9 novembre 2012

Non ci resta che sperare...

In Italia ci sono 6,6 imprese ogni cento abitanti. In Francia se ne contano 4,1 e nel Regno Unito 2,8. Ma ad un alto tasso di imprenditorialità non corrisponde una longeva attività. Anzi, semmai è vero il contrario. Quasi la metà delle imprese italiane (49,5%), sopraggiunto il quinto anno di vita, chiude i battenti. Nel secondo trimestre dell'anno il tasso di disoccupazione si è attestato sopra il 10%. E nello stesso periodo la disoccupazione giovanile (che comprende la fascia di età tra i 15 e i 24 anni), pur non raggiungendo i livelli di Spagna e Grecia, ha superato la soglia psicologica del 30% (33,9%, ad essere pignoli). Nel 2012 il Pil risulta in calo del 2,6%, la produttività in Italia è più bassa che in altri Paesi dell'Unione europea, sono in diminuzione i posti vacanti. 

Non c'è molto da stare tranquilli, di questi tempi. Mentre la ministro Elsa Fornero non esclude l'ipotesi di mettere mano alla riforma del mercato del lavoro, la fotografia a tinte fosche che istituti di ricerca e centri studi mostrano a intervalli regolari equivale ogni volta ad una doccia gelata. Eppure, in Italia, esistono campi inesplorati e altri da riscoprire che potrebbero incentivare una possibile ripresa economica. E qui arrivano finalmente le buone notizie. A patto che ci si sappia muovere nella giusta direzione, rimboccarsi le maniche e avere competenze da impegnare nei settori che presentano le maggiori capacità attrattive. Cominciamo dall'agenda digitale, che oltre a migliorare i servizi offerti ai cittadini dalla pubblica amministrazione tende a fornire gli elementi per nuovi modelli di business. Si legge in una nota di Palazzo Chigi del 4 ottobre: «Per la prima volta, nell’ordinamento del nostro Paese, viene introdotta la definizione di impresa innovativa (startup). Le nuove misure toccano tutti gli aspetti più importanti del ciclo di vita di una startup – dalla nascita alla fase di sviluppo, fino alla sua eventuale chiusura – ponendo l’Italia all’avanguardia nel confronto con gli ordinamenti dei principali partner europei. Tali norme danno anche seguito a quanto indicato nel Programma Nazionale di Riforma e rispondono a raccomandazioni specifiche dell’Unione europea che individuano nelle startup una leva di crescita e di creazione di occupazione per l’Italia. La dotazione complessiva subito disponibile è di circa 200 milioni di euro. Una volta a regime, la norma impegnerà 110 milioni di euro ogni anno». La misura fa parte del secondo “Decreto Crescita” approvato dal governo su proposta del ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera. Si tratta di un provvedimento senza dubbio interessante dal momento che in Italia internet vale fino al 2% di impatto diretto sul Pil e ulteriori 20 miliardi di euro di impatto indiretto, per un contributo alla crescita pari al 14%. Grazie alla rete sono 700 mila i posti di lavoro creati, più sette miliardi di euro in surplus di valore per i consumatori italiani. I numeri sono contenuti nel rapporto Sviluppare l’economia digitale in Italia: un percorso per la crescita e l’occupazione presentato dal Digital Advisory Group alla fine del 2011. L'indagine, poi, sottolinea come l’impatto di performance sulle Pmi sia stato del 10% di crescita annua per le aziende attive sul web rispetto alla stagnazione delle non attive. Per avere un termine di paragone, in Svezia e nel Regno Unito nel medesimo arco di tempo il contributo diretto al Pil è stato superiore al 5%. 

Un ulteriore schiaffo alla crisi? Potrebbe giungere dalla green economy, stando alla recente indagine del centro studi di Confartigianato. Dal 2007 al 2011, infatti, il numero di impianti fotovoltaici installati in Italia è passato da 7.647 a 330.196. Ciò ha di conseguenza permesso al settore dei Lavori di costruzione specializzata di registrare un aumento dell’occupazione dell’11,9% tra il 2010 e il 2011. L’Italia, inoltre, ha dalla sua l'invidiabile primato rispetto agli altri paesi europei. In Germania, ad esempio, è stato rilevato un incremento dell'occupazione, di gran lunga inferiore al caso italiano, pari all'1,2%. Si è verificato un calo, invece, in Francia (-1%), in Gran Bretagna (-4,2%) e in Spagna (-9,8%). Anche il numero delle imprese nostrane è cresciuto: al primo trimestre del 2012 si contano 100.289 aziende attive nel settore delle fonti rinnovabili (+10,2% rispetto al primo trimestre del 2009), per 369.231 addetti. Il governo ha illustrato il 16 ottobre la nuova Strategia energetica nazionale che prevede, tra le altre cose, 180 miliardi di euro di investimenti da qui al 2020, sia nella green e white economy sia nei settori tradizionali (reti elettriche e gas, rigassificatori, stoccaggi, sviluppo idrocarburi) che mirano al superamento degli obiettivi europei 20-20-20, vale a dire il raggiungimento del 20 per cento della produzione energetica dalle fonti rinnovabili, aumento del 20 per cento dell’efficienza e riduzione del 20 per cento delle emissioni di CO2 entro il 2020. 

Ci sarebbe infine un terzo sbocco, in grado di catalizzare la nascita di nuove imprese. Si tratta – udite, udite – dell'agricoltura. In generale, è opportuno precisare, il numero delle aziende agricole è diminuito, ma in compenso quelle in attività sono tendenzialmente cresciute per dimensione. Secondo il Rapporto Italia 2012 dell'Eurispes esistono in agricoltura più di 65 mila imprese under 35, vale a dire il 10% dell’imprenditorialità “giovane” del Paese (al terzo posto dopo il commercio e le costruzioni) e pari al 6% di quella europea (Ue-27). Certo, le opportunità servono a poco senza una preparazione adeguata. Non è un caso, ad esempio, il balzo degli iscritti nelle facoltà agrarie registrato negli ultimi due anni. Investire in ricerca e innovazione dovrebbe essere una priorità (priva di fronzoli la recente stoccata del presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, rivolta all'esecutivo: «Non ci sono provvedimenti incisivi per la ripartenza, in particolare per quanto riguarda ricerca, innovazione e infrastrutture») tra tagli all'università paventati e tagli scongiurati. Anche perché, analizzando i dati sui neolaureati, c'è ancora di che preoccuparsi visto lo scollamento del mondo accademico da quello del lavoro. La disoccupazione tra i laureati triennali è passata dal 16% del 2009 al 19% del 2010. Peggio va ai laureati con specialistica: quelli senza lavoro si attestano al 20%. E sul fronte delle retribuzioni, chi se la cava a un anno dalla laurea di primo livello percepisce in media 1.105 euro mensili. Gli specialistici a ciclo unico arrivano a prendere a malapena 1.050 euro, mentre gli altri, sì e no, 1.080 euro. La Commissione europea ha di recente suggerito ai Paesi membri di “imitare” il modello scandinavo secondo cui un’impresa deve essere incentivata nell’assunzione di un giovane oppure garantendo a quest’ultimo un ulteriore percorso di formazione che qualifichi maggiormente la sua figura professionale. Ad avercela, la mentalità nordica. Non trascurando, però, che l'Italia usufruisce poco (e male) dei fondi strutturali europei.

(per il settimanale Il Punto, in edicola il 2 novembre)