21 maggio 2013

La progettualità che manca all’Italia

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Bernard de Mandeville sosteneva che le società progrediscono quando i vizi privati si traducono in pubbliche virtù. Ma se il vizio privato è un corpo avulso rispetto alle dinamiche sociali, allora sono dolori. Noi italiani dovremmo saperne qualcosa. La Repubblica delle Api (Datanews, 2013) è l'ultimo libro di Gian Maria Fara, sociologo e presidente dell'Eurispes nonché responsabile della Direzione scientifica del Rapporto Italia, giunto nel frattempo alla 25esima edizione. Il volume appare come una raccolta di appunti (365 per la precisione, uno per ogni giorno dell'anno) che raccontano il degrado culturale dell'Italia contemporanea. “Il problema – spiega Fara a T-Mag – è la mancanza di progettualità. Si ha la sensazione di un Paese senza testa, incapace di darsi una direzione”. La vita delle api nell'alveare rappresenta un modello “perfetto” di società (qui sta il riferimento a Mandeville e ad altri pensatori dei secoli scorsi). È una visione utopistica, certo, quasi impossibile da emulare. Ma ciò che potremmo prendere in prestito dalle api è la loro razionalità e organizzazione. Nulla viene lasciato al caso. Negli alveari, appunto. “In Italia – sostiene Fara – soffriamo un deficit di classe dirigente. Non solo di quella politica, che è diventata il capro espiatorio di tutte le magagne che abbiamo, ma più in generale nell'economia, nella formazione, nell'istruzione. Ogni corpo ha bisogno di una testa che funzioni, senza di essa non si va da nessuna parte”. 
“Nell'ultimo periodo, diciamo alla fine degli anni '90, si è esaurito un modello. Nel dopoguerra – argomenta l'autore de La Repubblica delle Api – c'è stato un obiettivo comune, trasformare il Paese da agricolo a industriale. Conclusa quella missione, abbiamo accuratamente evitato di darcene una nuova e di conseguenza ci siamo fermati. Il nostro tessuto industriale è composto principalmente di piccole e medie imprese. Ciò che dovrebbe interessare la classe dirigente è come salvaguardare questo patrimonio. Un tale sistema produttivo non può essere vessato da un'eccessiva burocrazia”. 
L'Italia, dunque, è un Paese a tratti stanco, che ha smesso di innovare e non in grado di trasformare l'energia in potenza nei più svariati settori, dall'arte alla riqualificazione del territorio. “Il nostro Paese – è il laconico commento di Fara – è un museo a cielo aperto, ha un paesaggio meraviglioso che però non viene tutelato. Se a Parigi il Louvre, da solo, conta più visitatori dei musei italiani, vuol dire che qualcosa non va. Non ci siamo mai procurati un'adeguata politica di lotta alla contraffazione dei marchi. Ogni anno perdiamo miliardi di euro, 60 almeno. Il turismo, ancora, sarebbe una delle principali entrate per l'economia italiana. Ma il turismo si accompagna proprio alla tutela del territorio. Abbiamo fatto del nostro meglio in questi anni?”. 
La crisi economica, intanto, ha ulteriormente rallentato qualsiasi processo decisionale. “Molti – conferma il presidente dell'Eurispes – addossano alla crisi la responsabilità dei ritardi fin qui accumulati. La verità è che si potrebbero fare tante cose senza spendere una fortuna o, meglio, evitando di sperperare risorse. Anche in questo senso la responsabilità è tutta della classe dirigente. Siamo entrati in un loop negativo, un mantra secondo cui non ci sono più alternative”. Secondo Fara la ricetta per uscirne, invece, è di quelle che più semplici non si può: “Buona volontà, senso dello Stato, senso della comunità”.

(anche su T-Mag)