5 novembre 2013

Ragion di Stato a stelle e a strisce

«Reato» è uno dei tanti modi per definire quanto accaduto in queste settimane, almeno dalle parti di Berlino. In Germania ne sono convinti e vogliono istituire una commissione ad hoc e capire perché gli Stati Uniti hanno spiato il telefono di Angela Merkel dal 2002. Tutto il mondo è paese: ad altri 34 leader mondiali è stato riservato il medesimo trattamento. La domanda che più ricorre è: Obama sapeva? Lui giura di no (ma organi di stampa tedeschi scommettono il contrario: il presidente statunitense ne era al corrente dal 2010); la National Security Agency fa sapere di avere agi- to a sua insaputa. La vicenda è complessa e come si ricorderà ha avuto inizio a ridosso dell’estate dopo le rivelazioni al Washington Post e al Guardian di Edward Snowden, l’ex tecnico informatico della Booz Hallen Hamilton che ha lavorato alla Nsa. I programmi PRISM e Boundless Informant – strumenti di sorveglianza dell’agenzia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti – sono stati così smascherati dalla più classica delle gole profonde. Snowden si è dapprima recato a Hong Kong e, giunto sul posto, ha cominciato a svelare azioni e modalità illecite dell’agenzia in una stanza di albergo, prendendo accorgimenti da film fantascientifico per non essere individuato, lui che conosce a puntino le procedure della Nsa. 
Se ora se ne riparla tanto è perché Le Monde per primo ha scritto di 70,3 milioni di telefonate intercettate ai danni di cittadini francesi tra il 10 dicembre 2012 e l’8 gennaio 2013, per una media giornaliera di tre milioni di conversazioni e un picco di sette milioni raggiunto il 24 dicembre, senza dimenticare le interazioni online o email registrate dai servizi di intelligence americani. In seguito è stata la volta del Der Spiegel secondo cui la Nsa avrebbe intercettato il governo messicano per diverso tempo, e in particolare nell’estate del 2012 quando per due settimane sono state condotte operazioni di spionaggio per un totale di 85.489 sms passati al setaccio tra il presidente Enrique Peña Nieto e i suoi più stretti collaboratori. Infine, la scoperta più eclatante: Angela Merkel “spiata” già prima di diventare cancelliera. Verso la fine di agosto il Washington Post ha pubblicato una serie di infografiche che spiegano a quanto ammonti il budget stanziato dagli Stati Uniti per lo sviluppo di simili programmi. La macchina organizzativa costa complessivamente 52,6 miliardi di dollari. La Cia, la Nsa e il Nro (National Reconnaissance Office, ovvero il dipartimento per la gestione dei satelliti spia) ottengono all’incirca il 70% del budget, ripartito in questo modo: 14,7; 10,8; 10,3 miliardi di dollari. Ulteriori risorse, oltre alle “spese minori”, vengono infine destinate al National Geospatial Intelligence Program e al General Defence Intelligence Program. In Italia le intercettazioni informatiche e telematiche rappresentano appena l’1,6% dei mezzi investigativi utilizzati. Di gran lunga si prediligono quelle telefoniche (90%) che però, secondo la Direzione generale di statistica del ministero della Giustizia, sono calate nel 2011 (quando furono 121.072 i bersagli intercettati) rispetto al 2010 (139 mila). Tali strumenti di indagine hanno un costo non indifferente, sebbene in diminuzione negli ultimi tre anni e di gran lunga inferiore al modus operandi a stelle e a strisce: nel 2011 sono stati spesi 225.987.178 euro (dati Eurispes, Rapporto Italia 2013). I due casi – Stati Uniti e Italia – sono ben distinti, naturalmente. Al netto di tante polemiche che hanno fatto da cornice al dibattito pubblico su rischi reali e controllo eccessivo, la pratica da noi è molto utile, ad esempio, nel contrasto alle mafie. Non che in Europa si badi a spese per la difesa: l’Ue, infatti, impiega più risorse di Russia, Cina e Giappone. Ma Washington affronta la questione con maggiore vigore: postumi dell’11 settembre 2001 e del Patriot Act
Sono cinque, ad oggi, i principali obiettivi su cui investe l’America. In primo luogo l’avviso a leader politici o militari su possibili minacce o disordini sociali. Poi la lotta al terrorismo e la caccia alle armi nucleari e di distruzione di massa. Infine la cybersicurezza e le contromisure per eventuali operazioni di spionaggio straniero. Secondo il sito Cryptome (da molti considerato il “papà” di Wikileaks) in circa un mese (periodo di riferimento 10 dicembre 2012-8 gennaio 2013) la Nsa ha intercettato 46 milioni di telefonate in Italia. In Spagna 60 milioni. Sono state miliardi, addirittura, in Pakistan, Afghanistan, India, Iraq, Arabia Saudita, negli stessi Stati Uniti e ancora in Egitto, Iran e Giordania. Siamo oltre 350 milioni di intercettazioni in Germania (primato in Europa) e ad appena 1,8 milioni in Olanda. 
I soloni della materia sostengono che il rumore mediatico sia ingiustificato o comunque amplificato dall’evidente memoria corta di giornalisti e politici. Antenato di PRISM, per così dire, fu Echelon, un sistema progettato per l’intercettazione di comunicazioni private dell’Unione Sovietica ai tempi della Guerra Fredda. PRISM, insomma, si collocherebbe sulla scia di uno strumento – quello della sorveglianza elettronica – da sempre utilizzato oltreoceano. La differenza tra presente e passato sta nelle diverse tipologie di fruizione, dalle chat alle email passando per le transazioni online tramite carte di credito. Tutto viene tracciato con modalità sofisticate, a scapito di milioni di cittadini apparentemente ignari. Apparentemente, aggiungono gli esperti, perché gli utenti dovrebbero essere a conoscenza della cessione dei propri dati personali a determinati servizi che a loro volta mettono a disposizione di potenziali inserzionisti. Che piaccia o meno, nell’era dei social media, viviamo nel limbo tra rispetto della privacy e intrusioni invasive. Se lo scandalo è accresciuto negli ultimi giorni è perché da una vicenda di diritti violati (altrettanto grave, ma evidentemente non abbastanza gravosa) si è passati ad uno strappo diplomatico. Perché spiare leader stranieri alleati? Brutalmente si potrebbe rispondere perché gli interessi di Paesi amici non sempre coincidono. Un Paese amico potrebbe intrattenere buoni rapporti – immaginiamo commerciali – con un Paese inviso a cui sottrarre informazioni (guarda caso in principio il Datagate si è sviluppato sull’asse Stati Uniti-Russia-Cina). Scriveva Franco Venturini alcuni giorni fa sul Corriere della Sera che così fan tutti: «In Germania somme enormi sono state spese non da ieri per poter intercettare gli altri e soprattutto per potersi difendere da intrusioni esterne. E in Francia un analogo sforzo viene condotto dalla sicurezza esterna della Dgse, della quale oggi molti sottoline- ano l’inadeguata difesa davanti agli attacchi Usa. Occorre prendere atto della realtà: la tecnologia cibernetica e non gli F-35 sono la sicurezza di oggi e soprattutto di domani». C’è da rammentare inoltre il precedente di Russel Tice, ex analista della Nsa, che già nel 2009, anticipando di qualche anno Snowden, ammise che l’agenzia aveva iniziato ad allargare i controlli su comuni cittadini e giornalisti, ovvero soggetti che poco avevano a che fare con il terrorismo internazionale. Nel 2005 uno scandalo analogo colpì l’allora inquilino della Casa Bianca, George W. Bush. Il New York Times scoprì l’impiego di intercettazioni illegali. Bush (sotto la cui amministrazione nacque PRISM, cresciuto poi con Obama) spiegò che il metodo, sebbene poco ortodosso, era utile a stanare presunti terroristi. L’interesse della sicurezza nazionale è un buon espediente per giustificare la possibile violazione del Quarto emendamento che tutela i cittadini da qualsiasi forma di intrusione, «se non in base ad una ragionevole motivazione». 
Perché Snowden abbia avuto più “successo” di altri è l’ennesimo mistero di questa intricata spy story. Il dibattito (secondo recenti sondaggi l’opinione pubblica americana è divisa sulla figura dell’ex tecnico informatico, eroe o traditore) ha provocato i primi risultati. La Casa Bianca ha fatto sapere che intende alleggerire entro l'anno la policy di sicurezza mentre – ironia della sorte – l’Unione europea sospettava Vladimir Putin di spionaggio in salsa russa. Durante il G20 di San Pietroburgo si è temuto che i gadget consegnati ai partecipanti (per lo più chiavette usb e cavi di alimentazione) fossero dotati di microspie per computer e smartphone. Stando alle prime verifiche della Commissione Ue l’allarme è poi rientrato, ma in molti osservano come dinanzi alla mole di rivelazioni top secret sia in atto una guerra di ripicche tra 007. Quale che sia la verità, il caso Snowden è di tutt’altra portata rispetto al Cablegate del 2010, quando Wikileakes diffuse 251.287 documenti confidenziali inviati da 274 ambasciate americane al dipartimento di Stato Usa. Edward Snowden non è un Bradley Manning (l’ex analista informatico in Iraq che passò documenti riservati all’organizzazione guidata da Julian Assange), più simile quest’ultimo – se proprio dobbiamo azzardare paragoni – ad un Daniel Ellsberg all’epoca dei Pentagon Papers. Snowden, al contrario del predecessore, ha sviscerato numeri e metodi, non dispacci o giudizi di merito. Entrambe le vicende, però, hanno in comune l’annoso interrogativo: è la trasparenza o la ragion di stato a necessitare di una maggiore salvaguardia? 
Intanto sembra che le aziende che si occupano tra le altre cose di archivio in remoto (cloud computing) non stiano al momento soffrendo la cattiva pubblicità del Datagate. Anzi. Colossi come Google, Amazon e Microsoft (molti dei quali accusati agli inizi dello scandalo di cedere informazioni alla Nsa) dichiarano di non avere notato una particolare flessione nella fruizione dei servizi. Società che invece offrono agli utenti la protezione dei propri dati stanno incrementando il giro di affari (fonte Reuters). Eppure le prime indagini paventavano una contrazione del business. Nei prossimi tre anni, secondo la stima di agosto dell’Information Technology and Innovation Foundation, il Datagate potrebbe causare una perdita tra i 21,5 e i 35 miliardi. Non pochi per un mercato che nel 2017 dovrebbe raggiungere i 207 miliardi di dollari.

(anche su T-Mag)