25 aprile 2013

25 aprile a confronto

Un anno fa scrissi una lunga riflessione sul 25 aprile, non firmata perché frutto di una visione condivisa dalla redazione di T-Mag. Voleva essere una sorta di rilettura in chiave moderna di una ricorrenza per noi tanto importante. Ho avuto difficoltà quest’anno a scrivere qualcosa di diverso: la situazione che si presenta oggi è in pratica la medesima. 

La ricorrenza del 25 aprile contempla un significato profondo nella coscienza di tutti noi, che esula da qualsiasi polemica di parte, reiterata di anno in anno nell’ambito di una battaglia ideologica e culturale che rende poco onore ad un dibattito evidentemente mai sopito. Ma quale altro motivo, oggi, può celarsi dietro ad una data ormai impressa nella memoria storica del nostro Paese? 
Il 25 aprile 1945 segnò la fine dell’occupazione nazifascista, rappresentò cioè uno spartiacque tra ciò che era stata e ciò che sarebbe divenuta in seguito l’Italia. Ad oggi non vi è alcun invasore da cacciare (per quanto molti vivano non proprio positivamente l’ingerenza europea, ma questa è un’altra faccenda), eppure mai come quest’anno siamo al cospetto di una vigilia fondamentale. Questo 25 aprile 2012 può (ed è auspicabile che debba) dirimere nuovi margini di manovra, tracciare nuovi spazi in una fase di transizione che sinora ha diviso anziché unire. Ci siamo detti – ci hanno detto – che la crisi economica sarebbe potuta essere una grande opportunità, che da qui saremmo potuti ripartire e aspirare ad una vita e ad una società migliori. Ci si ritrova dopo qualche anno a fare i conti con tutt’altra situazione, tra antipolitica galoppante (anche se abbiamo molte riserve sul tema e ne abbiamo scritto in diverse occasioni), senso di sfiducia e divari che potevano essere colmati (o almeno attenuati) e sui cui, invece, si è persa ogni occasione. Nord e Sud appaiono ora più distanti di quanto non fossero anni fa (sono i dati a decretarlo, non certo noi). Insomma, viene da chiederci, al cospetto di questo 25 aprile 2012, se al netto di una crisi sistemica che ha investito l’Europa non sia anche un po’ responsabilità nostra e dei nostri atavici ritardi. 
Come possiamo, dunque, interpretare questa data? La ricetta nessuno sembra averla, né bacchette magiche o sfere di cristallo. L’auspicio, l’unico possibile, è che oggi come allora si riesca a indirizzare un percorso che sia il più possibile condiviso e di cui la politica, nonostante l’esperienza del governo tecnico sia destinata (salvo imprevisti) a durare sino alla fine della legislatura, si renda protagonista di una rinnovata stagione che coinvolga maggiormente i cittadini e i territori, che eviti di farci guardare l’un l’altro con sospetto, ma ognuno parte integrante della spinta propulsiva che rimetterà in moto l’economia, il lavoro e i processi culturali del nostro Paese. Un Paese che forse, ad essere onesti, ha smarrito quella coscienza collettiva e storica che ci ha permesso di diventare “grandi”. 
Le cronache delle ultime settimane non aiutano ad essere tanto ottimisti, è vero. Ma siamo anche al punto di non ritorno. La politica, i partiti dovranno assumere un senso di responsabilità tale da non vanificare i sacrifici di milioni di cittadini. È presumibile che altre chance non ve ne saranno. Il tempo stringe e il futuro non può fare così paura.