21 marzo 2013

Al 44%, più o meno

Due premesse, doverose. La prima: lavoro da quasi due anni al magazine di un istituto di ricerca che, tra le varie attività, fa anche sondaggi politici. La seconda (inutile negarlo): fatte le dovute eccezioni, non ho mai dato troppo peso ai sondaggi (ne ho scritto in un paio di occasioni in passato, qui e qui). 
Credo che i sondaggi – pensiero che ho limato negli ultimi tempi, pur occupandomi in prima persona di tutt'altro – siano uno strumento utile, certo, ma non un oracolo. I sondaggi misurano, con metodi scientifici, un sentimento diffuso in un determinato momento (il che implica un margine di errore da contemplare sempre). Per farla breve, se l'appuntamento (ipotizziamo elettorale) è ancora all'orizzonte, sapere oggi che il partito x è al 30% e il partito y è al 20 nel lungo periodo potrebbe perdere di efficacia oltre che non essere più attendibile. E fa parte del gioco proprio perché la ritualità è tipica della scienza. Di sondaggi non se ne fanno uno ogni tot, se ne fanno diversi a distanza di poco. E proprio perché non sono profezie (lo hanno spiegato recentemente tanto Pagnoncelli quanto Buttaroni), i sondaggi bisogna anche saperli leggere. Altrimenti alla vigilia del voto statunitense, per fare un esempio, avremmo dovuto dare per scontata la vittoria di Romney. È stato vero il contrario: nonostante una rimonta certificata su base scientifica del candidato repubblicano, Obama ha mantenuto gli Stati chiave vincendo agevolmente. 
Alle ultime politiche – è storia nota – i sondaggisti hanno invece toppato alla grande. Molto dipende da una metodologia che andrebbe rinnovata per stare al passo con i tempi, ma anche da un mutamento sociologico – se vogliamo persino emotivo – difficilmente misurabile. 
In queste ore è circolato un sondaggio Swg – che qualcuno tra i diretti interessati ha provato a negare – secondo cui con Matteo Renzi candidato premier al posto di Bersani (e in alleanza con Monti, ma senza Vendola) il Pd sarebbe in grado di acchiappare il 44% dei consensi. Ecco, io terrei a mente che la rilevazione è stata partorita in un momento di profonda incertezza per cui molti di coloro che hanno votato Tizio, ripensandoci, voterebbero oggi più volentieri Caio. Circostanza che potrebbe non reiterarsi con il passare delle settimane e che denota, ammesso che ce ne sia ancora bisogno, uno stato di insicurezza nelle persone. Dunque, affermare con convinzione che con Renzi sarebbe andata diversamente (si tennero le primarie apposta, non dimentichiamolo) è nient'altro che un'ipotesi di scuola poiché non ne abbiamo cognizione. E l'errore si è verificato due volte, quando è stata soprattutto la politica a non intercettare il disagio sociale che ha trovato nel Movimento 5 Stelle il ricettacolo ideale. 
Pure i vaticanisti, ad essere pignoli, hanno toppato alla grande i pronostici sul nuovo Papa. Ma almeno a loro è concessa l'inventiva, diciamo.