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, che prospetta un pacifico quadro di convivenza con l'intelligenza artificiale che, se usata nel modo giusto, “renderà la nostra vita migliore”. Un ottimismo condiviso dall'ex scettico Bill Gates, ora meno preoccupato dato l’enorme progresso che si sta registrando nel campo. 

Le preoccupazioni circa l’impiego dell’intelligenza artificiale non si limita al solo mercato del lavoro nel timore di una sostituzione di massa dei lavoratori con le macchine (argomento che su queste pagine abbiamo ampiamente trattato con Galassia Lavoro), ma investe soprattutto le scelte politiche nonché etiche più ampie, perché il vero problema – secondo gli esperti – è lo sviluppo crescente dell’autonomia delle macchine, fino ad una libertà che potrebbe eludere il controllo umano.

Tra le possibilità su cui si sta ragionando, quelle più controverse riguardano l’ambito bellico e la politica, in questo caso da intendersi come “luogo delle decisioni”. In particolar modo la guerra, pone in primo piano una questione etica sulla “correttezza” dell’impiego di robot dotati di autonomia per uccidere. Forme di intelligenza artificiale sono già in uso nel settore bellico, ad esempio i droni senza pilota, in grado di individuare la presenza di nemici o altri tipi di tecnologie simili, che si arrestano solo ad operazione conclusa. In più torna il timore di cui si accennava prima: e se le macchine invertissero i ruoli di comando?

Gli stessi governi, consapevoli della portata del fenomeno e dell'impatto in termini di potere e leadership, investono non poco nell’intelligenza artificiale. Secondo il presidente russo Vladimir Putin “chi svilupperà la migliore intelligenza artificiale, diventerà il padrone del mondo”, perché in grado di controllare uno strumento ad alto potenziale e in possesso di una maggiore forza bellica e contrattuale rispetto agli altri paesi. L’ampiamento delle conoscenze e della capacità di un algoritmo di discernere tra le opzioni quella più logica, potrebbe comportare il suo impiego quale decision maker ai tavoli internazionali. Fantascienza? Difficile a dirsi, ma non impossibile.

Sul tema è stato di recente redatto il parere su Sviluppi della robotica e della roboetica del Comitato nazionale per la Bioetica e il Comitato Nazionale per la Biosicurezza, le Biotecnologie e la Scienza della Vita (luglio 2017). «Il problema etico della robotica militare – si legge sul documento del CNB e del CNBBSV – è essenzialmente quello della responsabilità. Il controllo è fino a un certo punto, perché qualsiasi arma, per quanto “chirurgica” o “intelligente” possa essere, ha un range di distruzione incontrollabile, e la responsabilità del suo impiego ricade, a vari livelli, su tutta la catena operativa, dalla progettualità alla fabbricazione a chi ne decide l’impiego fino all’ultimo operatore che la comanda o telecomanda. Il robot, nelle migliori condizioni della programmazione, potrà essere “rispondente” non certo “responsabile”». Per questo motivo, in ambito giuridico, sarebbe opportuno «prevedere in merito alla responsabilità giuridica dei robot, fin d’ora, delle tutele e garanzie per i cittadini, per gli utenti e per le imprese, al fine di evitare, nella misura del possibile, che la condotta dei robot possa cagionare danni, considerato che non si tratta tanto di creare leggi per i robot intelligenti, ma di creare regole per gli umani che a tali macchine si affidano per ampliare le proprie capacità, qualunque esse siano».

A mettere dei paletti, in effetti, è già intervenuto il Parlamento europeo che ha richiesto alla Commissione di proporre norme comunitarie per rispettare standard etici e legali in caso di danni procurati da intelligenze artificiali. Il progetto di legge dovrà prevedere a chi attribuire la responsabilità in caso, ad esempio, di incidente con un mezzo senza conducente. Più complesso (e a lungo termine) è invece stabilire se e come concedere uno status giuridico ai robot in modo da riconoscerli come “persone elettroniche responsabili”, questione che diverrà necessaria se diamo per scontati e rapidi i progressi tecnologici, cioè l’ipotesi di convivere con robot in grado di prendere, vagliando tutte le opportunità, delicate decisioni circa le sorti di intere nazioni o dell’economia globale.

È presumibile anche, però, che i timori siano almeno ad oggi infondati. È davvero possibile immaginare un mondo in cui – seguendo gli schemi della politica – sia da mettere in conto l'eliminazione di elementi fondamentali quali l’intuito, la fiducia, il bluff e il pensiero ponderato dell’uomo?

(anche su T-Mag, a quattro mani con Silvia Capone)

11 luglio 2017

La rivoluzione dello streaming musicale

In pochi giorni la RIAA (Recording Industry Association of America) ha certificato 4:44, ultimo e acclamato album di JAY-Z, disco di platino. Il riconoscimento è stato ottenuto con il solo streaming, peraltro in esclusiva per gli utenti abbonati alla piattaforma di sua proprietà, Tidal, nella prima settimana di uscita (30 giugno-7 luglio). Per farla breve: 1.500 streaming di una canzone equivarrebbero ad un album venduto, un disco di platino – l'equivalente di un milione di unità vendute – ammonterebbe a ben oltre un miliardo di riproduzioni (contano anche i download che le diverse piattaforme concedono agli iscritti paganti, con un peso “maggiore”). Poi si è scoperto che Sprint – società di telecomunicazioni che vanta da qualche mese una partecipazione in Tidal – ha comprato un numero elevato di copie digitali dell'album da distribuire (gratis) ai propri clienti. Una mossa in fondo simile a quanto accadde nel 2013, stavolta in occasione del precedente Magna Carta Holy Grail: all'epoca l'accordo commerciale fu siglato con Samsung e venne distribuito gratuitamente a circa un milione di possessori di smartphone dell'azienda coreana.

Copie vendute preventivamente a parte (JAY-Z si conferma un grande uomo di business), è un fatto che ormai le certificazioni delle principali federazioni legate all'industria musicale passano soprattutto per lo streaming. Lo scorso anno Chance The Rapper, visto il successo del suo terzo mixtape, Coloring Book (lui considera i suoi primi tre lavori “mixtape” e non veri e propri album), distribuito dapprima su iTunes in free download e in seguito sulle piattoforme per l'ascolto online, è riuscito a vincere la sua battaglia con il comitato dei Grammy Awards, costretto a modificare il regolamento e a rendere candidabili ai premi anchei dischi non distribuiti sui canali tradizionali di vendita, fisici o digitali.

In Italia, dal 7 luglio, la FIMI (Federazione industria musicale italiana) integra i dati dello streaming audio di tutte le piattaforme attive nel nostro paese con i dati del download e delle vendite dei dischi fisici, mentre per i singoli la cosa avveniva già da un po'. Non sono mancate polemiche al riguardo, né errori: il 10 luglio la FIMI ha attributo riconoscimenti prestigiosi quali il raggiungimento del disco d'oro o traguardi simili a diversi artisti, salvo poi correre ai ripari e ammettere di avere conteggiato gli streaming delle settimane precedenti a quella dell'effettiva rilevazione, dunque drogando i dati. Ad ogni modo la stampa specializzata non presenta un giudizio univoco sulla scelta della FIMI, la parte più contestata è la correlazione che talvolta deriverebbe dallo streaming forsennato di un unico brano e la relativa “vendita dell'album” espressa in unità, con il rischio di stravolgere le classifiche non rispettose del reale andamento del mercato (come spiega la FIMI nella nota metodologica, però, «si sommano tutti gli ascolti delle tracce contenute nell’album e si escludono gli ascolti del primo brano più ascoltato che eccedono il 70% del totale streams dell’album stesso»). O, peggio, di ritrovarsi presto nei primi posti delle classifiche "artisti" dalle dubbie qualità in quanto "virali". L'unica costante è la crescita del segmento digitale on demand all'interno dell'industria musicale: all'inizio avversato (spesso dagli stessi addetti ai lavori), oggi appare invece indispensabile. Come dimostrano i numeri.

I servizi di streaming per la musica presenti in Italia, sono diversi. Alcuni propongono un sistema misto (free o ad abbonamento) come Spotify (colosso del settore) o Deezer, altri sono solo a pagamento, tipo Apple Music e Tidal (che a sua volta elenca due piani di abbonamento, il primo è quello standard che vale più o meno per tutti a 9,99 euro al mese e il secondo a 19,99 euro mensili per una qualità di fruizione superiore). Poi ci sono, tra gli altri, Google Play Music (un ibrido rispetto al modello Spotify e i servizi solo a pagamento), il redivivo Napster e Tim Music. Tutte queste piattaforme, insieme, sono valse nel 2016 una crescita del 30% e sono stati soprattutto i ricavi dagli abbonamenti a registrare l'incremento maggiore, con quasi il 40% in più rispetto all'anno precedente. Gli abbonamenti, quindi, hanno generato oltre 35 milioni di euro e rappresentano il 51% di tutto il segmento digitale (fonte: Deloitte per FIMI).

Cambia perciò il modo di ascoltare la musica. Abbonarsi ad un servizio streaming significa poter usufruire di brani e melodie ovunque ci si trovi, sul luogo di lavoro, in palestra o a passeggio. Il cd e persino il formato mp3 (per come veniva concepito all'inizio della sua gloriosa carriera, almeno), sembrano ora modi vetusti di godere della musica. Se il supporto fisico proprio deve esserci, quello è il vinile, come suggeriscono i più recenti dati di vendita. A livello mondiale, Spotify risulta essere leader (oltre il 40% degli utenti paganti). Segue Apple Music, con una quota del 20% circa. Agli altri le “briciole”: Deezer poco meno del 7%, Napster il 4,5% e Tidal – nonostante le numerose esclusive in stile 4:44 di JAY-Z – appena l'1% (dati Midia Research, aggiornati a dicembre 2016).

(anche su T-Mag)

6 luglio 2017

La "nuova" Russia alla vigilia del G20

La Casa Bianca lo ha definito “un incontro bilaterale normale”, ma quello che venerdì si terrà a margine del G20 ad Amburgo sarà un incontro tutt'altro che marginale. I presidenti di Stati Uniti e Russia, Donald Trump e Vladimir Putin, avranno un colloquio in una fase politica internazionale molto particolare. Le recenti dimostrazioni di forza della Corea del Nord (gli Stati Uniti hanno confermato che quello lanciato il 4 luglio era un missile balistico intercontinentale), le tensioni sulla questione siriana (dove tuttavia una collaborazione è possibile), i rapporti con Pechino: tanti i dossier e gli spunti di riflessione sul tavolo.

La Russia, nonostante le distanze emerse negli ultimi anni, resta un interlocutore indispensabile su molte vicende ancora aperte, tanto per l'America quanto per l'Europa. La crisi ucraina ha allontanato Bruxelles e Mosca con la diretta conseguenza delle sanzioni, di recente prorogate fino a settembre. La Russia, per far fronte alle condizioni economiche sfavorevoli, si è vista costretta a cambiare il paradigma, incentivando soprattutto la domanda interna anziché dipendere dai prodotti esteri: intanto si registra una crescita costante da tre trimestri – dopo gli anni di recessione a causa delle sanzioni – e anche il 2017 dovrebbe chiudere con il PIL saldamente in territorio positivo. Sanzioni a parte e relazioni internazionali più tese, Mosca non è rimasta certo a guardare. Da qualche tempo si osserva un riavvicinamento con la Cina, culminato con importanti accordi commerciali (gli ultimi, siglati pochi giorni fa, per un valore di dieci miliardi di dollari: solo nei primi quattro mesi dell'anno l'interscambio tra le due potenze è cresciuto del 37%, quando lo scorso anno aveva registrato un incremento appena sotto il 4%). I due paesi, poi, stanno facendo fronte comune nei riguardi delle ostentate azioni di forza di Pyongyang. Mosca e Pechino, infatti, si sono offerte di mediare, pur definendo “inaccettabile” l'ultimo test della Corea del Nord. Washington vorrebbe una presa di posizione più netta, soprattutto da parte della Cina (che, però, ha interessi diversi nell'area). A loro volta, Russia e Cina, hanno stigmatizzato l'immediata risposta, a scopo dimostrativo, di Stati Uniti e Corea del Sud tramite esercitazioni militari congiunte. Per la Russia – posizione espressa nella riunione di emergenza del Consiglio di sicurezza dell'ONU – «la possibilità dell'uso della forza militare deve essere esclusa».

La Russia, insomma, appare oggi meno isolata. E le politiche di Putin, nella maggior parte dei casi, convincono i cittadini russi. Il presidente, nella leadership globale, ha la fiducia dell'87% degli intervistati, secondo una rilevazione del Pew Research Center. E il 59% attribuisce al paese un ruolo più determinante nel mondo rispetto a dieci anni fa. Sono in calo i giudizi sulle relazioni con l'Ucraina (si passa dall'83% di due anni fa al 63% di oggi). Per il 46%, inoltre, la Russia dovrebbe mantenere stabile il coinvolgimento militare in Siria, in particolar modo per sconfiggere i gruppi estremisti. Dal lato socioeconomico, se nel 2015 il 73% degli intervistati giudicava in maniera negativa la situazione, oggi le opinioni sono divise (il 46% si esprime in termini positivi contro il 49%). Tuttavia – a conferma del trend al rialzo – circa la metà (il 51%) sostiene che la propria situazione economica è positiva, quando nel 2015 a pensarla così era il 44%. I russi sono però meno ottimisti sul futuro: il 53% ritiene che l'economia nazionale rimarrà sugli stessi valori o peggiorerà nel prossimo anno. Eppure – emerge ancora dalle indagini del Pew Research Center – il 59% dei russi continua a pensare che il crollo dell'Unione Sovietica sia stato un duro colpo per il proprio paese. Pur restando una larga maggioranza, in due anni il calo di quanti rispondono in questo modo è stato di dieci punti: secondo il Pew Research Center va di pari passo con il miglioramento delle prospettive economiche in Russia osservate nell'ultimo periodo.

(anche su T-Mag)