6 novembre 2012

Non siamo mica gli americani

Ho sempre detestato il provincialismo, talvolta esasperato, con cui osserviamo le elezioni americane. Non è boria, è che davvero noi tutti – cittadini appassionati, giornalisti, politici – ci appropriamo di vittorie (o sconfitte) non nostre e ci mangiamo i gomiti perché pensiamo che quel modello di democrazia, no, non ce l’abbiamo. Ma è una visione superficiale, a ben vedere, che non aiuta a migliorare il nostro, di modello. O si cambia sistema politico o come gli americani – uguali, uguali – non potremo mai essere. E ciò, inutile starne a parlare, è impossibile per ragioni storiche, culturali e geografiche. Però questo non significa che non potremmo imitarli in alcune idee, almeno concettualmente se non proprio formalmente. Cambiare mentalità, ad esempio, sarebbe già un inizio. 
Fateci caso: mesi e mesi a discutere di una legge elettorale tanto invocata e mai voluta, per arrivare a partorire in fretta e furia qualcosa di “combinato” che, così com’è, obbliga i partiti a formare perpetue “strane maggioranze” (salvo ritoccarla a legislatura ormai avviata per permettere una riorganizzazione dopo l’inevitabile calo di consensi). Uno dei partiti svantaggiati da tale ipotesi è lo stesso (il Pd) al cui interno una parte (i renziani) accusa l’altra di essersi aggiustata le regole per le primarie allo scopo di favorire il segretario, colui che su carta doveva essere il candidato unico. 
In campagna elettorale ci si scanna, ma secondo criteri condivisi e finalizzati al “bene comune” (una delle locuzioni più inflazionate del momento). In questo senso, secondo Rutelli, il bene comune è evitare che il premio di maggioranza spetti a Grillo. Tutto qua. Ma ce la ricordiamo, giorni addietro, la tarantella lunga più della Route 66 sulla legge elettorale, sì?