14 gennaio 2014

Le proposte (degli altri) sul lavoro

Con ogni probabilità – vuoi per l’attenzione mediatica che riesce a raccogliere, vuoi per i nuovi equilibri (che pare si andranno a delineare molto presto nel governo) all’interno della maggioranza – il dibattito del lavoro ruoterà principalmente attorno al jobs act presentato del Pd la scorsa settimana. Al momento è un bozza e poco più, tanto che le prime linee guida sono state illustrate sul sito di Matteo Renzi, ma a stretto giro di posta dovremmo conoscere al dettaglio le misure che il Partito democratico intende adottare per creare nuovi posti di lavoro. Nel frattempo non è che gli altri restino a guardare. In questi giorni, infatti, sono state presentate due proposte di interventi sul lavoro. La prima è di Maurizio Sacconi (Nuovo centrodestra, già ex ministro del Lavoro), la seconda della Lega Nord. 
Buon senso vorrebbe che, su un argomento così delicato, ci sia un confronto condiviso. La realtà è però diversa: “Noi chiediamo al Partito democratico di non proporci idee del Novecento” (Angelino Alfano); “Nel piano proposto da Ncd non vedo alcuno sforzo creativo” (Marianna Madia). Ci proviamo allora noi. 
Presupposto del jobs act è l’introduzione di un contratto di inserimento a tempo indeterminato a tutele crescenti. Il piano del Ncd, invece, mira a “semplificare la regolazione dei rapporti di lavoro ripristinando le modalità di assunzione introdotte dalla legge Biagi e cancellando le relative correzioni della legge Fornero; eliminando la rigida disciplina delle mansioni; superando il divieto delle tecnologie di controllo”. Resterebbe così in piedi l’apprendistato, strumento che ha incontrato non pochi ostacoli per via di procedure spesso cavillose. Rifatto il look all’apprendistato, il suo utilizzo avrebbe le funzioni di un contratto di ingresso a tutela progressiva, “semplificando i progetti formativi e assegnando la certificazione delle competenze acquisite anche ai consulenti del lavoro e alle associazioni di categoria, senza vincoli di omogeneità con il repertorio nazionale delle professioni e con gli standard dei contratti collettivi (con contestuale abrogazione delle relative disposizioni della legge Fornero)”. Incentivare le imprese ad assumere, poi, significa “ridurre il cuneo fiscale sul lavoro attraverso le economie della spending review, a partire dal ripristino delle più favorevoli soglie di detassazione del salario di produttività (6 mila euro di salario e 40 mila di reddito ) e di criteri semplificati”. Sul fronte degli ammortizzatori sociali e del ricollocamento del lavoratore disoccupato è opportuno, secondo il Ncd, “garantire, attraverso un accordo Stato-Regioni per l’impiego dei fondi europei, il coordinamento dei servizi al lavoro attraverso la fusione di Isfol e Italia Lavoro, un voucher-opportunity ai senza lavoro affinché lo spendano liberamente presso servizi di orientamento, formazione e collocamento, pubblici e privati, sulla base dell’effettivo risultato occupazionale”. E ancora: “Trasformare tutti i sussidi (incluse le forme di cassa integrazione dopo 18 mesi) in dote per il datore di lavoro che assume il sussidiato, automaticamente tenuto ad accettare la prima offerta ‘congrua’ pena la perdita del sussidio, o per lo stesso lavoratore se dà luogo ad una attività autonoma”. 
E veniamo adesso alla proposta della Lega, senza dubbio la meno articolata. Il punto di partenza, secondo il Carroccio, è ridiscutere i vincoli europei (il che la dice lunga sull’anticipazione della campagna elettorale). A illustrare le parti salienti del piano è stato lo stesso segretario Matteo Salvini: “Il primo tema è l’equiparazione dei contratti tra pubblico e privato. Occorre portare gli stessi diritti e gli stessi doveri, legando una parte dello stipendio alla produttività. Equiparare diritti e doveri di privato e pubblico renderebbe davvero giustizia, come legare lo stipendio al merito. Con il 42 per cento di disoccupazione giovanile servono misure forti per affrontare questo tema. Serve un contratto a tempo indeterminato, ma flessibile sulla base delle esigenze dell’azienda; più soldi all’impresa e più soldi in busta paga”. Tradotto in altri termini, come si legge sul sito del Carroccio, “introdurre un nuovo tipo di contratto a tempo indeterminato basato sulla ‘flex security’, prevedendo decontribuzioni e riduzione del 50% dell’Irpef a carico del datore di lavoro, soprattutto per ‘aiutare’ l’inserimento di under 30 e over 50”. Anche qui, tuttavia, sorge un dubbio. Il modello scandinavo della flexicurity non è semplice da replicare in Italia, anche a causa dei costi. Come (e dove) reperire le risorse è un aspetto da chiarire.

(anche su T-Mag)