21 novembre 2012

Storie. “La mia vita a Düsseldorf”

Paolo è un giovane giornalista giramondo. Un po' per attitudine e un po' per necessità, dato che fare il giornalista oggi, in Italia, non è una cosa semplicissima. Alla fine di agosto raccontammo su queste pagine la storia di Roberta, anche lei reduce da un'esperienza in Germania, a Berlino. La Germania, ci è parso di capire attraverso le parole dei nostri interlocutori, è un Paese contraddittorio. Da un lato offre numerose opportunità, ma dall'altro presenta alcune barriere intellettuali per cui la vita di un giovane di un altro Paese non può certo dirsi una passeggiata. 
Prima di arrivare a Düsseldorf, Paolo si laurea in Scienze della Comunicazione a Napoli e poi in Editoria e giornalismo a Roma. Successivamente entra nella scuola di giornalismo dell'Università Cattolica di Milano e grazie a quest'ultima opportunità riesce a coronare un sogno, sebbene per soli tre mesi: lavorare nella redazione della Rai Corporation a New York affiancando i giornalisti e i producer del Tg3, in particolare Oliviero Bergamini. “Ho sempre avuto il pallino del giornalismo – confida Paolo a T-Mag –, anche se con il passare degli anni e degli stage in redazione, sempre rigorosamente gratuiti, un po’ la passione è svanita. Cosi dopo aver terminato la scuola di giornalismo e aver superato l’esame di stato a Roma per entrare nell’albo dei professionisti, ho deciso di dire basta a tutte le offerte di stage a zero euro che mi si prospettavano dinanzi, a parte qualche collaborazione spesso pagata due mesi dopo aver scritto un pezzo, e ho deciso di cercare un impiego anche nel mondo delle pubbliche relazioni/ufficio stampa”. Così, circa sette mesi fa, arriva l'occasione e si reca in Germania, a Düsseldorf, nella regione del Nord Reno Vestfalia, per uno stage di sei mesi nell’ufficio stampa italiano di Trivago, il motore di ricerca per hotel. “Per me è stato un onore poter lavorare in una azienda mediamente molto giovane, piena di ragazzi e ragazze provenienti da mezzo mondo: un’esperienza internazionale che non avevo mai vissuto sulla mia pelle. Se dovessi descrivere questa mia esperienza a Trivago potrei descriverla come una sorta di Erasmus in azienda, dove lavoro e divertimento sono due facce della stessa medaglia. Certo non tutto è rose e fiori, d’altronde come in qualsiasi altra azienda, lo stipendio mensile non mi ha permesso di ripagare tutte le spese a Düsseldorf, anche se questa tranquilla e bella città sulle rive del fiume Reno è molto più economica rispetto a Milano o a Roma”. 

Come per Roberta, anche per Paolo (il suo blog è Was ist Heimat?) uno dei primi problemi è farsi capire dalle persone che non lavorano con lui in azienda. Poi c'è la burocrazia, talvolta eccessiva, anche più che in Italia. “La vita di un italiano in Germania è diversa: in Germania il clima non è come da noi (chiamare estate l’estate tedesca è a dir poco un eufemismo), il cibo non è come quello italiano, ma anche i trasporti pubblici non sono come in Italia. Qui, almeno a Düsseldorf, tutto sembra apparentemente perfetto, anche se i ritardi di tram o treni sono all’ordine del giorno. Però devo dire di aver vissuto sette mesi senza ansia, circondato da una aria respirabile rispetto a quella micidiale per esempio di Milano o Roma. Qui la vita mi è sembrata meno caotica e più degna di essere vissuta, cibo e clima a parte. La burocrazia non manca anche qui, a volte è anche più complessa di quella italiana. Quando i primi giorni andai all’ufficio delle tasse, mi permisi di chiedere a una impiegata sulla cinquantina se potessimo parlare inglese vista la mia totale incapacità a parlare il tedesco: non potrò mai dimenticare la sua reazione stizzita nel cacciarmi fuori dal suo ufficio urlandomi dietro che avrei dovuto parlare tedesco con lei. Per fortuna c’era nello stesso ufficio una ragazza molto più giovane che sapeva parlare inglese e che mi ha dato una mano a sbrigare tutte le pratiche fiscali. Penso che sia stata la prima volta che mi sono sentito trattato male qui in Germania. La seconda invece mi è capitata qualche settimana fa: all’agenzia di collocamento di Düsseldorf per chiedere informazioni sugli eventuali diritti da me maturati in sei mesi di lavoro in Germania, non appena la guardia addetta alla fila ha visto che non sapevo parlare bene tedesco mi ha detto che nessun sarebbe stato capace di parlare inglese con me e che sarei dovuto tornare con qualcuno capace di parlare tedesco. Un comportamento, a tratti discriminatorio, che mi ha lasciato basito e senza parole. All’istante mi è venuta la voglia di fare le valigie e tornarmene in Italia”. 
E in Germania come vedono l'Italia? “Di certo l’Italia non è malvista come lo era tra gli anni sessanta e settanta quando i primi immigrati italiani cominciavano a trasferirsi qui in cerca di fortuna e anche di una nuova vita. Ora gli italiani sono completamente integrati, anche se ogniqualvolta entra in gioco il calcio, come agli scorsi europei, i vecchi rancori riaffiorano, soprattutto se è l’Italia a vincere contro la Germania. La sera della semifinale contro la Germania io mi trovavo a Colonia, e per me è stato come aver vinto l’Europeo: trovarmi a gioire per le strade di una delle città più italiane di Germania, insieme a centinaia di altri miei connazionali, è stata un’emozione che non dimenticherò mai. Posso solo immaginare la gioia provata dagli italiani di Germania nel 2006, quando vincemmo il mondiale”. 

Sui giornali si legge spesso di come la Germania sia un ricettacolo di molti giovani europei – italiani, spagnoli e greci per lo più – in cerca di fortuna. Ma è davvero così? “Apparentemente – risponde Paolo al quesito – in Germania sembra che non ci sia crisi, ma in fondo anche qui tanti giovani, tedeschi e non, sono costretti a vivere di stage o di piccoli lavoretti, in attesa di afferrare un futuro lavorativo meno precario. Magari nella Germania dell’ovest e nel sud, in Baviera, l’economia tedesca è ancora forte, ma nell’est, per esempio a Berlino, la crisi si fa sentire nonostante quello che possiamo definire come il 'mezzogiorno' tedesco abbia fatto passi da gigante rispetto al nostro sud Italia”. 
Quando è ora di tornare a casa è anche il momento di fare bilanci. Forse ci si aspettava qualcosa di più o forse no. Fatto sta che la domanda è sempre la stessa: ne è valsa la pena? “Se potessi tornare indietro farei le stesse scelte che mi hanno portato qui in Germania, anche se la mia esperienza lavorativa alla fine è durata soltanto sei mesi. Se non avessi avuto questa opportunità non avrei conosciuto tante persone, non avrei avuto la possibilità di vivere in una città cosi a misura d’uomo come Düsseldorf e soprattutto non avrei avuto la possibilità di arricchire ancor di più la mia esperienza professionale. Per puro caso, infatti, grazie a un articolo di un mio amico giornalista trasferitosi in Germania dove ha fondato Il Mitte, quotidiano di Berlino per italofoni, ho scoperto dell’esistenza di Radio Colonia, una trasmissione in lingua italiana trasmessa e finanziata dalla radio pubblica tedesca. Una radio storica, nata nel 1961 e che forse all’epoca rappresentava l’unico punto di riferimento per tanti italiani senza alcuna formazione scolastica che subivano ingiustizie sul posto di lavoro e nella vita di tutti i giorni. Dopo aver inviato via email il mio curriculum al caporedattore, mi si è spalancata così l’opportunità di svolgere un breve periodo di stage in redazione, stavolta rigorosamente retribuito. Per me è stato un onore lavorarci, e per un attimo ho realizzato di aver fatto parte della storia italiana in Germania. A breve lascerò questo Paese che mi ha ospitato, nel bene e nel male, per sette mesi. È tempo di voltare pagina, ancora una volta. Non so cosa mi attenderà in futuro, tanti sono i progetti e le ambizioni, magari da vivere in Italia o da qualche altra parte all’estero”.

(anche su T-Mag)