26 ottobre 2013

Il re del jazz che disse no all'America

Fu Quincy Jones in persona a svelare il suo rammarico italiano. Negli anni ’50, Lionel Hampton tentò di convincere Nunzio Rotondo a seguirlo in America offrendogli un contratto. Era una super orchestra, quella che aveva in mente Hampton. Nella sezione trombe comparivano Clifford Brown e Quincy Jones e, in linea teorica, un posto era stato riservato anche a lui. Non se ne fece nulla, però. Rotondo ringraziò, ma preferì restarsene al proprio posto. 
Personaggio curioso, a tratti difficile, Nunzio Rotondo. Schivo senza dubbio, ma non per questo poco cordiale nei confronti dei suoi innumerevoli ammiratori. Amava la musica come pochi altri al mondo, ma non era disposto a scendere a compromessi pur di suonarla, né di sconfessare se stesso. Ma a suggerire il rifiuto della proposta di Hampton fu anche altro: «La verità è che mio padre aveva una gran paura di volare e di prendere l’aereo tanto spesso per raggiungere gli Stati Uniti non voleva saperne». 
Fabrizio, il secondogenito di Nunzio, ricorda il papà con orgoglio. Rotondo non era tipo da lasciarsi condizionare e se c’era da prendere una decisione, seppur difficilissima, lui la prendeva. Come quando, basti questa su tutte, rinunciò di fatto all’amore della sua vita – il jazz – per un amore ancora più grande: quello per i figli. Una situazione familiare un po’ particolare lo portò, a metà degli anni ’70 quando era all’apice della carriera, a dedicarsi quasi esclusivamente a loro anche se fino all’ultimo giorno di vita (Rotondo è morto il 15 settembre 2009) non si è mai privato dello studio della musica o del piacere di creare nuove composizioni. «Da bambino – ammette Fabrizio durante il nostro colloquio – non percepisci la grandezza della persona che ti sta crescendo, te ne accorgi da adulto». Fabrizio può vantarsi di avere stretto la mano ai migliori: da Miles Davis a Ray Charles, da Dizzy Gillespie a Clark Terry. Tutti grandi estimatori di Nunzio, oltre che suoi amici, i quali non perdevano occasione di fermarsi per un saluto durante le tappe italiane o europee. Davis e Rotondo si conobbero durante un festival del jazz. Davis era un tipo notoriamente cupo, molto sulle sue. Inoltre non era mai troppo entusiasta di esibirsi dinanzi ad un pubblico di bianchi e di norma preferiva dargli le spalle. Questo un pochino intimoriva il giovane Nunzio, che si presentò sul palco per primo. Alla conclusione della performance, dietro le quinte, gli sguardi dei due si incrociarono. Miles lo abbracciò e lo chiamò “fratello”. La musica di Rotondo aveva scardinato qualsiasi pregiudizio razziale, persino nell’animo tosto di uno come Miles Davis. Capitò anche che Gillespie chiese in aeroporto a Nunzio di suonare Sweet Lorraine per la moglie appena atterrata (Lorraine, appunto) dato che «nessun altro al mondo avrebbe saputo farlo meglio». Ma il ricordo di bambino che più diverte Fabrizio sono le cene in casa in compagnia di Terry. Ogniqualvolta era loro ospite, il menu era rigorosamente il medesimo: spaghetti al pomodoro, grissini e cappuccino. E Terry ingurgitava mescolando qua e là che era una meraviglia. 
La storia artistica di Rotondo ebbe inizio molto presto. A soli 17 anni rappresentò l’Italia ad un importante festival che si tenne in Francia: in breve tempo divenne così una star. Più tardi, a decisioni di vita ormai prese e complice il programma radiofonico Rai Appuntamento con Nunzio Rotondo, a cui seguì la collaborazione con Radio Vaticana (Rotondo fu il primo a portare il jazz nella Santa Sede), la sua fama ebbe un nuovo balzo. Fabrizio conserva molti cimeli, dalla tromba d’oro fatta costruire appositamente a New York ai pacchi di Radiocorriere Tv con il papà in copertina (ritratti diversi da quelli cui siamo abituati oggi: golfino rosso, baffo d’ordinanza e tromba alla bocca, senza alcun fighettismo superfluo). Era un perfezionista in ogni cosa che faceva, anche nel rapporto con i fans. Ricorda Fabrizio che riceveva tonnellate di lettere che lui leggeva attentamente, e alle più significative rispondeva in radio. Rotondo ebbe inoltre il merito di iniziare Lucio Dalla alla carriera jazz, anche se quest’ultimo prese poi una strada diversa. Ma i due hanno sempre mantenuto una solida amicizia, tanto che alcuni anni fa (i primi del 2000) hanno promosso assieme un mini tour (su YouTube sono presenti dei filmati, per chi fosse interessato). 
A proposito di amicizie eccellenti: su Rotondo e Sandro Pertini si è scritto di tutto e di più. Come strinsero un profondo legame è ancora oggi oggetto di discussione. La letteratura è piena di leggende al riguardo. Molto semplicemente, l’allora presidente della Repubblica fu incantato dalla sua musica ascoltando il programma alla radio. Una volta, ironia della sorte, i due si ritrovarono a fare le vacanze in montagna nello stesso posto. Non nella stessa località, nella Val Gardena, in Trentino, ma proprio nello stesso posto. Un giorno, durante la villeggiatura, i Rotondo vennero avvertiti nella hall dell’albergo che i carabinieri li stavano cercando. Panico. Pochi minuti di sgomento per scoprire che era stato il Presidente a richiedere un incontro. Si stimavano e si stavano simpatici, consolidare il rapporto in definitiva non fu nulla di così strano. 
Ripercorrere l’ascesa di Nunzio Rotondo non vuol dire soltanto soffermarsi sugli aneddoti, sulle illustri conoscenze oltreoceano o sui successi ottenuti. Significa soprattutto analizzare lo stato della musica contemporanea. Racconta Fabrizio: «Mio padre, innamorato della musica quale era, non riusciva a trattenersi. Non digeriva la spasmodica ricerca dei soldi, della fama a tutti i costi per cui tanti brani sembra suonino allo stesso modo. Soldi e successo, era la sua convinzione, devono essere uno step successivo». Non riteneva tutto da buttare, per carità, ma quanto fosse severo il giudizio del padre Fabrizio lo ricorda bene essendo stato un pioniere dell’hip hop in Italia, “sdoganato” nel ’96 con il programma BlackTime – il primo nel suo genere – in onda sulla (ormai) storica emittente MagicTv. «Non si capacitava granché di quello che ascoltavo. Ma pur non piacendogli tre quarti delle cose in voga in quegli anni, non aveva remore ad ammettere che un pezzo era un bel pezzo se lo era per davvero». Viene perciò ora chiamato in causa un ulteriore aspetto della filosofia rotondiana. Più tecnico, se vogliamo. Il problema – ripeteva spesso Nunzio – è alla base, alle radici della nostra cultura smarrita nei meandri del business. Per farla breve: noi siamo ciò che le radio e le majors propinano, mentre chi in Italia vuole imparare musica a certi livelli o ha una vocazione o deve frequentare conservatori e istituti particolari. La scuola non aiuta a scoprire le proprie potenzialità. E potrebbe essere qualcosa di positivo se si è fautori del vecchio (tremontiano) adagio secondo cui “con la cultura non si mangia” (a parte che frutta al Paese il 5,4% della ricchezza prodotta, quasi 75,5 miliardi di euro; dati Fondazione Symbola e Unioncamere). Anni dopo Rotondo e anni dopo le sue melodie, sono state create scuole ad hoc (i licei musicali ad esempio) e il decreto varato di recente dal governo Letta prevede uno stanziamento di sei milioni per il 2014 «per borse di studio destinate agli studenti iscritti alle Istituzioni dell’Alta formazione artistica, musicale e coreutica». Poca roba rispetto al talento presumibilmente sprecato. Nuovi Rotondo, infatti, sono difficili da scovare. Certo, molto dipende dalle logiche di mercato che impongono determinati modelli talvolta più show che talent. Molto, invece, dipende dagli spazi già occupati all’interno della scena mainstream quando al jazz non resta che una dimensione quasi elitaria. Circostanze che mutano e che si evolvono, si dirà. Ma ai suoi tempi una star come Rotondo ebbe persino la possibilità di scegliere. E lui, tra la carriera e i figli, scelse i figli.

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