14 maggio 2013

Il diritto di cittadinanza in Italia

Lo ius soli – in questi giorni se ne sta discutendo molto – è un'espressione giuridica che contempla (semplifichiamo) il diritto del suolo. Ovvero che chiunque nasca in un dato territorio, ne acquisisce il diritto di cittadinanza al di là delle origini dei genitori. La ministra per l'Integrazione, Cecile Kyenge, ha promesso recentemente un ddl, pronto nelle prossime settimane, per accelerare tale procedura in Italia, non senza qualche strascico di polemica. Il tema non è nuovo nel nostro Paese, complici i suggerimenti di Giorgio Napolitano. “Negarla è un’autentica follia, un’assurdità: i bambini hanno questa aspirazione”, disse in riferimento alla cittadinanza da estendere ai bambini nati da immigrati stranieri. Questi ultimi, in Italia, rappresentano circa l'8,2% della popolazione complessiva e l'incremento demografico rilevato tra il 1991 e il 2011 è dipeso in particolare dai flussi migratori che hanno interessato lo Stivale. 
Il presupposto è che facilitando il diritto di cittadinanza (da noi vige lo ius sanguinis) è possibile instaurare uno schema di sviluppo sociale che conduca alla pienezza individuale oltre che ad una maggiore integrazione. Il punto – tralasciando luoghi comuni ed esercizi retorici pretestuosi dopo il folle gesto di Mada Kabobo a Milano – è che in molti hanno stigmatizzato la proposta di Kyenge, non fosse altro che “un governo di servizio al Paese” (cit. Enrico Letta) sostenuto da una maggioranza tanto ampia quanto arrabattata debba occuparsi di altre questioni perché altre sono le priorità (ad esempio la crisi occupazionale). Beppe Grillo, dal suo blog, ha replicato qualche giorno fa auspicando un referendum sull'argomento: “Lo ius soli, se si è nati in Italia da genitori stranieri e si risiede ininterrottamente fino a 18 anni, è già un fatto acquisito. Chi vuole, al compimento del diciottesimo anno di età, può decidere di diventare cittadino italiano. Questa regola può naturalmente essere cambiata, ma solo attraverso un referendum nel quale si spiegano gli effetti di uno ius soli dalla nascita”. 
Il diritto del suolo è presente negli Stati Uniti e nel Canada, invece in Europa – a parte la Francia, dove c'è il doppio ius soli – vige per lo più lo ius sanguinis, anche se in un alcuni Paesi è semplificato. Nel Regno Unito la cittadinanza spetta a chi nasce nel territorio anche da un solo genitore britannico; in Spagna funziona quasi allo stesso modo (l'alternativa è che almeno uno dei genitori, sebbene straniero, sia nato entro i confini spagnoli); in Germania dal 2000 è sufficiente che uno dei genitori sia in possesso del permesso di soggiorno permanente da almeno tre anni. 
E in Italia? Semplicemente è italiano chi nasce da genitori italiani, o al limite chi nasce in territorio italiano da genitori ignoti o apolidi. Tuttavia un accenno di ius soli è disciplinato dalla legge 91 del 1992 che prevede l'acquisizione della cittadinanza da parte dello straniero che risiede legalmente in Italia da dieci anni e altri casi, tipo l'ottenimento del diritto per i maggiorenni adottati da cittadini italiani e che risiedono nel nostro Paese da cinque anni. Quello che però ha in mente Kyenge – è bene precisare a scanso di equivoci – non è uno ius soli puro (sul modello di quello statunitense, appunto), bensì uno ius soli temperato in linea con i cambiamenti che la comunità europea intende assumere. E l'Irlanda, che dapprima introdusse lo ius soli salvo implementare nel 2004 correttivi “attenuanti” a seguito di una consultazione referendaria, potrebbe far scuola. Senza dimenticare, a tale proposito, le direttive europee sul ricongiungimento familiare.

(anche su T-Mag)