26 agosto 2016

Il costo economico dei terremoti

Mentre prosegue la conta dei morti – nel momento in cui scriviamo il bilancio delle vittime del terremoto del 24 agosto che ha colpito il Centro Italia è salito a 268 – la Procura di Rieti ha già avviato un'indagine per disastro colposo. Il presupposto è capire se gli edifici venuti giù nei paesi interessati dal sisma fossero a norma, in considerazione del fatto che alcuni di essi – ad esempio la scuola Romolo Capranica di Amatrice (materne, elementari e medie) – sono crollati nonostante le precedenti opere di ristrutturazione in chiave antisismica. C'è un pensiero che ci accompagna come un mantra ad ogni tragedia, ormai avvenuta: era possibile evitare tutto questo? E la prevenzione non costerebbe alla collettività meno della ricostruzione? Nel Primo rapporto Ance/Cresme – Lo stato del territorio italiano 2012 viene spiegato che “rispetto al resto dei paesi del Mediterraneo, l’Italia è considerato un paese a sismicità medio-alta: in media ogni 100 anni si verificano più di 100 terremoti di magnitudo compresa tra 5,0 e 6,0 e dai 5 ai 10 terremoti di magnitudo superiore a 6,0”. Negli ultimi anni, dal 2009, abbiamo assistito a tre diversi eventi di grave entità. Il primo a L'Aquila, poi l'Emilia-Romagna nel 2012 e il Centro Italia (coinvolgendo una vasta area tra alto Lazio, Umbria, Marche e Abruzzo) soltanto pochi giorni fa. In altre parole il rischio sismico è piuttosto frequente e a questo dovremmo poi aggiungere calamità naturali di altro tipo quali alluvioni e dissesto idrogeologico.

I COSTI DEL DISSESTO IDROGEOLOGICO E DEI TERREMOTI
Si stima che in Italia il 60% dei vecchi edifici non siano sicuri e che ammontino a cinque milioni quelli ubicati in zone ad elevato rischio sismico. Come ricorda Il Sole 24 Ore, secondo le analisi della Protezione civile, servirebbero 50 miliardi di euro solo per adeguare gli edifici pubblici. Con quelli privati il costo lieviterebbe di circa cento miliardi. Il rapporto Ance/Cresme osserva che il costo complessivo dei danni provocati dai terremoti e dagli eventi franosi ed alluvionali dal 1944 al 2012, rivalutato in base agli indici Istat al 2011, supera i 240 miliardi di euro, circa 3,5 miliardi all’anno. I costi sono così ripartiti: nel periodo considerato 181 miliardi (75%) riguardano i terremoti, 61,5 miliardi (25%) il dissesto idrogeologico. Il costo medio annuo è così pari a circa 2,6 miliardi per i terremoti e a meno di 1 miliardo per alluvioni e frane. Dal 1944 al 2009 i costi dei terremoti risultano essere pari a 168 miliardi di euro (54 per il dissesto idrogeologico), dal 2010 al 2012 13 miliardi (7,5 per il secondo caso): "I danni provocati dagli eventi sono ingenti sia in termini economici che di perdita di vite umane poiché ricadono su un patrimonio edilizio 'fragile' e altamente vulnerabile". Il 25 agosto Il Consiglio dei ministri ha deliberato lo stato d’emergenza per i territori coinvolti e stanziato i primi 50 milioni di euro che sono destinati agli interventi di immediata necessità che verranno coordinati dalla Protezione civile.

CHI OSSERVA I TERREMOTI
Altra questione, in discussione da anni, è la possibilità (o meno) di prevedere i terremoti. La risposta è no, al momento non siamo in grado di prevederli, il che implica – a maggior ragione – l'opportunità di un diverso livello di prevenzione rispetto all'attività sismica. La Rete Sismica Nazionale viene monitorata dall'INGV, l'Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia (qui la lista dei terremoti visualizzati in tempo reale). A tale proposito il rapporto Ance/Cresme ci viene ancora una volta incontro: “Le aree più interessate dal fenomeno si trovano lungo l’intero arco appenninico, nella parte orientale delle Alpi e in corrispondenza delle aree vulcaniche (attive o storiche). La maggior parte degli eventi sismici rilevati dagli strumenti non vengono avvertiti dalla popolazione sia perché hanno magnitudo limitata, inferiore a 4,0, sia perché il loro epicentro ricade in zone non abitate. Negli ultimi 30 anni oltre 50 terremoti hanno avuto una magnitudo superiore a 5,0”. Nelle ore immediatamente successive al terremoto del 24 agosto, altre scosse, più o meno forti, si sono verificate e ancora proseguono in questi frangenti. Nel 2012, in occasione del sisma che colpì l'Emilia-Romagna, proprio su queste pagine intervistammo Doriano Castaldini, professore di Scienze della terra all’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, il quale rammentò come “nel ’97-’98 lo sciame sismico in Umbria e nelle Marche proseguì per 11 mesi” e a “L’Aquila per cinque, sei”. Le scosse di assestamento, quindi, potrebbero durare per un periodo prolungato.

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9 agosto 2016

Usa 2016. I miliardari e le campagne elettorali

Indietro nei sondaggi dopo una lunga serie di gaffe, costretto – pur di non spaccare il Partito repubblicano – ad un passo di lato dopo il mancato endorsement allo speaker della Camera Paul Ryan e al senatore John McCain, Donald Trump ha avuto in questi mesi un bel daffare nella raccolta fondi, resa particolarmente ostica dalle perplessità di piccoli e grandi sostenitori del Gop nei riguardi della sua candidatura. Al confronto le cifre raccolte da Hillary Clinton sono apparse astronomiche, ma il mese di luglio ha segnato un'inversione di tendenza che sembra aver preoccupato non poco la campagna dell'ex segretario di Stato nella prima amministrazione Obama. Il tycoon di New York è riuscito a raccogliere 80 milioni di dollari, in maggioranza provenienti da piccole donazioni. Secondo Politico il risultato (quasi) inaspettato ha affrettato i vertici dello staff democratico ad inviare una nota ai donatori, chiedendo loro un ulteriore sforzo nelle prossime settimane.
Trump, al contrario, almeno pubblicamente, non ha mostrato particolare preoccupazione per la raccolta fondi. Soltanto nella seconda parte della campagna, per lo più autofinanziata, si è messo alla ricerca di donazioni esterne. Anzi, da un lato rivendica tale circostanza come un punto di forza: Hillary “appartiene” a Wall Street – dice – mentre lui, tenendosi a distanza, sarà un presidente che non potrà essere “comprato”. Slogan a parte a Trump, da un punto di vista organizzativo, i soldi dei sostenitori farebbero comodo, eccome. Ma gli storici finanziatori del Gop non hanno fin qui mostrato il consueto entusiasmo alla vigilia di un appuntamento elettorale. Molti ricconi, tra miliardari, manager, imprenditori e celebrità statunitensi, hanno piuttosto espresso la propria preferenza per Hillary Clinton. Tra i primi l'ex sindaco di New York, Michael Bloomberg, il quale aveva accarezzato l'idea di candidarsi da indipendente (come già fece per il terzo mandato da mayor, una volta lasciato il Partito repubblicano) salvo abbandonarla dopo poco per il timore di favorire proprio Trump. Di pochi giorni fa è l'endorsement di Warren Buffett (si fa per dire: il presidente della Berkshire Hathaway la sostiene dal momento dell'annuncio, nel 2015). Tim Cook, ceo di Apple, intende raccogliere a breve fondi da destinare alla campagna di Clinton e altrettanto farà Leonardo DiCaprio.
In quanto candidato repubblicano a Trump stanno mancando soprattutto i soldi dei controversi fratelli Kock, i miliardari David e Charles, a capo della Koch Industries (fondata dal padre Fred C. Koch all'inizio degli anni '40), specializzata nella produzione di energia e nella raffinazione di petrolio, ma che nutre interessi anche in altri settori. Sono da molto tempo degli autentici kingmaker nel campo conservatore. David Koch si presentò nel 1980 – quell'anno Ronald Reagan fu eletto alla Casa Bianca – come candidato vicepresidente del Partito libertario. A partire da quel momento decise di ritirarsi dalla politica attiva, ma – insieme al fratello maggiore – di influenzare a suon di milioni le elezioni sostenendo a tutti i livelli i candidati conservatori. L'anno scorso, tramite la Freedom Partners, l'organizzazione legata ai fratelli Kock (che in tutto, però, sono quattro), i due ricchissimi imprenditori, già ferventi sostenitori del Tea Party, avevano comunicato le intenzioni di voler raccogliere 889 milioni di dollari per il 2016, in vista della campagna elettorale. In pratica raddoppiando gli sforzi – loro e di altri finanziatori – del 2012, quando impegnarono 407 milioni a favore di Mitt Romney e del partito.
Come ha scritto qualche tempo fa il New York Times i fratelli Koch, in questo lungo arco temporale, anziché sostituire il Partito repubblicano hanno contribuito a rimodellarlo profondamente. I Koch, fautori di un sistema fiscale quasi nullo e di un welfare ridotto al minimo, sono stati spesso accusati di volere pochi controlli per l'industria, in particolare in termini di impatto ambientale. Di recente hanno cominciato a promuovere una nuova immagine di sé, attraverso una campagna contro le diseguaglianze sociali. E nei confronti di Trump – quasi a conferma della recente “conversione” – hanno mostrato freddezza, se non proprio scetticismo. Non il loro candidato ideale, evidentemente. Dalla parte di Trump, in compenso, c'è Peter Thiel, cofondatore di Paypal e tra i primi a credere in Facebook. E – udite, udite – uno dei quattro fratelli Koch, William (curiosità: David è il suo gemello), il quale da tempo è fuori dalla Koch Industries. Mother Jones ha riferito di una raccolta fondi ospitata nella sua casa a Capo Cod.

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3 agosto 2016

Usa 2016. Tim Kaine, il rassicurante vice di Hillary

Vice sarebbe potuto esserlo già nel 2008. Se non che Obama scelse Biden, ritenuto all’epoca il migliore candidato possibile. Joe Biden, infatti, venne ritenuto l’uomo d’esperienza – specie in politica estera – in grado di rassicurare gli elettori sulle eventuali lacune del giovane pretendente alla Casa Bianca. Obama informò della decisione Tim Kaine, allora governatore della Virginia, e lo ringraziò per la disponibilità. Altrettanto fece con Evan Bayh, senatore dell’Indiana. Otto anni dopo Tim Kaine è di nuovo in pista, stavolta in veste ufficiale di running mate di Hillary Clinton. Nel 2008, per ironia della sorte, il suo avversario repubblicano sarebbe potuto essere un deputato della Virginia, Eric Cantor, ma alla fine McCain scelse Sarah Palin. Scegliere il candidato vicepresidente è operazione fondamentale, può determinare persino l’esito della campagna elettorale. McCain organizzò il ticket con Palin per avvicinare quegli ambienti altrimenti a lui distanti, ma la scommessa non fu delle più fortunate. Di solito il ruolo di vicepresidente viene affidato ad una persona che può indirizzare la porzione di elettorato diffidente dalla propria parte, in una parola: rassicurare. Biden doveva colmare l’inesperienza di Obama, Mike Pence dovrà portare equilibrio nella campagna di Donald Trump e Tim Kaine è la carta migliore che si poteva estrarre dal mazzo, molto più al cospetto di presunte spy story in salsa russa, mailgate e hackeraggi di varia natura. Ma – soprattutto – è il profilo che maggiormente si allinea alle posizioni dell’ex segretario di Stato nella prima amministrazione Obama, la quale ricordiamo ha avuto a che fare con un certo Bernie Sanders durante le primarie del Partito democratico. Con buona pace, insomma, di chi fino all’ultimo ha sperato in una candidatura alla vicepresidenza orientata a sinistra: Elizabeth Warren, se non lo stesso Sanders.

TIM KAINE IN PILLOLE
Tim Kaine è un moderato (un centrista potremmo definirlo), cattolico, studi dai gesuiti. Parla fluentemente lo spagnolo e già alle prime uscite pubbliche con Hillary Clinton ha dato sfoggio delle sue capacità linguistiche, vedremo se sarà in grado di avvicinare l’elettorato ispanico all’ex First Lady. Otto anni fa sostenne Obama, ma oggi si dice onorato – cos’altro potrebbe dire? – di correre al fianco di Hillary. Sposato, tre figli, laureato ad Harvard nonostante le umili origini, Tim Kaine è nato nel Minnesota nel 1958, ma la sua storia politica è strettamente legata alla Virginia. Fu eletto sindaco di Richmond, capitale dello Stato, nel 1998. Nel 2002 era vicegovernatore, nel 2006 il salto a governatore. Attualmente senatore della Virginia, ha ricoperto ruoli importanti nel partito: dal 2009 al 2011 è stato presidente del Comitato nazionale democratico. Da bravo cattolico – ed è stata, questa, una delle sue principali battaglie da governatore – è contrarissimo alla pena di morte. Nel 2009, in un giorno di dicembre, Obama chiamò in diretta la radio locale Wtop presentandosi come Barry da Washington (Barry era il diminutivo del presidente da ragazzo, mentre Kaine teneva un programma alla mattina) e per l’occasione si complimentò per il lavoro svolto in Virginia.

I’M WITH HER
In verità, al di là cioè del sostegno a Obama nel 2008, sono tante le istanze che sembrano accomunare Tim Kaine e Hillary Clinton. Su una questione in particolare, però, il senatore della Virginia potrà rivelarsi un formidabile alleato. Anche Kaine, come Clinton, è convinto della necessità di una stretta sulle armi da fuoco. Le recenti stragi che si sono consumate sul suolo americano non devono ripetersi e, secondo il ticket presidenziale, l’unica strada percorribile per far sì che ciò accada è mettere un freno alla vendita e alla circolazione. Kaine qualcosa sperimentò quando era sindaco di Richmond. La capitale della Virginia, infatti, è il laboratorio del Progetto Exile che, secondo le direttive del Gun Control Act del 1968, prevede pene più severe (applicate da un tribunale federale) per chi detiene illegalmente un’arma da fuoco. La misura si rese opportuna perché proprio a Richmond si contavano numerosi omicidi, il cui tasso scese progressivamente nel tempo. Altre realtà statunitensi hanno in seguito adottato provvedimenti simili, seppure con nomi o titoli diversi. Il successo della misura divenne spot per le successive campagne di Kaine. Questo per sottolineare che, in ogni caso, Hillary Clinton non sarà sola nella dura battaglia politica.

IL TICKET CLINTON-KAINE
In Kaine, Hillary Clinton troverà una spalla sicura. Cosa che non sarebbe stata affatto garantita da un ipotetico quanto improbabile ticket con Bernie Sanders. Certo, la scelta di Kaine – circostanza emersa in occasione della convention di Philadelphia, buon senso di Sanders a parte – potrebbe allontanare i sostenitori più intransigenti del senatore del Vermont. Ma in compenso potrebbe intercettare il voto dei moderati, tra le file repubblicane, delusi dalla candidatura di Donald Trump. Kaine, proprio come Hillary Clinton, è fautore degli accordi di libero scambio, quegli stessi accordi che il tycoon di New York si dice pronto a stracciare una volta varcata la soglia della Casa Bianca. In sostanza è un candidato vicepresidente che non darà del filo da torcere alla sua possibile superiore, che anzi favorirà la politica della continuità – dall’economia alle questioni sociali o temi sensibili – con l’amministrazione Obama. Sarebbe un errore, tuttavia, ritenerlo un candidato debole. Potrà ad esempio dispensare consigli utili per la costruzione di un’America post-razziale, provenendo da uno Stato del Sud con un’alta percentuale di cittadini afroamericani. E anche in politica estera potrà dire la sua, lui che non è contrario all’interventismo se viene tirata in ballo la sicurezza nazionale e quella degli alleati (alla stregua di Hillary Clinton). È stato, inoltre, uno dei più convinti difensori dell’accordo sul nucleare voluto da Obama con l’Iran. Hillary Clinton dovrà ricucire i rapporti con Israele dopo le recenti divergenze, in questo senso Kaine fu tra i primi ad annunciare la decisione di boicottare il discorso di Netanyahu al Congresso nel marzo 2015. Ma resta pur sempre un fautore di lunga data delle relazioni Usa-Israele: prevarrà, con ogni probabilità, la realpolitik.

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21 luglio 2016

Usa 2016. Mike Pence, il conservatore che mancava

Mike Pence, dice Trump, è stato la sua prima scelta. Il fatto che ciò non corrisponda al vero è superficiale: “Insieme aggiusteremo l'America e la renderemo di nuovo grande”. I due, Trump e Pence, hanno partecipato alla trasmissione 60 Minutes della Cbs prima della convention di Cleveland e non sono apparsi particolarmente affiatati. Trump è il più tipico degli “one man show”, Pence è un conservatore tutto d'un pezzo e nelle ore precedenti era girata voce secondo cui il candidato alla Casa Bianca fosse già pentito della decisione presa. I più maliziosi pensano che Pence sarebbe dovuto essere per Trump la pedina giusta per arrivare ai soldi dei fratelli Koch, ricchi imprenditori da sempre legati al Partito repubblicano. Ma pare invece che Charles e David non abbiano stavolta intenzione di farsi coinvolgere nella campagna elettorale. Nonostante, appunto, le tante figure che gravitano attorno a loro. Pence, 57 anni, tre figli, ex conduttore radiofonico, è un conservatore tutto d'un pezzo dicevamo, ma lui si definisce – in quest'ordine rigoroso – un cristiano, un conservatore e infine un repubblicano. È il governatore dell'Indiana, non un politico conosciutissimo (Newt Gingrich e Chris Christie, gli altri che erano in lizza per il posto di VP, lo sono di più), ma nemmeno uno di quelli che passa inosservato. Cresciuto democratico nel mito di John F. Kennedy in una famiglia di chiare origini irlandesi, appartiene all'ala cristiano-evangelica del Gop e ha idee parecchio diverse da Trump su molti argomenti, in materia economica e non solo. Ad esempio, alla promessa elettorale di Trump di vietare l'ingresso ai musulmani, Pence rispose indirettamente in questo modo:


Come da copione Trump e Pence sostengono ora che hanno molto in comune. Che all'inizio delle primarie Pence abbia sostenuto Ted Cruz – che alla convention di Cleveland ha negato l'endorsement al ticket – è oggi elemento superfluo anch'esso.

ASCESA DI MIKE PENCE
La storia di Mike Pence, avvocato, è strettamente legata allo Stato che amministra, l'Indiana, dove è nato e cresciuto. Provò a entrare nel 1988 alla Camera, senza successo. Per un po' lasciò perdere, poi nel 2000 riuscì a farsi eleggere al Congresso – dove si è occupato di relazioni internazionali, tra le altre – e venne in seguito confermato per quattro mandati consecutivi. Nel 2012 in tanti lo volevano prossimo ad annunciare la sua corsa alla Casa Bianca, ma lui spazzò via i pettegolezzi candidandosi a governatore dell'Indiana. Carica che occupa dal gennaio 2013.

ECONOMIA
A forzare la mano, considerando cioè le sue convinzioni religiose e quelle in campo economico, potremmo allora definire Pence un liberal-conservatore. Al contrario di Trump – ma parliamo di qualche tempo fa, chissà che non cambi idea nell'immediato futuro – non ha mai espresso posizioni protezioniste. Anzi, nel 2014 si disse favorevole al TPP (Partenariato Trans-Pacifico) perché gli accordi di libero scambio favoriscono lavoro e sicurezza. Nel 2010, poi, appoggiò l'iniziativa con a capo Sarah Palin – quella Sarah Palin, controversa candidata repubblicana alla vicepresidenza nel 2008 e oggi fervente sostenitrice di Trump, già beniamina del Tea Party – di firmare un appello contro la Fed (Federal Reserve, la banca centrale statunitense), troppo impegnata a stampare moneta e a creare inflazione (quantitative easing), una misura che un manipolo di economisti di destra ed esponenti del partito ritenevano evidentemente controproducente, non volta alla crescita, bensì all'indebolimento del dollaro. Inutile sottolineare che è stato tra i più strenui oppositori dell'Obamacare.

RELIGIOUS FREEDOM RESTORATION ACT
Il nome di Mike Pence è legato al Religious Freedom Restoration Act, legge varata in Indiana alla fine di marzo 2015 (non senza polemiche). Prima, però, un passo indietro. Pence è molto religioso e non ha mai nascosto le sue posizioni su temi sensibili quali aborto (assolutamente contrario) e matrimonio tra persone dello stesso sesso (altrettanto contrario). Il Religious Freedom Restoration Act è una legge, in questo caso statale, che si basa sul modello della legge voluta da Bill Clinton nel 1993 sulla libertà religiosa, poi limitata dalla Corte Suprema nel 1997 a livello federale. Alcuni Stati, perciò, hanno provveduto negli anni a riempire il vuoto legislativo. Sostanzialmente si tratta di una misura che serve a tutelare, sulla base del credo religioso, le persone o le società per i loro comportamenti in caso di contenzioso o accuse. Tale condizione ha spinto però diversi osservatori a considerarla una legge potenzialmente omofoba e discriminatoria nei confronti di determinati individui. Immaginiamo un esercente che si rifiuta di servire un cliente perché omosessuale: più o meno questo. In una fase delicata della lotta per i diritti dei gay (la Corte Suprema avrebbe stabilito nel mese di giugno che i cittadini, tutti i cittadini, possono sposarsi con chi vogliono) si alzò un polverone mica da poco. Qualcuno, più cinicamente, fece notare che anche turismo ed economia sarebbero stati messi a rischio con una legge del genere e siccome pure l'Arkansas stava approvando il suo Religious Freedom Restoration Act, toccò proprio a Mike Pence fare il primo passo indietro. Il futuro candidato a vicepresidente spiegò che non era certo sua intenzione creare le condizioni per possibili discriminazioni, ma riconobbe che la legge – ormai percepita in questo modo – doveva essere cambiata per non lasciare ulteriore spazio alle polemiche. A favore di Pence c'è da dire che alcuni (pochi a dire la verità), tra giuristi e attivisti per i diritti gay, non hanno criticato il provvedimento che a loro parere avrebbe dovuto riguardare solo la libertà religiosa, non altri argomenti tipo le nozze tra persone dello stesso sesso.

IL PENCE-PENSIERO (NEL 1997, E ANCHE DOPO)
Non appena Trump ha annunciato il nome del suo vice, i media americani non hanno perso tempo e subito hanno iniziato a scandagliare il passato di Pence. In particolare la Cnn e BuzzFeed hanno scovato due aneddoti interessanti, risalenti al 1997, che sembrano spiegare molto del personaggio. Ammesso che nel frattempo le sue opinioni non siano mutate, ovvio. All'epoca Pence scrisse un editoriale sull'Indianapolis Star, in realtà scovato da BuzzFeed nel 2015, in cui accostava le caramelle alle sigarette, ovvero a tutte quelle cose che possono provocare danni alla salute. L'industria delle caramelle, era il ragionamento, finanzia spot pubblicitari che vedono tanti giovani in America. Poiché le malattie del cuore sono tra le principali cause di morte – mentre a suo dire il fumo non uccide o quasi, concetto che ribadirà nel 2000 quando già occupava i banchi del Congresso – è doveroso, allora, contrastare l'obesità. E quali prodotti, se non le caramelle in misura maggiore, alimentano lo sviluppo dell'obesità? Dunque, a detta di Pence, lo Stato dell'Indiana doveva ottenere risarcimenti dalle aziende che contribuiscono alla cattiva salute e che provocano un costo addizionale sulle risorse sanitarie. Evitando l'accanimento ai danni dell'industria del tabacco. Lo stesso anno – è la volta della Cnn – Pence scrisse un articolo, sempre sull'Indianapolis Star, per sottolineare l'importanza della famiglia e in particolare il ruolo della madre per la crescita, da un punto di vista emotivo, dei figli. Citando uno studio del National Institute of Child Health and Human Development, Pence specificava che la sua riflessione non era contro le madri che lavorano, ma contro “la grande bugia della madre che non ha importanza” (“un problema culturale”). Di qui la proposta di un minore carico fiscale per le famiglie così da non rendere necessaria l'assenza prolungata di entrambi i genitori perché impegnati nel lavoro. La Cnn ha inoltre riferito di avere fatto richiesta alla campagna di Pence di confermare eventualmente il suo pensiero, senza però ricevere risposta.

IL TICKET TRUMP-PENCE
Cosa ha spinto Trump a scegliere Pence? A ben vedere un suggerimento plausibile lo ha dato lo stesso governatore dell'Indiana parlando a Cleveland, dove i due sono stati formalmente candidati alle presidenziali di novembre 2016. Sul palco ha descritto Trump “uomo dalla forte personalità e dal grande carisma”, per cui “immagino cercasse un equillibrio”. Quella che all'apparenza si presenta come la più classica delle battute da proporre ad una vasta platea festante, è al contrario una parte di verità. Pence è un nome che riesce ad unire diverse anime tra le file repubblicane, che piace – cosa di non poco conto – a Paul Ryan, speaker della Camera e sostenitore “con riserva” della campagna di Trump, il quale auspicava proprio un nome à la Pence, cioè un conservatore con la schiena dritta (dato che il candidato a presidente viene considerato da molte anime un “diversamente conservatore”). In più Pence porta in dote una fitta rete di contatti in quegli ambienti, dal Tea Party ai rappresentanti più intransigenti nel Gop, ostili alla candidatura di Trump. L'uomo giusto, quindi, per ricucire il partito e colmare le distanze emerse durante le primarie.

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