20 dicembre 2011

2011: l’annus horribilis dei despoti

Con la morte di Kim Jong-il si chiude – presumibilmente – l’annus horribilis per i despoti nel mondo. Fa un certo effetto guardare le immagini di isteria collettiva del popolo nordcoreano che piange il Caro Leader, soprattutto ripensando a quelle di giubilo per l’uccisione di Gheddafi in Libia. 
Dapprima Ben Ali, costretto alle dimissioni in Tunisia nel mese di gennaio, successivamente emulato (a febbraio) da Hosni Mubarak in Egitto, il 2011 verrà ricordato come l’anno dei profondi cambiamenti. 
“Giustizia è fatta”. Il due maggio il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, annunciava con toni enfatici la fine del ricercato numero uno Osama Bin Laden, ucciso dalle forze dei Navy Seal nel suo compound di Abbottabad, in Pakistan. E come non ricordare la folla riversata nelle piazze a New York per festeggiare l’evento “atteso” 3.519 giorni dal tragico 11 settembre del 2001? 
Nello Yemen, non senza spargimenti di sangue, Ali Abdullah Saleh ha recentemente firmato un accordo che prevede la sua uscita di scena (era presidente dal 1978), formalizzata oltretutto dall’insediamento negli ultimi giorni di un governo di unità nazionale guidato dall’opposizione. 
In Siria, Bashar al-Assad è alle prese da mesi con le proteste dei ribelli, sebbene non molli il potere. La repressione del regime sta distruggendo molte vite e l’Osservatorio siriano dei diritti umani aggiorna quotidianamente quello che è un vero e proprio bollettino di guerra. 
Anche in Russia lo “zar” Valdimir Putin vede vacillare il proprio consenso. Di questi tempi il premier russo (e già candidato alla successione del presidente “delfino” Medvedev) ovunque si rechi viene fischiato. A Mosca sono scoppiate le proteste a seguito delle voci di presunti brogli alle ultime elezioni che hanno visto sì trionfare il suo partito, Russia Unita, ma che allo stesso tempo ha registrato un crollo rispetto ai risultati ottenuti nel 2007. 
In Corea del Nord, no. Nell’anno degli “indignati” e di Occupy Wall Street, della primavera araba e delle manifestazioni su scala mondiale, nell’anno in cui Time celebra “The protester”, il suo popolo piange il despota. Forse perché è l’unica realtà a cui ha potuto accedere, nel Paese più isolazionista che c’è. Anche nell’annus horribilis dei leader autoritari.

(anche su T-Mag)