9 luglio 2013

Le aziende italiane che se ne vanno

In Italia vige una situazione paradossale. Da un lato l'eccessiva burocrazia, la corruzione e le procedure troppo cavillose sono elementi che frenano gli investimenti stranieri. Molti imprenditori italiani, al contempo, decidono di delocalizzare le attività produttive perché più conveniente. Dall'altro lato, invece, alcuni importanti marchi del Made in Italy vengono assorbiti dai grandi gruppi provenienti da fuori. L'acquisizione di Loro Piana (famosa per la lavorazione del cashmere e delle lane pregiate) da parte della francese Lvmh (Louis Vuitton Moet Hennessy) che fa capo a Bernard Arnault – un'operazione da due miliardi di euro pari all'80% – è soltanto l'ultima di una lunga serie (pochi giorni fa il medesimo gruppo aveva annunciato l'acquisto delle Pasticcerie Cova). Nel settore alimentare, tanto per citarne uno, Coldiretti ha rilevato un giro d'affari da dieci miliardi di euro finiti nelle tasche di stranieri. Parmalat, Buitoni, Perugina e ancora Star, i salumi Fiorucci, il riso Scotti e lo spumante Gancia: tutte aziende con la testa altrove o con partecipazioni estere non irrilevanti. Persino marchi come Bulgari parlano ormai lingue diverse. Quest'ultimo ha ceduto nel 2011 una buona parte delle proprie quote a Lvmh, ma ha incrementato i punti vendita di proprietà nel mondo. 
Altra questione sono gli investimenti ex novo. Nel 2011 sono calati del 53%, non poco al punto che il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha recentemente ricordato come “oggi l'afflusso di investimenti dall'estero in Italia sia cruciale per dare uno stimolo innovativo alla ripresa produttiva e all'occupazione”. Di qui il suggerimento: “Sta alle istituzioni pubbliche promuovere politiche in grado di attirare gli investimenti di cui il Paese ha bisogno e rimuovere le inadeguatezze normative ed amministrative che impediscono di acquisire all'Italia così significative potenziali risorse”. 
La carenza di processi innovativi – un freno, in questo senso – è un problema da non sottovalutare. Strutturale, certo, ma anche culturale. “L’attività di innovazione – rilevava l'Istat in uno dei suoi report – può essere inibita o rallentata da fattori di natura economico-finanziaria; il 70% delle imprese innovatrici giudica, infatti, eccessivi i costi dell’innovazione, il 63,9% ritiene decisiva la mancanza di risorse finanziarie proprie e il 58,8% lamenta l’assenza di finanziamenti esterni. Inoltre, la metà delle imprese individua altri significativi fattori di ostacolo all’innovazione nella volatilità della domanda e nella presenza di imprese dominanti, mentre per un terzo delle imprese gli ostacoli risiedono nella carenza di personale qualificato e nella difficoltà di trovare partner con cui cooperare. Infine, un quarto delle imprese valuta la mancanza di informazioni sui mercati e sulle tecnologie un’importante barriera all’innovazione”. Tuttavia, veniva precisato, “l’importanza attribuita dalle imprese ai diversi fattori di ostacolo non varia in maniera sostanziale in funzione del settore di appartenenza, ma si riduce al crescere della dimensione aziendale”.

(anche su T-Mag)