30 aprile 2012

Giornalai e bloggher

Sarei dovuto andare al Festival del Giornalismo di Perugia, dal 26 al 28 aprile. Almeno così stavo programmando circa un mese fa. Poi, per sopraggiunti motivi di lavoro, ho dovuto rinunciare. A malincuore. Ho letto però i resoconti di chi vi ha partecipato e ho avuto come l’impressione di essermi perso la più bella edizione del Festival. Detto questo, ho avuto anche un’altra impressione: il tentativo da parte di alcuni di dimostrare come giornalisti e blogger (che abbiano un certo seguito, si intende) siano ormai la faccia di una stessa medaglia. Magari l’impressione è sbagliata, proprio perché non ero lì, ma proverò comunque a farmi capire. 
Il giornalismo così come lo hanno plasmato i colleghi più adulti, adesso nostri professori universitari, è mutato e ciò è dipeso, neanche a starlo a sottolineare, dall’avvento della Rete quale strumento di comunicazione su larga scala. I blog e i social network hanno cambiato il modo di fare informazione e questa affermazione sta perdendo un po’ il sex appeal che aveva in principio in quanto assodata e già presente nei volumi di giornalismo (o che tentano di spiegarlo e raccontarlo accademicamente). Ma il giornalista sarà pur sempre una figura “professionalizzata”, anche su Internet. Ciò vuol dire che una minima differenziazione, sebbene talvolta quasi impercettibile, sarà opportuna tra le due categorie ancora in futuro. E gli utenti che alimentano il cosiddetto citizen journalism sono persone con una sensibilità “alta” in grado di sfruttare meglio di altre le nuove tecnologie a scopo divulgativo.
Ecco, io tuttavia dal giornalista mi aspetterei sempre qualcosa in più. Intanto, proprio perché la concorrenza si fa più spietata e poi perché altrimenti verrebbe meno la necessità di definirci “giornalisti”. Quello che non apprezzo del giornalismo attuale è la pigrizia che trasforma ogni rutto proveniente da Facebook o da Twitter (o da La Zanzara di Radio 24, la sostanza non cambia) in una notizia. Non ci stiamo più impegnando a scovare le notizie vere e ci facciamo perculare, giustamente, dai blogger molto più attenti a come va il mondo perché non a caccia di facili clic. Non è sempre così, ovvio. Però la riflessione (che nel frattempo si sta facendo vecchia perché le cose cambiano e neppure ce ne accorgiamo) dovrebbe unire le categorie (utili e fantastiche entrambe) in quello che dovrà essere un percorso inevitabile e condiviso della moderna società dell’informazione. Essere giornalisti può significare ancora tanto, anche nell’era di Twitter, di Facebook e adesso pure di Instagram, al di là dei mutamenti e di anacronistiche corporazioni.