13 ottobre 2011

La strategia dell’Aventino

Arrivo dritto al punto. Francamente non so se la mossa dell’Aventino sia stata particolarmente azzeccata, ma almeno non è stata ipocrita. E non per mere questioni di alleanze allargate – di prove generali, per meglio dire – a cui oltretutto non credo. Berlusconi, qui sta il punto, è stato sfiduciato aprioristicamente dopo la bocciatura di martedì alla Camera e poco importa se domani, come accadrà, avrà dalla sua l’aritmetica. Le opposizioni, che svolgerebbero comunque il loro ruolo, ci mancherebbe, hanno trovato una compattezza che va da Fini a Bersani, da Casini a Di Pietro, attorno alla figura del premier, ritenendolo ormai la sola, vera emergenza.
Napolitano aveva inoltre invitato il presidente del Consiglio ad indicare una via e l’indomani Berlusconi si è limitato ad arringare i suoi (per forza, gli altri non c’erano) con le solite nenie e con l’ottimismo che vince sempre sul pessimismo e sull’odio. Il suo discorso in Aula è stato al solito intriso di retorica, ma politicamente vano. Berlusconi, poi, ha chiosato “contro la casta dei capipartito”, cioè contro se stesso. Chissà cosa ne pensa Scajola, il quale è tornato a sfiduciarlo dall’interno (e di ciò gli sono grato, talmente ero rimasto deluso): “È inutile girarci intorno, il Pdl non è mai nato davvero”. 
Poi ci sono loro, i Radicali, che all’Aventino hanno rinunciato. E che evidentemente, come notava un amico un po’ di tempo fa, hanno deciso di non entrare più in Parlamento.