18 marzo 2013

Matteo Renzi sì, Matteo Renzi no

Non avrei nulla contro i retroscena politici, salvo che questi ultimi raccontino scenari verosimili e che spieghino un insieme di cose che possano tornare utili (ai lettori, ai cittadini). Altrimenti è un gioco per appassionati, per gli addetti ai lavori. Per farci due chiacchiere al bar, per avere qualcosa di cui twittare (non sia mai). Matteo Renzi, ad esempio, incarna il retroscena come nessun altro. E ci sta: i renziani in Parlamento non sono pochi e nonostante le accuse di correntismi siano sempre state respinte al mittente, resta indubbio il loro peso specifico. Ma il sindaco di Firenze, in meno di venti giorni, è passato dall'essere un candidato premier in pectore (ma anche no) ad un politico pragmatico e consapevole che al prossimo giro possa raccogliere più di quanto non riuscirebbe oggi. 

Così il Corriere della Sera il primo marzo:

Il sindaco rottamatore vorrebbe un Pd con maggiore «verve» però si è ripromesso di non ostacolare il manovratore Bersani e si attiene a quel che ha detto in tempi non sospetti. Il che, ovviamente, non gli preclude il campo della politica. Ci è nato e cresciuto in quel territorio, del resto. Ai collaboratori, agli amici, a qualche «suo» parlamentare ha spiegato che cosa intende fare: «Vedo che alcuni giornalisti scrivono che io potrei fare il premier, che potrei fare il segretario. Tutte illazioni. E cavolate. La realtà dei fatti è questa: io non mi farò mai cooptare dal partito. Manco morto! Nessuno dei vertici potrà mai dire: "Il nostro prossimo candidato premier sarà Renzi". Perché a quel punto io dico: no, grazie. Altra cosa è se il Partito democratico va alle consultazioni da Giorgio Napolitano con una rosa dei nomi. Cioè, senza dire che la richiesta è quella di Bersani secca. Se per riuscire a superare lo stallo che si è creato e che, certamente, non fa bene al Paese, il Pd si presentasse con più nomi di possibili candidati alla presidenza del Consiglio e se fra quei nomi ci fosse anche il mio, allora io ci penserei seriamente».  

Così il Corriere della Sera lunedì:

Perciò una parte non indifferente del Pd dubita che in caso di insuccesso di Bersani si vada a votare a giugno. Perché per il centrosinistra le elezioni anticipate possono rivelarsi un azzardo pericoloso. Quindi c'è chi - non Bersani - ipotizza un governo del Presidente presieduto da Grasso o un altro esponente estraneo ai partiti. Ma c'è pure chi - tra i bersaniani - in caso di fallimento punta alle elezioni con Renzi candidato. Il sindaco, invece, non ci pensa. Come ha spiegato ai suoi l'altro giorno: «Se si fa un governo che dura una legislatura per me è anche meglio. Mi ricandido a sindaco e ho il tempo di rafforzarmi nel partito e all'esterno». 

Sia chiaro: in venti giorni tutto può essere stravolto. Dunque i ragionamenti di Renzi – neppure troppo antitetici, a leggerli con attenzione – non sono da escludere a priori, per carità. Resta solo il dubbio sulla validità di inserire un'ipotesi di scuola nel merito di un contesto che per il momento non sembra contemplarlo quale manovratore al buio (che si faccia i suoi calcoli è un'altra faccenda). E le mosse “a sopresa” di Boldrini alla presidenza della Camera e di Grasso al Senato sono la dimostrazione che pur di salvare il salvabile le tattiche possono cambiare di ora in ora facendo decadere, appena il tempo di leggere l'articolo, qualsiasi teoria retroscenista.