5 gennaio 2012

Perché non è un romanzo criminale

L'ennesimo fatto di cronaca nera avvenuto ieri a Roma è solo l'ultimo di una lunga scia di tristi eventi. Un po' di tempo fa, su questo umile spazio, mi sono riservato il diritto di invitare i futuri candidati alla carica di sindaco ad evitare campagne incentrate quasi esclusivamente sulla sicurezza (e quindi sulla paura). Perché con il senno di poi, allora, si potrebbe affermare che Alemanno abbia fallito su tutta la linea. Sarebbe però un errore anche questo. 
La campagna elettorale del 2008 risulta oggi fallimentare (evidentemente nel lungo periodo) in quanto concentrata non sulla mera sicurezza – come possiamo notare –, ma sulla diversificazione tra noi e gli altri, tra i cittadini e gli stranieri. Stiamo capendo soltanto ora, invece, che la criminalità – micro o organizzata che sia – sa muoversi talvolta indisturbata e tessere le tele più intrigate. E che spesso parla il dialetto romanesco. 
In tale contesto alcuni media stanno raccontando il romanzo criminale di Roma non solo nel senso di rievocare le vicende dei personaggi der Libanese, der Freddo o der Dandi, ma di trovare un nesso benché minino con le gesta della vecchia Banda della Magliana. Ci si lambicca cioè in astrusi ragionamenti privi di fondamento, se non corroborati da prove, trascurando le possibili e reali cause di tutti questi omicidi (più di trenta in un anno). 
Per inciso: la morte a Tor Pignattara di Zhou Zeng e della sua piccola di appena nove mesi non riguarda pregiudicati alla prese con eventuali rese dei conti. È tutta un'altra storia. Perciò sarebbe il caso di affrontare la questione evitando banalizzazioni che questa città non merita. Anche perché il rischio mafia mica lo abbiamo scoperto nel 2011.