14 febbraio 2014

Riforme e lavoro, le mosse di Renzi

Con le dimissioni di Enrico Letta, si apre la nuova fase targata Matteo Renzi. La direzione del Pd, giovedì, ha infatti “sfiduciato” il premier che solo il giorno prima aveva presentato il piano Impegno Italia con cui rilanciare l'azione di governo. Gli scenari, almeno i più immediati, che caratterizzeranno la vita politica e sociale del Paese sono da considerarsi certi, anche perché non più tardi di alcuni giorni fa Napolitano rispondeva con un lapidario “sciocchezze” a chi gli chiedeva conto della possibilità di andare al voto anticipato. Cosa dovremo aspettarci, dunque, nei prossimi mesi? Partiamo dallo schema proposto dallo stesso Renzi in direzione: un patto di legislatura, ovvero una sorta di assemblea costituente che possa portare a compimento entro il 2018 (termine naturale della legislatura) le riforme. Quali? Anche in questo caso ci viene incontro il segretario del Pd, che dal trionfo alle primarie ad oggi non ha mai nascosto le sue priorità. Riassumendo: legge elettorale, riforma del Senato, revisione del Titolo V. E poi il jobs act. Dell'Unione europea, invece, parleremo più avanti. 


Legge elettorale. Al momento il modello di cui si discute è quello dell'Italicum, frutto dell'accordo con il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, nel controverso incontro del 18 gennaio al Nazareno. L'impianto della proposta, nella sua ultima presentazione, prevede collegi plurinominali medio-piccoli; listini bloccati; premio di maggioranza del 15% a chi raggiunge il 37% (in caso contrario le prime due formazioni vanno al ballottaggio); soglie di sbarramento al 12% per le coalizioni, all'8% per i partiti che corrono da soli e al 4,5% per i partiti coalizzati; le forze politiche che ottengono l'8% in almeno tre regioni accedono in Parlamento anche in caso di mancato raggiungimento della soglia di sbarramento. L'esame in Aula alla Camera è slittato al 18 febbraio così come stabilito in settimana dalla conferenza dei capigruppo di Montecitorio. Sulla legge elettorale Renzi è stato chiaro: o l'Italicum passa o il Paese salta. 



Senato. Con le riforme istituzionali il Partito democratico ha stimato un risparmio per le casse dello Stato pari a un miliardo di euro. Il Senato, a detta di Renzi, deve diventare una camera delle autonomie. La sua ipotetica composizione, il sindaco di Firenze l'ha spiegata a inizio febbraio durante un incontro a Firenze sulle Città Metropolitane organizzato dalla Confindustria. In estrema sintesi, il Senato si trasformerebbe in un’assemblea di 150 persone composta da sindaci e presidenti di Regione e da esponenti della società civile scelti direttamente dal capo dello Stato. Dovrà affiancare la Camera dei deputati senza però sovrapporsi alle funzioni legislative. Quanti svolgeranno tale mandato non percepiranno alcuna indennità. L'idea era quella di avviare l'iter della riforma dopo il 15 febbraio, ma il repentino cambio di programma allungherà per forza di cose i tempi. 



Titolo V. È uno dei temi più dibattuti negli ultimi anni. Il Titolo V della Costituzione riguarda le autonomie locali, quindi comuni, province e regioni. Con la riforma del 2001 – oggi molto contestata – le regioni in particolare hanno assunto maggiori competenze (come ad esempio sulla sanità). Ma a questa possibilità non è mai corrisposta una reale autonomia fiscale (l'unica, significativa, imposta regionale è l'Irap, escludendo la compartecipazione all'Iva e l'addizionale Irpef, raccolte però dallo Stato). Le regioni si sono così ritrovate nel tempo a spendere più di quanto disponessero realmente, creando dei buchi enormi nei bilanci. Si tratta, insomma, di una correzione opportuna. Durante la direzione del Pd del 21 gennaio Renzi osservò: “Sul Titolo V abbiamo sbagliato”. Vale la pena ricordare che le leggi di revisione costituzionale necessitano di una maggioranza qualificata nella seconda votazione in entrambe le Camere per evitare, altrimenti, la più che probabile via referendaria. Circostanza che complica molto le cose, salvo che l'opposizione si riveli in taluni casi inaspettatamente collaborativa. 


Jobs act. Date le contingenze politiche, nel dibattito pubblico la riforma del mercato del lavoro è stata momentaneamente accantonata. Ma di sicuro l'argomento, dati sulla disoccupazione alla mano, sarà uno dei cavalli di battaglia del prossimo esecutivo (alla stregua di quanto sarebbe potuto accadere nella fase due del governo Letta). Il jobs act, illustrato nelle sue linee guida a inizio anno, prevede la sostituzione di alcune fattispecie – ad esempio contratti a progetto e apprendistato – con un contratto di inserimento a tempo indeterminato a tutele crescenti e un assegno universale per chi perde il posto di lavoro, anche per coloro che oggi non ne avrebbero diritto, con l’obbligo di seguire un corso di formazione professionale e di non rifiutare più di una nuova proposta di lavoro.

(anche su T-Mag)