18 dicembre 2013

Le ragioni dei cittadini (forconi a parte)

L’equivoco si crea quando si paventano infiltrazioni, per di più estremiste. Ma il Movimento dei Forconi si è tramutato nei giorni in un movimento dei cittadini tutti, stanchi di una condizione economica e sociale per nulla appagante. Questo è ciò che spiegano le piazze in queste ore. I timori per eventuali tensioni a Roma, durante la manifestazione a Piazza del Popolo del 18 dicembre, sono giustificati, sia chiaro. Ma quelle voci non possono restare inascoltate, come osserva tra gli altri il presidente del Senato, Pietro Grasso. Le proteste, afferma Grasso, “sono il segnale di un malessere economico, sociale, di vita che ben conosciamo e che non può essere ignorato”. 
Tra i segnali, senza dubbio, quel (quasi) 30% dii italiani a rischio povertà o esclusione sociale, così come certificato dall’Istat. La metà delle famiglie residenti in Italia ha percepito un reddito netto non superiore a 24.634 euro l’anno (circa 2.053 al mese), mentre nel Sud e nelle Isole il 50% delle famiglie percepisce meno di 20.129 euro (circa 1.677 euro mensili). Pochino. 
Sono elementi, se vogliamo, sintomatici di un disagio crescente e indicatori a loro volta di lacune strutturali quali il lavoro: negli ultimi tre anni il tasso di disoccupazione è aumentato in maniera lenta, ma graduale. L’Istat, tanto per rendere l’idea, ha registrato una diffusione della “severa deprivazione” (una variabile del rischio povertà secondo la strategia Europa 2020) superiore alla media Ue (9,9%). Inoltre, sono aumentate le persone che non si possono permettere una settimana di ferie (dal 46,7% al 50,8%), di riscaldare la casa (dal 18% al 21,2%), di sostenere spese impreviste pari a circa 800 euro (dal 38,6% al 42,5%) o addirittura un pasto proteico adeguato ogni due giorni (dal 12,4% al 16,8%). 
A tutto ciò si aggiunga il messaggio a tratti distorto che proviene dai cosiddetti “palazzi del potere”: l’inerzia dinanzi ad alcune emergenze (che fa a cazzotti con la solerzia con cui vengono affrontate alcune questioni – pensiamo all’assetto dei conti pubblici –, indispensabili quanto volete, ma talvolta a caro prezzo), l’incapacità emersa durante la scorsa legislatura di formulare un’adeguata revisione della legge elettorale poi bocciata dalla Corte costituzionale, sono ulteriori passi decisivi verso lo scollamento del Paese reale con la classe dirigente. L’antipolitica è questa soprattutto, e anima il disagio sociale. In fondo non ha torto Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria, quando sostiene che “la situazione dell’economia reale è in molti casi drammatica. Questi movimenti cominciano ad essere un’esternazione visibile di una situazione che resta molto, molto difficile”. Troppo facile, semmai, derubricarli ad altro, per meri scopi propagandistici. 

(anche su T-Mag)