20 novembre 2013

Sviluppo, sostenibilità e sicurezza

Il giorno dopo si polemizza. Si cerca un colpevole e il più delle volte un colpevole non c'è. O se c'è, chissà dove è nascosto. Franco Gabrielli, capo della Protezione civile, ha giurato le maniere forti verso chiunque osi insinuare l'assenza di allerta meteo in attesa del passaggio del ciclone “Cleopatra”. Non so come le cose siano andate realmente non vivendo da vicino le questioni che interessano la Sardegna. Però ricordo che prima del presunto impatto di un satellite in caduta libera sulla Terra, parliamo di alcuni giorni fa, era stato consigliato – a memoria: caso unico quello italiano – di restare a casa nelle ore considerate a rischio. E la notizia, fuorviante a dir poco, era stata rilanciata con enfasi dalle maggiori testate nazionali. Se le due cose c'entrano poco l'una con l'altra, questo è tutto da dimostrare: si tende alla spettacolarizzazione degli eventi impossibili, sminuendo quelli più normali. E può capitare, assolutamente sì, che una regione, una città, un'intera area geografica, siano colpite da una catastrofe naturale. Poi si contano i morti, si quantificano i danni, si piange. 
Ieri ho letto con molto interesse il post di Roberto Morassut (Pd), che ho avuto il piacere di incontrare qualche mese fa. Sostiene Morassut che l'emendamento alla legge di Stabilità sugli stadi sia superfluo, anzi che vada ritirato (cerco di sintetizzare, spero bene), in quanto “già oggi l’ordinamento vigente consente di realizzare o ristrutturare gli stadi implementandoli con attività di carattere commerciale o ricettivo per favorirne la redditività”. 

In quella legge si sancirebbe in una forma del tutto impropria e secondo me lesiva della libera scelta di un’amministrazione locale – comunale e regionale – la possibilità di scontare i costi della realizzazione dei nuovi impianti o delle loro ristrutturazioni con la concessione di volumetrie residenziali anche in zone non limitrofe agli impianti stessi. I costi verrebbero “pagati” con nuove previsioni edificatorie generalmente espansive e con consumo di nuovo suolo. Che senso ha una simile operazione se non quella di consegnare definitivamente il mondo del calcio al settore immobiliare e finanziario – ormai padrone del mercato edilizio – e di contraddire i tanti buoni e vaghi intendimenti sullo stop al consumo di nuovo suolo? 

Non la farei troppo lunga, personalmente: non cambiare nulla non può essere una soluzione, nuovi stadi di proprietà all'interno delle città sono impensabili e l'ammodernamento delle strutture sportive è una priorità soprattutto se le leggi, evidentemente lacunose (e non sto prendendo in considerazione il conseguente processo di economia indotta), non vengono applicate. Norme specifiche dovrebbero servire a raccogliere la sfida di individuare il percorso più appropriato (oltre che lo strumento legislativo, qui convengo con Morassut) per garantire da un lato sviluppo e dall'altro sostenibilità e sicurezza. Fondamentale è delineare per bene il raggio di azione (tu imprenditore questo lo puoi fare e questo no a contenimento del consumo del suolo), evitando una sovrapposizione di regole altrimenti contrastanti. 
In Italia sono 6.153.860 i cittadini esposti alle alluvioni. Si possono – si devono – costruire nuove infrastrutture, abitazioni e tutto ciò che sia di aiuto alla crescita. A patto, mi sembra ovvio, che non si commettano più gli errori del passato. Ovvero – peculiarità nostrana – non facendo più cose così, tanto per. A cazzo di cane, insomma.