24 febbraio 2014

I giovani che abbandonano gli studi

Quando si parla di giovani alle prese con il disagio sociale e con la crisi occupazionale, o di neet – ragazzi che non studiano né lavorano –, sarebbe opportuno interrogarsi sulla capacità del nostro Paese di fare sistema, di garantire inclusione ad ogni livello. Sia nel senso di infrastrutture, sia nel senso propriamente valoriale. È un quesito d’obbligo a cui la politica deve dare risposte, soprattutto perché in Italia si investe poco in cultura, istruzione e ricerca. Non può, dunque, stupire la percentuale di quanti lasciano gli studi prima di avere esaurito il percorso. 
L’Italia si colloca al quarto posto per abbandono degli studi, dietro a Spagna, Malta e Portogallo. Nel 2012 la quota di giovani che ha fatto rinunce in questo senso è pari al 17,6%, il 20,5 tra gli uomini e il 14,5 tra le donne. Nello stesso anno il valore medio dell’indicatore nell’Ue all’epoca ancora a 27 si attesta al 12,8%. 
Tra i paesi che presentano incidenze inferiori al 10%, i più virtuosi – i dati sono stati raccolti dall’Istat nel rapporto Noi Italia – sono Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Slovenia (con quote che gravitano attorno al 5%). Tra i “grandi di Europa”, Germania e Francia non se la passano troppo male con valori pari rispettivamente al 10,6 e all’11,6%, mentre la posizione peggiore è occupata dalla Spagna, con un tasso di abbandoni scolastici precoci del 24,9%. Portogallo, Malta e Spagna, appunto, oltrepassano la soglia psicologica del 20%. Il divario dell’Italia con il dato medio europeo è ancora più evidente per la componente maschile (20,5% contro 14,5%), meno per quella femminile (14,5% e 11%). In linea del tutto teorica una prassi così negativa dovrebbe risultare scongiurata dall’impegno dei singoli Paesi Ue nel raggiungimento degli obiettivi della Strategia Europa 2020, che prevede elevati margini di miglioramento nel campo dell’istruzione e della formazione e, come spiega l’Istat, “la riduzione al di sotto del 10 per cento della quota di abbandoni scolastici precoci (early school leavers)”. 
“L’obiettivo – ricorsa sempre l’Istat – è una riformulazione di quello definito come prioritario dalla precedente Strategia di Lisbona ma non raggiunto, alla data stabilita del 2010, dalla maggioranza dei paesi europei tra cui rientra anche l’Italia. In generale, la scelta di non proseguire gli studi, spesso indice di un disagio sociale che si concentra nelle aree meno sviluppate, non è assente neanche nelle regioni più prospere, dove una sostenuta domanda di lavoro può esercitare un’indubbia attrazione sui giovani, distogliendoli dal compimento del loro percorso formativo in favore di un inserimento occupazionale relativamente facile”. 
Nel caso italiano, la ripartizione geografica del fenomeno vede in testa Sardegna e Sicilia, dove circa un giovane su quattro non porta a termine un percorso scolastico/formativo dopo la licenza media. Cifre non indifferenti si osservano poi in Campania (21,8%) e in Puglia (19,7%). Ma anche in alcune aree del Centro-Nord (principalmente in Valle d’Aosta e nella provincia autonoma di Bolzano). “Nel periodo 2004-2012 – spiega l’Istat a tale proposito – la contrazione del fenomeno appare piuttosto sostenuta soprattutto nelle regioni meridionali, nelle quali l’incidenza dei giovani che lasciano prematuramente gli studi è diminuita di 6,5 punti, a fronte di un decremento di 4,1 punti nelle regioni del Centro-Nord. I progressi maggiori in termini di riduzione degli abbandoni scolastici prematuri sono stati quelli della provincia autonoma di Bolzano e della Puglia”.

(anche su T-Mag)