12 settembre 2013

Lo stato dell’Unione europea

La crisi – affermava Barroso mercoledì – è stata un autentico stress test per l’Europa. La recessione è tecnicamente finita (stando agli ultimi dati Eurostat), ma la disoccupazione nell’Ue a 27/28 (dopo, cioè, l’ingresso della Croazia a luglio) è oltre il 10% da molti mesi e nell’eurozona si attesta al 12,1%. Nel consueto discorso sullo stato dell’Unione all’Europarlamento, il presidente della Commissione europea, Josè Manuel Barroso, ha indicato non a caso la disoccupazione quale spauracchio da abbattere. Nel complesso, però, “i nostri sforzi hanno cominciato a convincere i cittadini e i partner internazionali, gli spread si restringono, la fiducia dei mercati sta tornando, le prospettive dell’economia vanno bene, la fiducia migliora e i Paesi vulnerabili cominciano a vedere i risultati dei loro sforzi”. La fiducia nei confronti della moneta unica, secondo i dati raccolti nell’ultimo Eurobarometro, registra però risultati poco lusinghieri. Solo il 51% degli europei si dice favorevole all’euro contro il 42% degli scettici. La fetta rimanente si dichiara incerto. Chi però l’euro l’adotta già, non ha pareri tanto nefasti. Nei Paesi già appartenenti all’Eurozona, ad esempio, la quota arriva al 62%, mentre la percentuale relativa alla fiducia nella moneta unica, tra i Paesi fuori dall’Euro, raggiunge appena il 29%. 
Eppure, nonostante tutto, resta un’Europa piuttosto amata dai cittadini, i quali si dicono fieri del Vecchio Continente almeno nel 62% dei casi (lo scorso anno la percentuale si era attestata al 61%). L’idea che appartenere alla famiglia europea rappresenti in verità un vantaggio è reso evidente dal recente ingresso della Croazia e dai candidati ufficiali Macedonia, Montenegro, Turchia, Islanda e Serbia che sperano di ottenere presto lo status di Paesi membri. L’euroscetticismo è comunque un sentimento diffuso nel Vecchio Continente: coinvolge tanto le minoranze (che sfociano talvolta nel separatismo) quanto i cittadini delusi dalla mancate risposte di Bruxelles alla crisi economica e agli affari internazionali. In Irlanda ci si sente un po’ meno europei, con la quota di appartenenza scesa di un punto percentuale (dal 69 al 68). Al ribasso anche in Spagna (dal 70 al 68), in Francia (dal 65 al 61) e in Germania (dal 74 al 73). Trend inverso per il Portogallo dove la percentuale è cresciuta dal 60 al 62%. 
Barroso ha poi fatto cenno ad un aspetto molto dibattuto negli ultimi tempi, quello dell’Unione politica. Un’ipotesi che che in tanti vorrebbero vedere realizzata a breve. Ma in che modo? Come sottolineava, sempre mercoledì, Gian Enrico Rusconi su La Stampa, dipenderà anche dall’impronta che all’Ue vorrà dare la Germania chiamata al voto nei prossimi giorni, soprattutto in caso di rielezione di Angela Merkel per ciò che ha significato in questi anni (“A livello internazionale ed europeo ha creato per la Germania un profilo assertivo che sconcerta studiosi e storici che insistono nell’applicare il classico armamentario concettuale di «egemonia». «potere/potenza», «leadership», riparlando magari di «questione tedesca» (vecchia o nuova). Seguita la litania della «Germania europea o Europa germanica»”). Di certo Bruxelles dovrà limare alcune lacune emerse nel contesto delle crisi economica e internazionale (non da ultima quella siriana) ed evitare la nuova Ue sia ancora l’Europa “a due velocità” (periferia e centro) o che venga ricordata per l’eccessivo rigore imposto da Berlino e per i piani di austerità lacrime e sangue. Ad Atene ne sanno qualcosa. 

(anche su T-Mag)