30 aprile 2013

Le riforme e gli stadi

C'è stato un passaggio della replica di Enrico Letta, lunedì alla Camera, che mi ha colpito. Questo: 

Se c'è una cosa che ho imparato è stato quanto siano state sbagliate le riforme fatte a maggioranza semplice, errore profondissimo. Sono state fatte a maggioranza semplice da una parte e dall'altra, nessuna con esito positivo. Non è un caso che oggi siamo qui a imporre a ognuno di noi un obbligo di riforma largamente condivisa per il quale serve l'impegno di tutti, per il quale serve una predisposizione.  

E ancora mi ha convinto oggi al Senato, quando ha parlato degli stadi italiani: 

Gli stadi sono quasi tutti di decenni fa, nel cuore delle città, portano intasamento e smog. Dobbiamo fare dei cambiamenti, pensare che ci possono essere più persone che possano lavorare intorno a questi investimenti, liberando i centri storici. Non si può rimanere sempre fermi per paura delle conseguenze: o ci rendiamo conto che attorno a questi temi serve fare qualcosa o continuiamo a rimanere fermi. 

La diffidenza che c'è attorno al nuovo esecutivo da parte di molti, è anche la mia. Perché ritenere che fosse questa l'unica soluzione (e lo è, dopo il tentativo andato a vuoto di Bersani sappiamo come) non significa ritenerlo un successo annunciato. Anzi. Bisogna però ammettere che Letta ha saputo individuare alcuni spunti interessanti e ha reso il suo un progetto convincente (se riuscirà nell'intento lo vedremo più avanti, Berlusconi permettendo). Non è quindi un caso se accosto le riforme agli stadi, anche se magari c'entrano poco. Perché il nostro atavico problema – è inutile girarci intorno – sta tutto là, nell'inerzia di anni e anni. Che si parli di riforme istituzionali, di lavoro, di scuola o di stadi, l'Italia si è adagiata troppo a lungo sulle idee del passato. E per una volta, finalmente, qualcuno lo dice chiaro e tondo.