12 gennaio 2012

Di Pietro, la Consulta e la maggioranza inciucista

In questi mesi illustri costituzionalisti e presunti tali sono stati agli antipodi: quelli che dicevano “sì, forse ce la fanno i quesiti referendari a passare” e quelli che “no, assolutamente, verranno dichiarati inammissibili”. 
Ora – a torto o a ragione ognuno secondo le proprie idee – è prevalsa la linea degli ultimi (e qui lancio la palla: un po’ me lo aspettavo), ma il vero rammarico, oltre al mantenimento di una legge elettorale da cambiare quanto prima, è la dialettica che si è sviluppata dopo. E stupisce che ad aizzarla sia uno, per quanto populista nell’anima, come Di Pietro. Che di diritto, insomma, qualcosa dovrebbe masticare.
Lo spiegava bene Pietro Raffa qualche giorno fa: 

La Corte Costituzionale non nasce per assecondare la volontà popolare di turno. Al contrario, spesse volte, è stata l’unico organo in grado di frenarla. La Consulta deve valutare la legittimità costituzionale del referendum. Punto. 

Sostenere che “l’Italia si sta oramai avviando lentamente, ma inesorabilmente verso una pericolosa deriva antidemocratica. Manca solo l’olio di ricino” o "ancora che “quella della Corte non è una scelta giuridica, ma politica per fare un piacere al capo dello Stato, alle forze politiche e alla maggioranza trasversale e inciucista che appoggia Monti, una volgarità che rischia di farci diventare un regime” – cioè i poteri forti, le banche e bla bla bla – è da persone fuori di senno, anzichenò. Ma Di Pietro, si sa, soffre di grillismo. Perciò se vince, vince e va tutto bene. Se accade il contrario, è perché c’è qualcuno che mette i bastoni tra le ruote.
Forse il leader dell’Idv non comprende che così dicendo è proprio lui a derubricare la volontà popolare per cui Napolitano invita i partiti a darsi una mossa e non la Consulta, visto il diverso ruolo. Che poi i partiti affronteranno la questione con estrema flemma, è un altro paio di maniche. Ma qualcuno dei suoi lo spieghi a Di Pietro, intanto.