12 maggio 2014

Il Giappone e i problemi dell’Abenomics

Quella che un tempo era la seconda potenza economica mondiale, almeno fino al sorpasso cinese avvenuto nel 2011, è ora alle prese con qualche campanello d’allarme. Se negli anni ’80 incalzava gli Stati Uniti per il primato, oggi il Giappone deve fare i conti con il rilancio della propria economia reso necessario dagli eventi degli ultimi anni e, ancora, dagli effetti della crisi finanziaria asiatica cominciata allo scadere degli anni ’90. Il premier nipponico Shinzo Abe ha così messo in campo una ricetta, presto ribattezzata Abenomics, fatta di espansione della spesa pubblica e di pesanti interventi a carico del governo centrale: investimenti mirati, volti a potenziare settori considerati strategici (in tecnologie avanzate, ricerca e sviluppo, energia e ambiente, sicurezza anti-sismica, ricostruzione infrastrutturale e abitativa post-tsunami). Il Giappone, nell’anno fiscale, ha registrato il minimo storico del surplus delle partite correnti. Ciò vuol dire che in bilancio ha più beni e servizi importati che esportati, come testimoniano i numeri. Con il deficit commerciale record di 10.860 miliardi di yen (in pratica circa 78 miliardi di euro) – secondo i dati del ministero delle Finanze –, l’attivo delle partite correnti scende a 789,9 miliardi di yen (-81,3%, a quasi 6 miliardi di euro). Nello specifico le importazioni hanno avuto un incremento del 23,2% mentre le esportazioni sono cresciute appena del 6,2%. Fa notare a tale proposito Il Sole 24 Ore che un aspetto dell’Abenomics molto dibattuto è quello relativo all’indebolimento del cambio dello yen, “che non ha provocato l’atteso rilancio delle esportazioni e ha aggravato il rosso della bilancia commerciale”. Nel corso del 2013 il Pil nipponico è cresciuto dell’1,6%, quando si pensava che le formule contenute nell’Abenomics valessero un incremento almeno del 2%. Sul fronte del mercato del lavoro, invece, il tasso di disoccupazione fermo è al 3,6, stando ai dati di marzo rilevati dal ministero degli Affari interni. Si tratta del livello più basso dal luglio del 2007. La spesa mensile delle famiglie ha registrato invece un’impennata, per un aumento su base annua del 7,2%. 

(anche su T-Mag)