14 gennaio 2013

La società civile

La richiesta del popolo di essere ascoltato è un coraggioso atto di sfida alle radicate nozioni di gestione del potere che hanno favorito la classe dirigente. I cittadini comuni stanno imparando ad affermare la propria volontà, ed era ora. Questo, infatti, è il ruolo della società civile in una democrazia matura: fare pressione su chi governa per spingerlo ad agire nel modo migliore. 

Lo scriveva qualche giorno fa Vaishna Roy su The Hindu (via Internazionale) a proposito delle proteste spontanee dopo lo stupro della studentessa a New Delhi. È un punto di vista interessante e lo è a priori, anche se apparentemente c'entra poco con quanto stiamo osservando in questi giorni di campagna elettorale. Dopo il fallimento dei partiti – celebrato un po' ovunque, è bene ricordarlo – è stato il “movimentismo”, o il “civismo”, o chiamatelo come caspita vi pare, a prendere il sopravvento mediatico. Tuttavia, questo clima di opinione non può che essere una costola della politica tradizionale. O al limite, una moderna chiave di lettura della politica tradizionale. Avrebbe poco senso il civismo se non ci fosse una reale consapevolezza civica da parte dei cittadini. È su questo che dovremmo interrogarci, perché i cosiddetti esponenti della società civile che salgono in politica (gli immancabili esponenti della società civile) sono per lo più persone che hanno goduto in vita – per meriti propri, per carità – di importanti vetrine a dispetto dei molti che al massimo partecipano a qualche manifestazione di piazza. Intendiamoci: la politica non è per tutti, né deve esserlo necessariamente. Ma c'è stata una frase di Nicola Zingaretti, oggi, che mi ha colpito: “Un candidato della lista civica porta con sé la vita reale nelle istituzioni”. 
Voglio leggerla così: cambiamo culturalmente, mettiamo da parte le logiche di partito senza per forza sfociare nel più becero populismo. È l'unico modo, forse, per accrescere una migliore consapevolezza civica in ognuno di noi.