17 giugno 2014

Musica in streaming, affare per tutti

Se ne nascono di nuovi, è perché evidentemente il modello funziona. La deduzione, spartana quanto volete, dovrebbe però convincere gli artisti che i nuovi servizi per la fruizione di musica in streaming potranno diventare presto loro alleati. Perché osteggiarli? Eppure è quello che è successo in tempi recenti – pezzi grossi, peraltro – da Thom Yorke a David Byrne. Alle nostre latitudini Ligabue si è detto quasi “fan” di Spotify, salvo non avere ancora consentito all’ingresso in catalogo di Mondovisione, sua ultima fatica.
L’ultimo colosso ad avere lanciato nel mercato un servizio analogo – prima era arrivato Google Play Music All Access – è stato Amazon, con Prime Music. E resta da capire cosa intenderà fare Apple con Beats Music, dopo l’annuncio di acquisizione per tre miliardi di dollari (2,6 in contanti e i restanti 400 milioni in azioni) della Beats Electronics di Dr. Dre e Jimmy Iovine. Secondo voci per il momento nulla: Beats Music resterà un prodotto indipendente rispetto all’orbita Apple, che dalla sua ha comunque iTunes Radio (anche se non è proprio la stessa cosa).
Fatto sta che i pionieri Spotify e Deezer non sono più soli. Secondo i dati diffusi da Deloitte per la Fimi (Federazione industria musicale italiana) a febbraio di quest’anno, “il 2013 mostra per la prima volta il segno positivo, con un 2 % di incremento, dopo undici anni di calo consecutivo”. A trainare il settore è il digitale “con un 18% di crescita, del quale +182% nei servizi in abbonamento streaming” che “arriva oggi a rappresentare il 32% del mercato”.
Nello specifico – fa sapere ancora la Deloitte – “il segmento del download che rappresenta il 62 % del digitale, mantiene in Italia una buona performance realizzando un +6% tra singoli e album, mentre rallentano per la prima volta i ricavi dal video streaming, scesi del 2 % nel 2013. Per lo streaming audio, guidato da servizi come Spotify, Cubomusica e Deezer invece, si tratta di un vero e proprio boom con un fatturato di oltre 7 milioni di euro contro i 2,5 milioni del 2012. Complessivamente lo streaming rappresenta il 18% del segmento digitale rispetto all’8% del 2012”.
A far storcere il naso a tanti artisti – emergenti e conosciuti – non è infatti la porzione di mercato, che va alla grande, quanto l’esiguo riconoscimento economico. Sostengono ad esempio che Spotify paghi poco, ed è vero. A dicembre dello scorso anno la società svedese fondata nel 2008 ha reso noti i termini: il compenso oscilla tra 0,006 e 0,0084 dollari a clic. Spotify trattiene il 30% dei ricavi totali, mentre il 70% spetta ai detentori dei diritti. A sua volta il 70% viene ripartito tra l’etichetta e l’artista. A pensare male una fetta consistente del 70% finisce nelle casse dei discografici. Tuttavia non si può non considerare che, facendo riferimento alle cifre della Deloitte, fino al 2013 il mercato musicale italiano aveva registrato un brusco calo, ininterrotto dal 2002. Negli Stati Uniti l’ultima indagine Nielsen SoundScan per Billboard evidenzia un calo dei download (per iTunes il crollo della spesa pro-capite è pari al 24%), ma un boom dello streaming tale da compensare le perdite dell’altra componente. Allo stesso modo nel Regno Unito la fruizione di musica online è più che raddoppiata nel 2013.
La verità è che Spotify, Deezer o Beats Music, e adesso anche Prime di Amazon, sono una grossa opportunità per il mondo della musica. Potranno essere, nel lungo periodo, un incentivo a produrre dischi di livello. Perché tutto sta ad individuare, tempo al tempo, un modello di business che riesca a soddisfare le pretese di entrambe le parti (ridimensionando, magari, il potere decisionale degli intermediari). C’è più di una buona ragione, insomma, per non lamentarsi. Senza dimenticare che a prescindere la Siae, nel caso italiano ma il discorso potrebbe essere esteso anche altrove, non trattiene mica poco rispetto agli autori. E non da ora…

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