5 maggio 2014

Perché Obama non può permettersi il sorpasso della Cina

Già Sergio Romano qualche giorno fa, sulle pagine del Corriere della Sera, notava come il sorpasso (tutto economico) della Cina ai danni degli Stati Uniti non corrisponda alla realtà dei fatti per quanto la Banca Mondiale mostri dati e numeri che invece certificherebbero l'evento. Il ragionamento, il medesimo poi di quando si analizzava nelle scorse settimane la crescita dell'Africa subsahariana, è che vanno tenute in considerazione le condizioni di svantaggio da cui partiva Pechino prima dell'avvio delle riforme. Motivo per cui la crescita cinese del 24% tra il 2011 e il 2014 perde valore rispetto a quella americana del 7% nello stesso arco temporale. Il dibattito, ancora, è stato alimentato in queste ore da Edward Luce sul Financial Times. Luce è però andato oltre, immaginando un mondo a guida cinese che di fatto al momento non potrebbe stare in piedi. Per quanto riguarda l'aspetto militare e il ruolo che gli Stati Uniti ricoprono al cospetto della comunità internazionale è inimmaginabile una Cina in grado di prenderne il posto. Anche perché, osservazione nostra, Pechino è poco incline al dialogo su alcuni temi e, soprattutto, poco attenta se non dal proprio punto di vista alle dinamiche che attualmente governano il mondo. Prendiamo il clima. Gli Stati Uniti considerano i cambiamenti climatici un problema serio e lo ribadiranno in un rapporto del National Climate Assessment di prossima diffusione. È presumibile che sull'argomento l'America pretenda per sé la leadership, peraltro già ostentata in recenti occasioni. C'è poi la questione africana. Pechino ha capito per prima le opportunità di sviluppo che potrebbero derivare dal continente nero, ma gli Usa pare non vogliano restare indietro. È di questi giorni la visita ufficiale di John Kerry, segretario di Stato, in Etiopia, Sud Sudan, Congo e Angola in cui ha ricordato la volontà del suo Paese di contribuire nel pieno interesse reciproco alla crescita dell'Africa. 

I punti forti (e deboli) degli Stati Uniti 
A creare ottimismo attorno all'economia a stelle e a strisce ci sono inoltre gli ultimi, positivi, dati sulla disoccupazione. Il tasso di quanti sono in cerca di lavoro senza trovarlo è infatti sceso al 6,3%, ovvero il minimo da settembre 2008: poco prima del crollo della Lehman Brothers che diede il via definitivo alla crisi economica e finanziaria e a diverse settimane di distanza dall'elezione di Obama a presidente degli Stati Uniti. Ma l'economia non è tutto e gli affari esteri hanno un peso non indifferente per gli Stati uniti quale pedina fondamentale nello scacchiere internazionale. Obama è da tempo sotto assedio dei rivali politici per come ha amministrato la politica estera negli anni (mentre scriviamo nel mirino dei repubblicani alla Camera c'è l'attentato di Bengasi dell'11 settembre 2012). Al presidente, nonché comandante in capo delle forze armate, viene rimproverato l'eccessiva indulgenza sulla Siria, il negoziato con l'Iran e l'incapacità fin qui mostrata di gestire adeguatamente la questione palestinese. E la crisi ucraina, in questo senso, giunge con un tempismo perfetto. Certo, al limite la responsabilità di una situazione quasi insostenibile stavolta è da distribuire equamente con l'Unione europea, ma la dicotomia Washington-Mosca delle ultime settimane riaccende dissapori del passato mai sopiti del tutto oltreoceano. A ciò si aggiunga l'avanzata delle economie emergenti e avremo dinanzi a noi un quadro più esaustivo che renderà chiaro come gli Stati Uniti non possano permettersi un sorpasso di proporzioni storiche. Non solo per una ragione di mero prestigio, ma per il vuoto che altrimenti ne deriverebbe.

(anche su T-Mag)