20 marzo 2013

Morire o vivacchiare

È difficile individuare, a queste condizioni, una situazione “migliore”. Andare a votare subito (presupponendo con questa legge elettorale) potrebbe significare di ritrovarci tra qualche mese punto e daccapo e quindi con un nulla di fatto (sì, c'è Renzi in panchina che prenderebbe il 44%, lo so. Poi parliamo anche di questo, eh). Non andare a votare e tentare l'impossibile potrebbe significare, invece, vivacchiare sul filo di lana per un po', senza alcuna garanzia di riuscire a portare a compimento le riforme che servono al Paese. 
Non facciamola troppo lunga. Bisogna dire le cose in chiaro, una volta per tutte. Intercettare i bisogni impellenti (lavoro in primis), tradurli in tre massimo quattro punti strategici (otto sono troppi, segretario Bersani, visto che alla prova dei fatti ne sono molti di più), delineare un arco temporale – chessò, un anno – entro cui definire responsabilmente il campo d'azione e dopodiché tornare al voto. Con una nuova legge elettorale (per forza) e con una maggiore consapevolezza di ciò che dovremo essere (possibilmente). 

[Detto questo, entrambe le circostanze – voto subito, voto tra circa un anno – mi inquietano.]