11 febbraio 2014

Perché sono importanti le elezioni europee

Martin Schulz è il candidato a presidente della Commissione europea del Pse e Alexis Tsipras, leader del partito greco Syriza, è il candidato di Sinistra Unita. Dall’altra parte c’è il belga Guy Verhofstadt, candidato per Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa (Alde). E poi Marine Le Pen per l’Alleanza Europea per la Libertà. José Bové e Ska Keller sono invece i due capilista dai Verdi Europei. Per la prima volta le elezioni europee saranno più “personalizzate”. Ma soprattutto, quelle di maggio, saranno le prime consultazioni che si svolgeranno nell’ambito del Trattato di Lisbona: da un lato il voto degli elettori avrà un maggiore peso, dall’altro il rinnovato Parlamento europeo avrà un ruolo di colegislatore, e gli verranno affidate ulteriori competenze come eleggere il presidente della Commissione tenendo conto dell’esito delle urne (articolo 17, paragrafo 7 del Trattato). 
Le elezioni europee – specialmente in Italia – si sono spesso rivelate un “termometro” della politica nazionale, quasi fosse un test. Uno strumento utile per pesare le capacità attrattive dei partiti in vista di altri impegni, un po’ come la Confederations Cup l’anno prima del Mondiale. La crisi economica ha però restituito centralità politica e mediatica all’Ue per cui votare per un partito o per un altro significa anche (o almeno dovrebbe significare anche) indicare un modello di Europa a cui si vuole fare riferimento. Gli ultimi anni sono stati determinati da misure rigoriste, imposte da Bruxelles con la regia di Berlino e Parigi (si ricorderà il Merkozy) che hanno condizionato la vita dei Paesi membri e accentuato, a detta di molti, le differenze tra centro e periferia, tra economie in salute ed economie in difficoltà. La crisi del debito sovrano (e l’annoso dilemma: euro sì, euro no), gli aiuti a Grecia, Spagna, Irlanda, Portogallo e Cipro, l’eccessivo spread tra i Btp decennali e i Bund di pari scadenza – con tutte le conseguenze che ha avuto nel nostro Paese, dal governo Monti in poi –, l’austerity e le direttive in materia di immigrazione, sono esempi che dimostrano come le decisioni prese in sede comunitaria si ripercuotano sui provvedimenti adottati dai singoli governi. Più che in passato, quindi, le prossime elezioni offriranno una valenza politica all’Ue oltre che determinare un effetto dell’appartenenza. Il Parlamento di Strasburgo, infatti, insieme alla Commissione e al Consiglio, rappresenta la progressiva europeizzazione della politica nazionale. 
Sono tante le questioni sul piatto, molte delle quali le forze politiche vorrebbero rinegoziare. A cominciare dai parametri debito/Pil (che non deve superare la soglia del 60%) e deficit/Pil (che non può andare oltre il 3%), sanciti dal patto di bilancio europeo (Fiscal compact). Ecco perché, fin da ora, servirebbe più Europa nel dibattito pubblico, al di là dei proclami e delle beghe di partito. 

(anche su T-Mag)