13 marzo 2013

Un’Italia tendenzialmente secolarizzata

In queste ore di Conclave, in attesa della fatidica fumata bianca, c'è fermento attorno al nome del nuovo Papa. E curiosità, che non era circostanza da dare per scontata. Che la Chiesa non passi il miglior momento della sua storia millenaria è risaputo, eppure – mediaticamente, ma non solo – l'elezione del Vicario di Cristo è un evento che sta catalizzando l'attenzione di molti, nonostante le apprensioni per il futuro governo (se mai ce ne sarà uno) appaiano più giustificate. Comprendere, però, come gli italiani vivano la fede è un esercizio non semplicissimo poiché dati scientifici in grado di misurare l'importanza della religione nelle nostre vite ci sono, ma risalgono a qualche anno fa. Sono del 2006, infatti, due studi sul tema condotti dall'Eurispes e dall'Istat. Nel primo caso, l'87,8% degli italiani si dichiarava cattolico, ma solo il 36,8% del campione si definiva “praticante”. Più dettagliato il rapporto dell'Istat La vita quotidiana nel 2006, secondo cui dal 2001 “decresce tendenzialmente la quota di persone di sei anni e più che si recano una o più volte la settimana nei luoghi di culto”. Dal 36,4% del 2001 si era passati al 33,4% del 2006. E nello stesso arco temporale veniva registrato un lieve aumento di coloro che a messa non si recano mai (15,9 per cento nel 2001 e 17,2 per cento nel 2006). Il 40,5 per cento delle donne (e in particolare quelle tra i 65 e i 74 anni) ammetteva di frequentare i luoghi di culto almeno una volta a settimana, mentre tra gli uomini la quota scendeva al 25,7 per cento. 
Per farci un'ulteriore idea al riguardo potremmo sviscerare qualche numero e capire in che modo gli italiani abbiano mutato opinione su determinati argomenti, al netto di precetti religiosi e dottrine seguite alla lettera. Sulle nozze gay, tanto per fare un esempio, è netta la spaccatura tra quanti si dicono a favore e quanti si ritengono contrari. Meno della metà degli italiani è d’accordo (24% molto e 19,9% abbastanza), per niente d'accordo il 41,1% e poco d'accordo il 15% (La popolazione omosessuale nella società italiana, Istat, 2012). In tanti, circa il 70%, sembrano favorevoli all'introduzione di una legge sul testamento biologico (Rapporto Italia 2012, Eurispes) e nel Centro Italia in particolare, i cittadini (71,4%) si dimostrano più favorevoli all'eutanasia (Rapporto Italia 2013, Eurispes). Dell'utilizzo della pillola abortiva RU-486 sono meno convinti gli italiani che vivono nel Mezzogiorno, dove peraltro dovrebbe risiedere il maggior numero di osservanti cattolici. Ancora dall'Annuario statistico dell'Istat emerge come nel 2011 i matrimoni religiosi risultino in calo (da 138 mila a 126 mila) rispetto a quelli di rito civile (aumentati da 79 mila a 83 mila). E stando all'ultima rilevazione dell'Eurispes, gli italiani che non disdegnerebbero la possibilità di ricorrere al divorzio breve sono passati dall'82,2% del 2012 all'attuale 86,3%. 
D'accordo: queste cifre, prese una ad una, spiegano poco. E non è detto, non sempre almeno, che avere un'idea, definitiva o no, su uno specifico tema sia sintomatico di una prassi religiosa ritenuta basilare. Ma incontro ci viene un libro di recente pubblicazione (Geografia dell'Italia cattolica, Il Mulino, 2011) in cui l'autore Roberto Cartocci tenta l'impresa di aggregare diversi dati per trarne alcune conclusioni. E ciò che appare è un'Italia tendenzialmente secolarizzata. I cattolici attivi, sostiene Cartocci, sono il 10% (a cui va aggiunto un 20% di italiani che mantiene “un'assidua pratica religiosa”). Il 50%, invece, ha una pratica ridotta. C'è, infine, un 10% che continua ad avere fiducia nella Chiesa pur non essendo particolarmente cattolico e un ulteriore 10% di non cattolici, per non dire anticlericali. Indifferenti alla sfera religiosa, al limite.

(anche su T-Mag)