5 aprile 2013

Il problema con i talent show

Oggi funziona così, più o meno. Le major non vanno a ricercare gli artisti, ma lasciano che sia la tv a scoprirli. Le etichette si limitano a mettere in palio contratti per la durata di un paio di dischi. Poi, se funziona, il gioco prosegue. Altrimenti ognuno per la sua strada. È la regola del talent show, che di per sé non è nulla di amorale. A patto che la logica del business – che pure deve esserci – non ceda il passo alla retorica dell'audience. 
Dal 2009 all'ultima edizione del Festival di Sanremo a vincere sono stati ex concorrenti di Amici o X-Factor. Il primo fu Marco Carta, seguì Valerio Scanu nel 2010, pausa nel 2011: Roberto Vecchioni non è tipo da talent. Nel 2012 è la volta di Emma e quest'anno di Marco Mengoni. Non c'è nulla di male, sul serio. Soprattutto perché si tratta di un sistema consolidato nel mondo. E quindi ben vengano i talent show se svolgono appieno la propria funzione, come in alcuni (non tutti, sia chiaro) dei casi citati. Ma un talent show non può essere la fabbrica del sorriso né un ricettacolo di storie tormentate. Deve piuttosto premiare il merito, l'artista, l'interprete. E invece si trasforma sovente in una baruffa, ad una gara a chi strilla di più, a chi la spara più grossa. Dunque si parteggia per l'uno o per l'altro, si va a simpatie. E poi c'è il televoto – spesso e volentieri – che potremmo altrimenti definire il killer dell'arte (il pubblico non sempre ha ragione, che ci crediate o meno). 
L'ultimo talent in casa Rai, The Voice of Italy (l'ennesimo format internazionale), promette bene nelle intenzioni in quanto lo scopo preannunciato è lanciare cantanti di professione che tuttavia non sono mai riusciti a sfondare letteralmente. L'idea non è affatto malvagia perché accarezza il sogno dei tanti rimasti ai margini per quale motivo non si sa. Ma la sensazione alla prima puntata di sfide, quella andata in onda giovedì sera dopo un mese di selezioni per formare le squadre dei coach Carrà, Cocciante, Noemi, Pelù, è che anche i giudici facciano le proprie valutazioni – spesso e volentieri – secondo simpatie dettate dal momento. Alcuni dei concorrenti più dotati sono stati eliminati al primo tentativo (fatalità, soprattutto quelli più vicini al genere black e r'n'b che in Italia proprio non riusciamo a digerire). Fa parte del gioco, si dirà. Verissimo. Sarebbe comunque opportuno, per il bene della discografia italiana, metterci d'accordo su quanto lo spettacolo debba essere prioritario rispetto ad una gara con tutti i crismi: di norma dovrebbe vincere chi è bravo e meritevole. L'equivoco, per restare a The Voice e ai suoi fratelli maggiori, sta tutto qui, nello show. All'eccessivo buonismo dei coach, ostentato quasi ad ogni performance sul palco (“sei eccezionale”, “ascoltandoti ho provato i brividi”, “avrai un grande futuro”), seguono decisioni quantomeno discutibili. È uno di quei casi, insomma, in cui l'arbitro – per protagonismo o per convenienza – ritiene di contare più del giocatore in campo. A rimetterci, così facendo, è però la musica. Quando gli addetti ai lavori smetteranno di accontentarsi della mediocrità perché il pubblico, che non sempre ha ragione, ricomincerà ad esigere roba di qualità (noi siamo ciò che le radio ci fanno ascoltare, che ci crediate o meno), allora i talent avranno reso un servizio senz'altro migliore. A buon rendere.

(anche su T-Mag)