16 aprile 2013

La comunicazione di crisi di Obama


Il discorso di Barack Obama alla Casa Bianca alle 18.10 ora locale di lunedì (in Italia era da poco passata la mezzanotte) è il più classico esempio di gestione della comunicazione di crisi. Dopo gli attentati alla maratona di Boston – la più antica del mondo dopo quella di Atene - in cui sono morte tre persone (dei quali un bambino di otto anni, oltre 140 i feriti) le notizie si sono susseguite, come spesso accade in questi, rapidamente e frammentate. In un primo momento si era detto dello stato di fermo di un saudita, poi smentito dalla polizia locale (salvo successive conferme non ufficiali da parte di fonti investigative). L'incubo del terrorismo, sebbene giustificato in un Paese ancora ferito dall'11 settembre, non può cedere il passo alla risolutezza né alla razionalità. "Non sappiamo chi è stato e perché, non commettete errori", ha commentato un provato Obama. “Daremo una risposta immediata a questa situazione – ha aggiunto il presidente degli Stati Uniti -, non sappiamo perché, non abbiamo la situazione chiara però troveremo chi è stato e chi lo ha compiuto tutto questo”. Obama nel suo speech non usa la parola terrorismo, anche se più tardi la Casa Bianca – alla stregua dell'Fbi – parlerà di “atto di terrorismo”. Che si sia trattato di un “atto di terrorismo” sarebbe provato, tra le altre cose, dall'ipotesi che le bombe, per quanto rudimentali, siano state fatte esplodere a distanza. Il presidente statunitense ha perciò evitato accuratamente termini che avrebbero potuto suscitare paura eccessivamente ingiustificata prima di eventuali risvolti e conferme.


La maratona di Boston è in onore del Patriots day e per quest'anno si era deciso di dedicare l'ultimo miglio ai sopravvissuti della strage nella scuola di Newtown.

(anche su T-Mag)