25 settembre 2013

A sua insaputa (again)

La richiesta del Parlamento al governo di riferire in Aula sul caso Telecom suona quantomeno tardiva. Il tema andava affrontato con diverso appiglio e maggiore convinzione già tempo addietro. Così non è stato e ora restano i dubbi. La questione lavoro (quale il destino dei dipendenti della compagnia?) e il nodo scorporo della rete, fondamentale per assicurare strutture adeguate al Paese, sono argomenti su cui è doveroso riflettere. Ma la prima reazione del premier Letta è stata la più ovvia (e in fondo sensata) che si poteva esprimere («I capitali non hanno passaporto»). Ora, già che c'è, il governo dovrebbe riferire (e ben prima di questo avrebbero dovuto farlo i precedenti esecutivi) sulla perdita di competitività dell'Italia (che può andare a braccetto, in ottica futura, con il nodo scorporo della rete) e sulla trasformazione – ormai evidente – del nostro sistema economico che, industrialmente parlando, si trova in una fase discendente. Le pmi (cioè la principale risorsa del nostro tessuto industriale) sono abbandonate a se stesse e troppi cambiamenti – dalla sburocratizzazione al fisco più equo, dai tempi ragionevoli della giustizia al costo dell'energia più sostenibile – dovranno avvenire prima che il piano Destinazione Italia decolli. 
Siamo il Paese in cui il presidente del principale gruppo di telecomunicazioni afferma di avere saputo dell'accordo parasociale tra gli azionisti della controllante tramite comunicati stampa: c'è altro da aggiungere?