12 dicembre 2012

Perché lo spread non è un imbroglio

“Lo spread è un imbroglio”. La retorica berlusconiana che anticipa di fatto la campagna elettorale (ma che dice molto, allo stesso tempo, degli argomenti di cui il centrodestra si farà carico in vista del voto) parte da una considerazione impietosa: l'Italia sta peggio di un anno fa. Non che gli indicatori, a ben vedere, affermino il contrario. Come ricordava Carlo Buttaroni sulle pagine del Fatto Quotidiano, “il 56% dei lavoratori e il 70% dei pensionati hanno un reddito inferiore a 20 mila euro l’anno e le retribuzioni dei lavoratori italiani sono inferiori del 17% a quelle medie dei Paesi Ocse, pari al 56% di quelle degli inglesi, al 71% di quelle dei tedeschi, all’83% di quelle dei francesi e all’88% di quelle degli spagnoli”. Inoltre “il 20% della popolazione più ricca possiede il 40% della ricchezza nazionale, mentre il 20% della popolazione più povera deve accontentarsi dell’8%”. Tuttavia, soltanto pochi giorni addietro, Monti si rallegrava del differenziale tra i Btp decennali e i Bund di pari scadenza sceso sotto la soglia psicologica dei 300 punti base. A torto o a ragione? In verità né a torto né a ragione. Uno spread alto, infatti, significa una quantità enorme di euro bruciati. Ma, a fare da contraltare, c'è un eccessivo rigorismo che non stimola di certo la crescita. 
La fantomatica “fase due” del governo Monti è rimasta tale solo su carta ed è per questo che tanti interpreti dell'attuale scenario politico auspicano un secondo mandato per il premier, per permettergli cioè di terminare quanto iniziato allo scadere dello scorso anno. 
Ad ogni modo sostenere che lo spread non influisca affatto sulle nostre vite, un po' come ha proposto nelle ultime ore Berlusconi, può essere altrettanto fuorviante. La maggiore ripercussione di un divario troppo ampio ricade sul debito pubblico che a sua volta “pesa” sulla stretta al credito e sull'aumento dei costi di finanziamento. Un recente studio della Banca d'Italia ha evidenziato che ad ogni 100 punti base di aumento dello spread è seguito un rincaro di 50 punti sui tassi alle imprese e di 30 punti sui mutui per le case alle famiglie. In altre parole può verificarsi lo spiacevole caso in cui le banche (le prime acquirenti di titoli di Stato italiani), evidentemente più deboli, non concedano più credito alle imprese e alle famiglie. La diretta conseguenza non può che essere una sempre più difficoltosa sopravvivenza delle aziende (ergo, aumento della disoccupazione) e una contrazione dei consumi a tutti i livelli. 
Ciò che servirebbe in una fase così delicata della crisi, la cui volatilità dei mercati è testimoniata più dalle dichiarazioni a mezzo stampa che non dagli indicatori economici, è il giusto equilibrio tra austerity e stimolo alla crescita. Un'utopia, forse, stando ai primi botta e risposta di una campagna elettorale che si preannuncia al vetriolo.

(anche su T-Mag)