5 dicembre 2013

L’Europa c’entra eccome

È difficile immaginare quali saranno le prime mosse del futuro segretario Pd. L’unico ad avere indicato una via certa, elezioni quanto prima per farla breve, è stato Giuseppe Civati. Allo stato attuale, dunque, è lecito pensare che il prossimo appuntamento elettorale di rilevanza nazionale sarà quello previsto a maggio 2014 quando saremo chiamati a rinnovare il Parlamento europeo. 
Ora, se c’è una cosa che da sempre condiziona le elezioni europee, quella è la poca importanza riservata a questo tipo di consultazioni. Il Pe è un’istituzione comunitaria sancita dal Trattato di Roma, una sede rappresentante la progressiva europeizzazione della politica nazionale. Al contrario, tale appuntamento, viene spesso presentato quale test di partito per sondarne la tenuta o la solidità. Non a caso i retroscenisti politici sono già alle prese con le misure da permanent campaign di Berlusconi il quale, sebbene ineleggibile per i motivi che ormai sappiamo a memoria, è pronto a rilanciare la sua Forza Italia in vista del voto europeo. Però stavolta l’Europa c’entra eccome. In senso dispregiativo soprattutto, ma c’entra. 
C’entra per Grillo secondo il quale l’Europa è da ritenersi, al limite, un’espressione geografica. C’entra per lo stesso Berlusconi, sedotto dall’Europa nei periodi di vacche grasse in compagnia degli “amici” Blair e Aznar e scaricato nei tempi bui dai finti compari Sarkozy e Merkel. C’entra per Renzi (il favorito nella competizione democratica) che, da sindaco di un’importante città come Firenze alle prese con vincoli particolarmente restrittivi, sostiene che sia giunto il momento di trattare con l’Europa, di superare i parametri di Maastricht e di allentare il patto di stabilità. 
Poi c’è la crisi economica che ha aggravato la percezione di per sé negativa in larga parte della regia di Bruxelles, dunque dell’ingerenza tedesca. E infine ci sono gli interessi di parte, ad esempio quelli di Olli Rehn, commissario agli Affari economici e candidato (per autoproclamazione) a presidente della Commissione dopo Barroso. Proprio Rehn si è detto scettico sulla condizione economica dell’Italia nella recente intervista a La Repubblica. Può esserlo, ci mancherebbe, ma non spetta a lui affermarlo in questi termini. “Al commissario dico che i nostri conti sono in ordine e solo l’Italia e la Germania hanno da tre anni il Pil sotto il 3%”, ha risposto stizzito Letta. 
Qualche altro dato, allora. Grecia e Spagna presentano un deficit/Pil rispettivamente al 10 e al 10,6%. Il disavanzo pubblico francese è oltre la soglia consentita, ma il debito pubblico – più basso rispetto a quello italiano – è uno dei motivi per cui a Parigi è stata concessa una proroga di due anni per rientrare del deficit evitando così la procedura d’infrazione. E come la Francia anche ai Paesi Bassi è stato prolungato il termine. L’Italia, però, è costantemente una sorvegliata speciale. 
Dell’eterna lotta tra austerity e politiche espansive sarebbe opportuno parlarne in maniera costruttiva. Da subito, senza aspettare l’anno nuovo per meri fini propagandistici. I cittadini sono già abbastanza provati.

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