18 luglio 2013

La musica ha bisogno di internet

È un po’ come se l’agnello fosse felice di festeggiare la Pasqua. Agli artisti, specie quelli emergenti, di passare per vittime sacrificali giustamente non va a genio. Negli immensi archivi musicali presenti online (servizi di fruizione on demand tipo Spotify o Deezer) è facile che un giovane cantautore resti relegato in un angolo al cospetto dei colleghi più famosi. In questo caso subentra la cultura musicale dei singoli: si hanno chance laddove gli utenti sono profondi conoscitori dell’underground, altrimenti si è soggetti a rischio. Forse è stato meno arzigogolato di così il ragionamento di Thom Yorke, già Radiohead e ora Atoms for Peace, fatto sta che il j’accuse rivolto a Spotify è stato accolto come un campanello d’allarme. 
Yorke, anche se in seguito ha ammorbidito la propria posizione, su Twitter ha paventato l’ipotesi di ritirare dal servizio svedese nato nel 2008 il catalogo relativo al suo nuovo gruppo. Motivo? Spotify paga poco: 0,5 centesimi ad ascolto. Ai conti pensateci voi, ma le star di vecchia data – già arricchite dal successo del passato (quando, cioè, la musica si poteva solo comprare) – hanno poco da perdere rispetto agli emergenti. Questi ultimi sarebbero perciò tagliati fuori. Più alte sono le spese per la produzione e minori i ricavi, più gli sforzi verranno compromessi. La questione è complessa in quanto il mercato discografico ha assunto una dimensione paradossale. La crisi c’è per tutti, si tende a spendere meno, eppure non mancano i fenomeni acchiappa-soldi à la Justin Bieber. Vale per la musica quello che da tempo si dice per il giornalismo: non è ancora chiaro quale modello di business possa rilanciare il settore. Una spinta arriva però dal mercato digitale che, in controtendenza, piazza risultati comunque importanti. Nonostante la concorrenza dei servizi pirata, nel mondo il 62% degli utenti inizia a prediligere quelli legali. Gli abbonamenti a pagamento sono aumentati nel 2012 del 44% (mentre nella prima metà dell’anno i ricavi sono cresciuti del 59 per cento) e le vendite di download hanno registrato un incremento del 12% (dati Digital Music Report 2013, diffuso alcuni mesi fa dalla Federazione industria musicale italiana). 
Spotify, sempre nel 2012, contava oltre cinque milioni di abbonati a pagamento (erano tre milioni nel 2011) e in Europa è la seconda fonte di ricavi nel settore della musica digitale, mentre nei Paesi scandinavi dove gioca in casa è addirittura la prima. Secondo la società, più del 20 per cento dei suoi utenti attivi sono passati al servizio “premium”, fruibile tramite i dispositivi mobili. Poi c’è Deezer, presente in 182 paesi, i cui abbonati sono all’incirca tre milioni. Per rendere accessibili i cataloghi le aziende pagano a monte le major e le etichette indipendenti (tanto che nel 2008, anno di debutto, Spotify andò sotto di qualche milioncino). Ma gli affari non devono andare tanto male se è vero che nel 2013 – così come annunciato in risposta a Thom Yorke – Spotify distribuirà un miliardo di dollari ai titolari dei diritti. Una soglia che, come informa il Sole 24 Ore, supera i 500 milioni raggiunti dal 2008 alla fine del 2012. Pure stavolta, i conti li lasciamo fare a voi.