5 settembre 2013

La crisi siriana (e internazionale)

Il recente botta e risposta tra Obama e Ban Ki-moon è sintomatico di una prassi che si è consolidata mano a mano nell’immediato post 11 settembre 2001. Da un lato il presidente statunitense ha invitato la comunità internazionale a non ignorare l’utilizzo di armi chimiche – ufficialmente bandite nel 1997 da una convenzione internazionale a cui la Siria non aderì – da parte delle forze del regime di Assad, in Siria, il 21 agosto, rafforzando l’idea di un pericolo imminente. Dall’altro il segretario generale delle Nazioni Unite ha ricordato come l’uso della forza sia da considerarsi legale solo in caso di autodifesa o comunque dopo l’autorizzazione del Consiglio di sicurezza. 
A quest’ultimo – che, ricordiamo, è composto dai cinque membri permanenti Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito più dieci eletti ogni due anni dall’Assemblea – spetta il mantenimento della pace basato sul sistema di sicurezza collettiva previsto dalla Carta delle Nazioni Unite (in particolare per quanto riguarda soluzione delle controversie e azioni rispetto alle minacce e violazioni della pace, e agli atti di aggressione, capitoli VI e VII). Oltrepassata una certa soglia, superata cioè la fase conciliativa, il Consiglio di Sicurezza secondo quanto stabilito nel capitolo VII può autorizzare l’uso della forza a danno di Stati che evidentemente minacciano la pace, la violano o commettono atti di aggressione. È un passaggio “obbligato”, tanto che nel febbraio del 2003 l’allora segretario di Stato americano, Colin Powell, una volta mostrate le prove – deboli, si ricorderà – relative alla presenza di armi di distruzione di massa in territorio iracheno si rimise alla decisione del Consiglio, in attesa dei nuovi rapporti degli ispettori, prima di intraprendere il conflitto (di fatto già deciso) contro Saddam Hussein. Come si concluse quella vicenda è storia nota. 
Stavolta le cose hanno preso una piega diversa. La minaccia non è direttamente rivolta agli Stati Uniti, motivo per cui Obama, sebbene comandante in capo delle forze armate, attenderà la votazione del Congresso (il cui esito, dicono gli esperti, non è così scontato) dopo avere incassato i sì dei leader repubblicani e della commissione Esteri del Senato. Il Parlamento britannico ha invece respinto la mozione del premier David Cameron intenzionato in un primo momento a sostenere l’eventuale azione dell’amministrazione statunitense, la Francia si muoverà soltanto dopo l’approvazione del Congresso Usa. Durante la conferenza stampa congiunta con Obama di mercoledì a Stoccolma, il primo ministro svedese Frederik Reinfeldt – a conferma delle diverse posizioni al riguardo – ha ribadito la condanna per quanto accaduto a Damasco, ma ha pure ricordato che “questioni come la sicurezza internazionale e la pace devono essere affidate all’Onu”. Del tutto contrario all’intervento il presidente russo Vladimir Putin, il quale ha stigmatizzato il comportamento dell’America per via della mancanza di prove sufficienti sull’utilizzo di armi chimiche. Putin sarebbe disponibile a “punire” Assad nell’eventualità che vi sia certezza del massacro del 21 agosto e dopo l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza. 
La bozza licenziata in commissione Esteri del Senato Usa prevede che l’intervento militare non duri più di 90 giorni e che non avvenga in ogni caso via terra. Per maggiore precisione la missione vera e propria è fissata a 60 giorni più un’estensione di altri 30, a discrezione del presidente e previo via libera del Congresso. L’idea, neanche troppo velata, è quella di evitare un nuovo Iraq. 

(anche su T-Mag)