11 settembre 2013

Chi vuol esser infelice sia

L'Italia non è un Paese felice, non in modo particolare. È quanto afferma il Rapporto 2013 sulla Felicità mondiale dell'Onu. Non si fa fatica a crederlo, per quanto possa sembrare impresa ardua misurare la felicità di un Paese. Ma l'Italia ha smesso di innovare, di crescere, di offrire opportunità. E se le persone, i giovani soprattutto, sono spinti ad andarsene è perché non sono felici delle scarse possibilità di realizzarsi. Punto. Inutile girarci intorno. 
Leggo o sento di ragazzi che hanno la fortuna di recarsi all'estero e guardare cosa va negli altri e cosa non va in noi. Spesso è a livello infrastrutturale e culturale che lamentiamo carenze. Noi di più abbiamo il genio (ma non la sregolatezza), la voglia di imparare cose che da noi sarebbero impossibili da apprendere (e che gli altri non hanno la stessa esigenza?). Tante belle parole intrise di retorica minimamente nazionalcampanilista, che non guasta mai quando in mano si hanno evidentemente gli strumenti giusti. Noi siamo quelli della Costituzione più bella del mondo, del campionato più bello del mondo, del cibo migliore e delle eccellenze. Il problema lo realizziamo quando la prima università italiana si colloca al 188esimo posto del ranking mondiale, ma ci tocca dire che va bene così. Il problema lo tocchiamo quando, botta di culo, si portano a casa mille euro al mese (mentre da altre parti lo stipendio è almeno due volte tanto) e ci tocca dire che va bene così. La classe dirigente è quello che è, per carità, ma vedo nell'Italia un Paese che non vuole progredire, che ha troppo spesso paura di compiere piccole imprese. Che ancora crede in vecchi, sacrosanti valori (la famiglia, ad esempio, su tutti) tuttavia irrealizzabili perché la paga non soddisfa i fabbisogni. Che vorrebbe tentare di emergere, ma non riesce perché ogni scusa è buona per lasciar perdere. E alla fine siamo infelici, pur confidando in mere illusioni.