29 marzo 2013

Perché è necessario ripartire in fretta

L'opportunità di avere un governo tecnico, in quello specifico momento, era dettata da una serie di contingenze, per così dire, “comunitarie”. Le politiche rigoriste del Merkozy – di fatto una regia a Bruxelles –, la crisi del debito sovrano, l'austerity utile a riportare i conti pubblici a posto, lo spread che imparammo a conoscere e una serie di questioni politiche che resero l'Italia un partner da tenere sotto osservazione, furono le cause (non le conseguenze) del governo Monti. In questo potremmo ritenere soddisfacente (ma a che prezzo?) il lavoro dei tecnici ai quali è mancata tuttavia quella “sensibilità” ai problemi della gente, di norma espressione della politica. 
Nel mese di gennaio (dati Istat) risultavano essere tre milioni i disoccupati, aumentati in un anno del 22,7% (con tasso di disoccupazione all’11,7%). I giovani hanno difficoltà a trovare un impiego e, a quasi nove mesi dall'entrata in vigore della riforma del mercato del lavoro, nonostante l'intenzione di un indirizzo opposto, il numero complessivo dei contratti è diminuito. Ricorda Roberto Napoletano sul Sole 24 Ore che “le previsioni per il 2013 del prodotto interno lordo (Pil) sono ancora significativamente negative rispetto a un 2012 addirittura terribile”. Per non parlare del ritardo nei pagamenti da parte della Pubblica amministrazione verso le imprese, che nel frattempo chiudono (secondo Bankitalia la cifra totale ammonta a circa 90 miliardi di euro e l'intervento del governo è giunto in extremis). Nel tempo si è sviluppato il “mito” del debito pubblico che, stando all'ultimo supplemento del bollettino statistico di finanza pubblica della Banca d'Italia, ha raggiunto un nuovo massimo storico: 2.022,7 miliardi. Per lo più l'obiettivo del governo Monti è stato il riequilibrio dei conti pubblici tramite, soprattutto, una maggiore pressione tributaria (dalla reintroduzione dell'Imu fino all'aumento dell'Iva). Il debito pubblico in rapporto al Pil (120% nel biennio 2011/2012) è stato sì un freno allo sviluppo economico del Paese, ma non per questo da ritenersi l'unico fattore dirimente. 
Le risposte che spetterebbero, dunque, alla politica, dopo la stagione del governo tecnico, vertono tutte sulle difficoltà quotidiane delle persone. Le previsioni della Confcommercio, diffuse non più tardi di una settimana fa, paventano l'ipotesi di un numero pari a 4,2 milioni di poveri. “L’Italia in cinque anni – ha avvertito Confcommercio – ha prodotto circa 615 nuovi poveri al giorno”. Ecco perché si rende necessario, parafrasando il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, assicurare la vitalità della legislatura e del Parlamento. Che detta in altro modo significa rimettere in moto il sistema Paese, possibilmente in fretta. Sarebbe poco più, ma sarebbe già molto, di un traghettamento verso nuove elezioni anticipate. Evitando però di medicare ferite a quel punto troppo profonde.

(anche su T-Mag)