8 novembre 2012

L’elezione di Obama è affar nostro, eccome

Una delle argomentazioni più utilizzate da quanti ritengono eccessivi i festeggiamenti oltreoceano per la rielezione di Obama è, allo stesso tempo, una delle più deboli. Sostenere infatti che i cittadini statunitensi hanno (ri)mandato alla Casa Bianca il candidato “meno peggio” (di qui, volendo, la domanda: su quali basi affermiamo convintamente dall’Italia che Obama fosse il candidato “meno peggio”?) è sterile perché allora, tale assioma, sarebbe vero in qualsiasi luogo del mondo, non solo negli Stati Uniti. Che detta con un linguaggio più consono, per non apparire sempre imbronciati e brontoloni, la riflessione potrebbe essere: ha vinto il candidato migliore. Ma non è questo il punto. Dopo la spasmodica gioia collettiva che colpì nel 2008 molti di noi, improvvisamente sognatori (“il primo presidente nero”, la cui retorica era già  sbagliata all’epoca), oggi fa più figo asserire il contrario: che ci frega di chi sia il presidente americano? Un quesito che la dice lunga sull’epoca che stiamo vivendo e che però non tiene conto della leadership mondiale – piaccia o meno è ancora così – che l’America vanta al cospetto di un’Europa indebolita e di nuove potenze che stentano a decollare. Dunque ci deve interessare – magari evitando un po’ di provincialismo, questo sì – chi sia il presidente statunitense, come la pensa sui temi di carattere internazionale, cosa ha fatto fino adesso, quante mogli ha avuto. Poi c’è il sentimento, che ha una sua innegabile rilevanza. E non sta scritto da nessuna parte che debba essere derubricato, con un pizzico di presunzione, a cosa-ti-cambia-nella-vita? 
Tutto qua.