19 dicembre 2012

Due copie, grazie

Magari sbaglio. Magari non è così. Magari farei meglio a tacere, dato che a Pubblico lavorano due persone che conosco bene. Mi dispiace per la situazione che si è venuta a creare, il giornale di Luca Telese mi piace molto, ma non si può chiedere ai lettori di comprarne due copie per tirare a campare, anche se a suggerirlo è stato un lettore particolarmente affezionato. Perché l'iniziativa, inevitabilmente effimera, rimarrebbe fine a se stessa e al massimo permetterebbe alla redazione di vivacchiare ancora un po'. Salvo inventarsene di nuove, certo. Ma fino a quando?
Il miglior pezzo che ho letto al riguardo, lo ha scritto Fabio Ferri su Sfera pubblica:

Parlare del successo (di vendite) del Fatto per spiegare le difficoltà di Pubblico, non è tanto peregrino. Molti dei redattori vengono da lì; compreso il direttore di Pubblico che ha lasciato i suoi ex colleghi del Fatto suscitando una coda di polemiche. Poco importa ora dei rancori ma piuttosto notare che Il Fatto ha aperto la strada per una editoria senza finanziamento pubblico. Dimostrando che senza aiuti di stato si può far fronte al mercato. Certo è che avere nomi conosciuti, soprattutto grazie al mezzo televisivo abbia giovato alle vendite, e ancor di più avere un nemico in carne e ossa contro cui scagliarsi e definire la propria identità, riconosciuta e apprezzata dai lettori (degli elettori non è ancora dato saperlo). Essere apertamente anti berlusconiani e anti casta quando il Cav era ancora ritto in sella ha aiutato non poco Travaglio, Padellaro e Co. Telese con Pubblico forse non ha trovato il momento, o il nemico giusto. Monti e lo spread sono bersagli anche troppo facili, e la concorrenza è sia a destra che a sinistra: quindi c’è poco spazio per ritagliarsi un’identità ben riconoscibile. Pubblico si presentava come il giornale dei primi, per merito, e degli ultimi, nella scala sociale. Citando apertamente, e fieramente, Liberation. Non tutti i lettori però l’hanno capito. Anche perché giornali schierati a sinistra ce ne sono già, quindi occorreva trovare altri spazi (chi non viene dal Fatto viene dall’Unità). Il Manifesto, madre e padre di tutte redazioni con l’eskimo, è sull’orlo del baratro: identitario, su quello finanziario lo è da anni. Forse però bisogna aspettare a cantare il De Profundis.

Si potrebbe pensare che il rosso non porti bene ai conti dei giornali: ma anche chi non è apertamente schierato naviga in brutte acque. Come il gruppo RCS. Il problema è quasi sempre lo stesso: i lettori disertano le edicole, non c’è una maniera ottimale per valorizzare gli utenti web, ma per fortuna ci sono gli aiuti statali. Pubblico non ha questo paracadute, ma neppure è stato premiato dal mercato, che si potrebbe dire saturo. Va considerata anche in questo caso la tempistica. Se a tre mesi dall’apertura una qualsiasi azienda entra in crisi (cioè non riesce a pagare i dipendenti e pensa a ridimensionamenti) qualcuno non ha fatto i conti con l’oste. Quando si parla di editoria non bisogna solo citare l’articolo 21 sulla libertà d’opinione (che appartiene a tutti i cittadini), bisogna pensare anche all’articolo 41, sulla libertà d’impresa. Da cui si può far derivare il principio del rischio imprenditoriale. Non posso aprire un’attività senza sapere come fare profitto, e successivamente pensare di scaricarne i costi sulla collettività. Non è il caso di Pubblico
(o - precisazione mia - è anche il caso di Pubblico?). Ma sono molti i casi di “editori” improvvisati, come di giornalisti che si non si rendono conto che lavorano in una azienda, che deve (dovrebbe) rispettare anche le regole del mercato, non solo quelle deontologiche.