20 marzo 2013

La sfida per l’immediato futuro

Pochi giorni fa la ministro Elsa Fornero ha affermato con convinzione di meritarsi un sette – un 7, come a scuola – per la riforma del mercato del lavoro. Il provvedimento fu varato in una prospettiva di crescita e allo scopo di restituire priorità ad un rapporto di lavoro che sia il più stabile possibile, disincentivando cioè quelli a termine. O, per meglio dire, contrastare una successione abusiva di quest'ultime tipologie contrattuali. A quasi nove mesi dall'entrata in vigore dalla legge n. 92/2012, possiamo trarre un primo bilancio. Ebbene, al ministero del Lavoro risultano 640 mila rapporti di lavoro interrotti con un licenziamento, il che significa un aumento dell’11% sul 2011. Nello stesso periodo le dimissioni sono diminuite dell’8,7% passando da 1,22 milioni a 1,1 milioni. Il dato, tuttavia, va sempre contestualizzato. Nel 2011 – tanto per capirci – il 13,4 per cento dei dipendenti aveva un contratto a termine, un valore poco inferiore alla media europea (dati Istat). Dunque, a mancare negli ultimi anni è stata, piuttosto, la qualità del lavoro (assenza di tutele, incapacità di intraprendere percorsi qualificanti, improbabilità di trovare nuove occupazioni nel breve periodo). Circostanze che già in passato erano state previste ed affrontate, ma che la storia recente ha relegato a mere questioni dialettiche. Lettera morta. Carta straccia. 
In occasione dell'XI convegno Marco Biagi organizzato dall'Adapt (Associazione per gli Studi Internazionali e Comparati sul Diritto del lavoro e sulle Relazioni Industriali), si è tentato di ricordare le intuizioni che furono ritenute prioritarie dal giuslavorista ucciso nel 2002 dalla Nuove Brigate Rosse. Si è così fatto cenno alla lungimiranza di Biagi il quale al cospetto di un'economia in mutamento riteneva opportuno difendere i lavori più deboli e proteggere la flessibilità (che nel tempo si è tuttavia trasformata in un ginepraio). Il progetto valoriale di Biagi – ha ricordato tra gli altri l'ex ministro Maurizio Sacconi – riguardava “l'antropologia positiva” ovvero “una visione positiva dell'uomo, la fiducia nell'uomo che lavora”. E ancora: l'autosufficienza nel mercato del lavoro, il diritto promozionale ad accedere a conoscenze e competenze. In altri termini una maggiore adattabilità (che coinvolga datore e dipendente) all'occupabilità. 
Tutto questo, dicevamo, è rimasto su carta. Perché sappiamo bene cosa è successo, poi. Le buone intenzioni si sono trasformate in precarietà, tra le miriadi di tipologie contrattuali. Una giungla, è stata definita. In seguito è subentrata la crisi economica, che ha peggiorato ulteriormente le cose. Gli indicatori, in senso stretto, vanno sempre peggio. A gennaio (dati Istat) sono tre milioni i disoccupati, aumentati in un anno del 22,7% (tasso di disoccupazione all'11,7%). 
L’obiettivo fissato dall’Unione europea prevede nel 2020 una quota di popolazione occupata (tra i 20 e i 64 anni) pari al 75%. Già nel 2011 il valore dell’indicatore in Italia (61,2%) era di quasi 14 punti percentuali inferiore con uno squilibrio di genere fin troppo evidente (72,6% per gli uomini e appena il 49,9% per le donne). Questi non sono solo numeri. Sono la principale sfida per l'immediato futuro.

(anche su T-Mag)