6 dicembre 2013

La storia di un uomo. E del suo sorriso

Tra le istantanee più significative della vita di Nelson Mandela, non si può non rammentare quella che lo ritrae sorridente ,con il pugno alzato al cielo, all’uscita dal carcere di Victor Verster. In prigione Madiba c’era stato 27 anni. Talvolta in condizioni del tutto sfavorevoli, ma senza cedere un millimetro nella battaglia di uguaglianza per il Sudafrica. Se oggi il Sudafrica è un Paese dall’alto potenziale economico e culturale – pur con tutte le contraddizioni che caratterizzano la vita sociale di un posto martoriato da anni di lotte intestine – molto lo deve al processo di democratizzazione intrapreso da Nelson Mandela. Il regime dell’apartheid, la segregazione razziale istituita dalla minoranza di etnia bianca in vigore dal dopoguerra, è stato un ostacolo al progresso. Solo nel 1993, con la fine del regime, il Sudafrica ha cominciato a credere nel proprio futuro. Un uomo, il suo sorriso, il pugno alzato al cielo. 
Fino a quel momento gli esponenti dell’African National Congress erano rimasti ai margini, ma il movimento non si è mai arrestato neppure durante gli anni di detenzione. Un movimento culturale che aveva annoverato campioni di democrazia in altre figure e organizzazioni quali Steven Biko e il Black Consciousness Movement che però, a differenza dell’Anc, manifestarono presto posizioni più radicali nonostante l’adozione di una strategia non-violenta. Biko morì nel 1977, in carcere, a pochi mesi dal suo arresto. Mandela era recluso già da 14 anni, ma restava il leader carismatico dell’Anc. I metodi del partito sudafricano alternarono proteste non-violente (sul modello indiano del Mahatma Gandhi, successivamente emulato anche negli Stati Uniti da Martin Luther King e dal Movimento per i diritti civili) ad azioni armate. Ma la vittoria di Mandela non fu esclusivamente l’abolizione dell’apartheid bensì, da presidente, il dialogo e la collaborazione tra etnie: un pilastro da assicurare alle successive generazioni del Sudafrica. 
Madiba uscì dal carcere l’11 febbraio del 1990, ma prima aveva rifiutato diverse offerte di libertà. La contropartita sarebbe dovuta essere la rinuncia alla lotta armata. La fase transitoria fu gestita da Frederik de Klerk, ultimo presidente del National Party e futuro vice di Mandela. 
Quando il 23 giugno il presidente Jacob Zuma ha confermato le condizioni critiche di Madiba, ricoverato da 15 giorni a Pretoria per un’infezione polmonare, è apparso subito chiaro quale sarebbe stato l’esito da lì a pochi mesi. Mandela, ormai 95enne, era stato dato per spacciato in altre occasioni, ma in quelle ore la figlia Makawize, parlando alla Cnn, aveva ritratto una figura diversa. Più intima, se vogliamo, nel dolore familiare. “È un padre e un nonno. Non siamo riusciti ad averlo con noi per la maggior parte dei nostri anni. Questo è un momento sacro per noi e mi aspetterei che il mondo ci lasciasse in pace. Dateci lo spazio per essere con nostro padre: sia che questi siano i suoi ultimi momenti con noi o che ci sia ancora tempo”. Ma l’immagine pubblica di Mandela, quella per cui viene celebrato, è una storia di libertà per il Sudafrica e per il mondo. È la storia di un uomo, del suo sorriso, del pugno alzato al cielo. 

(anche su T-Mag)