24 aprile 2013

Le primarie, allora

Ci sono volute settimane per giungere alla rielezione di Napolitano e al governo Letta (Enrico). Va tutto bene, per carità. Non vedo altra soluzione che questa (che non è come dire “la migliore soluzione”, tocca sempre specificare). Però una spiegazione a quei tre e passa milioni che si recarono a votare alle primarie del centrosinistra – e che scelsero in larga parte Bersani – qualcuno deve pur darla. E glielo si deve, non per le bocciature di Marini prima e di Prodi poi che hanno lacerato il partito, bensì per il nonsense. E ciò dipende dal grosso equivoco che si è venuto a creare con l'instaurazione della seconda repubblica e, successivamente, formalizzato dall'attuale legge elettorale. È al presidente della Repubblica che spetta assegnare l'incarico, non ad altri. Il voto del 24 e 25 febbraio avrebbe dovuto sancire (non so se per la presenza del M5S in Parlamento o cos'altro) la nascita della terza repubblica. Sembra di rivivere la prima, solo senza pentapartito e senza Pci.
Cosa c'entrano le primarie, quindi? C'entrano. Perché, in ossequio alla prassi degli ultimi vent'anni e ad una legge elettorale che detta di indicare chi sarà il leader della coalizione, lo strumento è utile se costruttivo. Se serve a regolare dei conti, assumere ruoli, aprire brecce nel partito, cose così insomma, allora è dannoso. E lo è altrettanto, oltre che superfluo, se veicolate comunque dall'apparato. Altrimenti ci staremmo a raccontare favole (ci caschiamo tutti, a turno) per poi scontrarci, duramente, con la realtà. Che è quella per cui a Palazzo Chigi va Enrico Letta. Non Bersani, né Renzi.