4 giugno 2013

Ma va evitato lo sviluppo di “nuova povertà”

Il numero dei poveri nell’arco degli ultimi vent’anni è diminuito, nonostante l'aumento della popolazione mondiale. Non siamo noi a dirlo, ma l’Economist che a sua volta ha basato la propria indagine sui dati dell’Onu. “Nel ’90 – viene spiegato dall’Economist, come ricordato qualche giorno fa dal Corriere della Sera - il 43% della popolazione dei paesi in via di sviluppo viveva in condizioni di estrema povertà. Il numero assoluto era di 1,9 miliardi di persone. Nel 2000 questa percentuale era diminuita di un terzo e a partire dal 2010 (mentre la soglia era salita a 1,25 dollari) la cifra era del 21%. La povertà globale è stata perciò dimezzata nel giro di 20 anni”. Ciò è dipeso soprattutto dal progresso dei cosiddetti Paesi in via di sviluppo che hanno intrapreso rapporti commerciali con l’Europa e che hanno visto crescere il Pil, ad esempio in Cina dell’8%, nel sud-est asiatico del 7 e in Africa del 5%. La crisi economica (che ha colpito in particolar modo l’Occidente) potrebbe non intaccare più di tanto un processo che, secondo i piani dell’Onu, dovrebbe completarsi entro un certo limite temporale (a detta del presidente della Banca Mondiale, Jim Yong Kim, entro il 2030), per quanto sia in prospettiva più difficile ottenere un ulteriore dimezzamento. 
Tuttavia, almeno guardando ai problemi di casa nostra, viene spontaneo credere che ad una nuova ricchezza sia corrisposta una nuova povertà. Su larga scala la povertà – quella estrema, di cui parlava l’Economist – è stata senza dubbio dimezzata. Ma restano i problemi legati alla crisi, come la difficoltà per i giovani di emanciparsi attraverso un’occupazione dignitosa. Lo stesso Economist, tempo fa, era intervenuto sul tema e aveva quantificato a livello mondiale qualcosa come 75 milioni di giovani senza lavoro (basandosi ancora una volta sui dati dell’Ilo, numeri ripresi da Giorgio Napolitano in occasione del messaggio per il 2 giugno). In questi giorni il ministro del Lavoro, Enrico Giovannini, ha proposto un massiccio turnover nelle aziende. Circostanza che però l’Ilo (Organizzazione internazionale del lavoro, agenzia dell’Onu) ha stigmatizzato, avanzando una controproposta: lo Youth Guarantee. Ovvero una costante formazione per i giovani che restano senza lavoro con possibilità di tirocini e garanzia di accumulare esperienze e competenze. 
Il lavoro è il perno di tutto e la sfida dell’immediato futuro riguarderà soprattutto la distribuzione della ricchezza, al fine di evitare lo sviluppo di una nuova – minoritaria rispetto al passato? – povertà.

(anche su T-Mag)