12 giugno 2014

Il Brasile alla vigilia del mondiale

Brasil, terra boa e gostosa/Da morena sestrosa/De olhar indiscreto/O Brasil verde que dá
Nel periodo del boom economico Aquarela Do Brasil rispecchiava appieno lo spirito del paese, molto più di quanto già non fosse in precedenza. Poi si è verificata una circostanza in realtà abbastanza comune alle economie emergenti: il Brasile ha smesso di crescere come un tempo. Anche a Pechino ne sanno qualcosa, certo con un impatto decisamente inferiore. Non che adesso non esistano più i Brics – Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa –, ma qualcosa è cambiato intanto, complice la crisi economica. La crescita che permise a Lula di rafforzare la propria leadership, nell'area che comprende il Mercosur (Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay e, più tardi, Venezuela) oltre che in patria, non è più appannaggio dell'attuale presidente Dilma Rousseff, la quale avrebbe potuto (e dovuto) sfruttare anche la vetrina del mondiale di calcio in vista delle elezioni di inizio ottobre. I numeri, infatti, suggeriscono altro: nel primo trimestre del 2014 il Pil è cresciuto appena dello 0,2%, quando allo scadere del 2013 si era già fermato sullo 0,4%.

Le ragioni di una crescita più lenta
La presidente ha tentato di far ripartire l'economia seguendo un sistema misto pubblico-privato, che però non ha fruttato granché. Non è andato benissimo neppure il piano varato per lo sviluppo delle infrastrutture – per un valore di circa 300 miliardi di dollari – che prevedeva la concessione a privati di autostrade, ferrovie, porti e aeroporti. A questo si aggiunga una nuova sperequazione sociale. Nel periodo di Lula la forbice tra benestanti e poveri era diminuita (l'ex presidente aveva approfittato del momento di vacche grasse per aumentare i salari minimi), contribuendo alla formazione di una classe media che finalmente poteva permettersi beni materiali altrimenti inaccessibili. Un fuoco di paglia, però. Tali misure non sono mai riuscite a far decollare il mercato interno. A febbraio, con l'inflazione di poco sopra il 6%, è stato deciso di incrementare i tassi d'interesse (fino al massimo storico del 10,25%) allo scopo di calmierare i prezzi. Non va molto meglio sul fronte dell'istruzione: l'anno scorso risultavano iscritti all'università sette milioni di ragazzi, che per il Brasile è comunque un segnale positivo – almeno rispetto al proprio passato –, ma con con un andamento tra i più bassi del Sud America.

Il Brasile, il calcio, le infrastrutture
Arriva il mondiale di calcio, che ha due vantaggi. Il primo è che, se tutto va bene, può essere uno spot per chi governa. Il secondo è che porta turismo (sono attesi tra i 400 mila e i 600 mila tifosi al seguito delle nazionali partecipanti). Il problema si verifica quando un paese dalle molteplici contraddizioni, come giustappunto è il Brasile, investe tanto, procede a rilento con i lavori e non è sicuro dell'effettivo ritorno economico. Storicamente, si sa, in questi casi sono più le spese che i guadagni, di solito tangibili nel breve periodo. Quelli più immediati, poi, riguardano le infrastrutture, nuove o rinnovate, che aggiungono ad ogni modo valore. Ma in Brasile c'era più esigenza di scuole ed ospedali che non di stadi, sebbene il calcio sia da quelle parti venerato come l'oro.

I sondaggi
Dunque non deve apparire troppo un caso se i cittadini brasiliani si dividono tanto sulla kermesse sportiva quanto sull'operato di Dilma Rousseff. Poco più della metà dei brasiliani, il 51%, si dice a favore della decisione di ospitare la coppa del mondo. Secondo un recente sondaggio della società Datafolha, ripreso in Italia tra gli altri da Termometro Politico, un terzo degli elettori non sa ancora per chi votare. La presidente resta pur sempre la favorita, ma in calo sulla precedente rilevazione, passando dal 37% al 34% dei consensi. In diminuzione anche gli altri candidati. Se le percentuali dovessero non mutare allora l'elezione del nuovo presidente verrà decisa al secondo turno, già fissato per il 26 ottobre.

(anche su T-Mag)