10 aprile 2013

Dialogo, inciuci e contraddizioni

Alcune sere fa, a cena con amici, mi sono accorto di essere a rischio contraddizione analizzando lo stallo politico del momento. Perché se da un lato sono un fautore della dottrina Bersani ("Mai con Berlusconi"), dall'altro non riesco, pur sforzandomi, a immaginare una soluzione diversa. 
Credo - ci ho messo un po' a convircemi dell'idea - che Bersani abbia commesso un errore annunciato ad inseguire i grillini e che piuttosto avrebbe dovuto "sfidarli", così da smascherare il bluff offrendo loro la presidenza del Consiglio per formare un governo sostenuto dal Pd. Sarebbe stata una mossa politica che in un sol colpo avrebbe garantito intanto un esecutivo e in seguito l'estromissione di Berlusconi da qualsiasi processo decisionale. Ma ciò, allo stesso tempo, avrebbe comportato un'ammissione di sconfitta alle elezioni, che è sotto gli occhi di tutti tranne di una parte dell'establishment democratico. Ora potete criticare quanto volete, ma è proprio per la mancanza di tali presupposti che Dario Franceschini e Roberto Speranza (più cauto del primo, senza dubbio) nelle rispettive interviste rilasciate al Corriere della Sera non avevano propriamente torto. Ché sarà pure un abominio l'ipotesi di dover dialogare con Berlusconi (lo è pure da vent'anni a questa parte, allora), ma arrivati a questo punto non se ne può fare a meno: i suoi voti, in termini consensuali, sono di pari valore. Le elezioni anticipate sarebbero una soluzione plausibile in condizioni normali. Ma nell'aria si respira una frammentazione non più solo ideologica, semmai aggravata da un senso quasi di disgusto generalizzato per la politica e le istituzioni. Poche settimane fa noi addetti ai lavori osannavamo l'elezione a presidente della Camera di Laura Boldrini quale elemento di novità e di rottura, alcuni giorni dopo la stessa veniva fischiata a Civitanova Marche in quanto rappresentante di uno Stato assente. C'è dunque il rischio che l'eventuale voto a breve termine sia foriero di un nuovo stallo, magari con uno spostamento di equilibri, ma pur sempre uno stallo. E sebbene molti siano pronti a scommettere che il M5S al secondo giro otterrebbe meno di quanto fatto a febbraio, non è sulla base - esclusivamente ipotetica - di elettori "rinsaviti" che ci si può organizzare. 
Per tenere in piedi la baracca non resta che la via del dialogo o inciuco, che dir si voglia. Inevitabilmente. Ed è necessario non per mero calcolo politico, ma per dare una smossa ad un sistema Paese altrimenti bloccato. Evitando possibilmente di chiamarlo governo del cambiamento - in verità auspicabile -, che almeno suonerebbe più veritiero. Si dirà che il mero calcolo politico è lapalissiano, di già, nel momento in cui Bersani e Berlusconi si incontrano e il primo promette al secondo una rosa di nomi spendibili da entrambe le parti per il Quirinale. Si potrebbe rispondere, tuttavia, che torna in auge il peso elettorale in termini consensuali da cui non si può prescindere. Per farlo bisognava vincerle, le elezioni. Punto. 
A proposito di elezioni. Sarebbe ora che Renzi cominciasse a proporre qualcosa di costruttivo, che esuli cioè dallo scontro interno o dalla rottamazione (argomenti buoni ai tempi delle precedenti primarie e stantii in vista delle prossime). Di questo passo persino lui può diventare stucchevole, anche se va ad Amici. Così come stucchevole è l'ennesima lettera di Veltroni a Repubblica intrisa di retorica a vocazione maggioritaria. Eppure, che ci crediate o meno, quella di Veltroni - benché sfiduciato da un contesto storico evidentemente non ancora maturo - resta a tutt'oggi la migliore visione di ciò che dovrebbe essere un partito inclusivo e moderno. A patto che voglia esserlo per davvero.