10 luglio 2014

Intervista a Brasca

Lo abbiamo inseguito a lungo, di recente. E più volte ci siamo incontrati nella sua “tana”, lì a Corviale. Per capire. Per respirare hip hop. Brasca è un produttore di vecchia data che da qualche anno si sbatte con la Grimlock Records, un progetto collocato all’interno dell’incubatore di impresa di Corviale che ospita musicisti, grafici e fotografi. Siccome ultimamente le cose stanno andando abbastanza bene – il gruppo Luci Soffuse, che lui produce e promuove, sta ottenendo un seguito mica da poco per dirne una –, Brasca vuole pensare in grande e ampliare la Grimlock Records. Perciò arriva Dj Drugo a dare una mano (non uno qualsiasi: ha vinto premi a destra e a manca, campione del mondo 2009/2010) e, insieme agli artisti che gli ruotano intorno, creerà presto una web radio di musica varia (“Si chiamerà Line Radio e trasmetterà anche rock”, ci confida). E poi c’è il nuovo disco – Un passo avanti – di Dunk e Grigio delle Luci Soffuse in cantiere. Impegnato è impegnato, ma Brasca non si sottrae a qualche domanda per Supreme Radio. Anche perché essendo lui uno che bazzica l’ambiente da diversi anni, da chiacchierare ce n’è…

Di hip hop se ne parla tanto e spesso a sproposito. Descrivici quello che secondo te è lo stato dell’arte.
A livello artistico, inutile nasconderci, l’hip hop è un po’ calato nell’ultimo periodo. Questo perché anche chi lo segue lo fa soprattutto per moda. L’hip hop è diventato di dominio pubblico, dunque lo seguo perché fa figo, ma non ne capisco. Se parliamo di rap, parliamo di ragazzini che si avvicinano alla scena perché vedono Emis Killa in televisione. Tanta gente crede che l’hip hop sia nato nel 2006, ma non è affatto così.
E della scena romana cosa pensi?
Purtroppo spesso mi ritrovo a polemizzare su questa cosa, e non vorrei. Anziché esserci il supporto, fare blocco, creare una scena unita, l’attuale realtà romana è popolata da persone che preferiscono tenersi stretta la loro fetta, senza dare possibilità ad altra gente di crescere o farsi sentire. Non c’è più quel legame che è invece l’essenza del rap. È anche per questo che con Dj Drugo stiamo cercando di mettere in moto una nuova sinergia.

Quando è avvenuto questo “distacco”, se così possiamo definirlo?
Si è verificato dal 1998 in poi, almeno a Roma. In quella fase si sono formati vari nuclei perché non c’era la possibilità di dare spazio agli emergenti: io ho il mio piccolo giro, tu il tuo e così via. E poi l’invidia è sempre all’ordine del giorno. Solo che farsi la guerra, diciamo così, è sempre sbagliato. Il pubblico, stratificato quanto vuoi, può trovare dei punti di contatto anche tra nuclei che vantano storie diverse. Non so, io la vedo così. Sarà che sono cresciuto a Corviale, un posto dove ci si aiuta. Tu da solo puoi arrivare al 10% e invece no, non deve funzionare in questo modo. Damose na mano, insomma.

Guardando in altre direzioni, quale scena ti convince di più?
A mio avviso la scena più bella, anche a livello di cultura, è la scena campana. Hanno un senso di comunità e di supporto incredibile. Tra di loro non ci sono faide stupide, rivalità inutili. Sono diretti, ed è questo l’aspetto che apprezzo di più.

Tornando alla scena romana, te la senti di indicare qualche nome di artista valido?
Chi sta spingendo moltissimo in questo momento è Lord Madness, ma non lo dico perché lavoro spesso con lui. Lo penso per tecnica e contenuti. E poi Madness sta facendo i numeri: è andato a Messina un po’ di tempo fa con mille persone ad ascoltarlo. Però ti sto parlando di una persona già navigata. Tra quanti ora si stanno facendo conoscere, sarò di parte perché mi sento uno del gruppo anche se ufficialmente non lo sono, metto Luci Soffuse. Loro hanno delle potenzialità al di sopra del normale. Non provano a fare rap, loro fanno rap. E hanno avuto riscontri positivi anche grazie al BlackTime, su Supreme Radio.

E su scala nazionale?
E-Green è uno dei migliori, ti trasmette molto. Spacca una cifra.

Forse non prenderai benissimo questa domanda, scommettiamo? Come vedi il segmento mainstream?
(ride) Non ci vedo neanche uno spiraglio. Ascoltavo una radio qualche giorno fa, è passato lo spot di un mega concerto a cui partecipano “i più grandi esponenti della scena italiana”. Allora se parliamo di scena italiana, non ti dico i Club Dogo, non ti dico Fedez, non ti dico Moreno, non ti dico Emis Killa. È un circuito monocromatico. Mi parli di hip hop in Italia e c’è il rischio di menzionare i soliti quattro nomi. Francamente dubito che la porzione di mercato più matura ascolti i Club Dogo. Invece Rocco Hunt è uno che ha il merito di avere portato l’underground a Sanremo.

L’underground, bravo. Ci saremmo arrivati. Non ritieni che ci si riempia troppo la bocca?
Sono d’accordo. Cos’è l’underground? Per me l’underground, per come oggi viene dipinto, non esiste: è hip hop, punto. Però succede che tanti che sanno di fare delle cose di merda si spingono come underground, perché fa comodo. Il sottobosco deve restare una cosa pulita, io devo avere la scrematura delle persone che possono fare il salto di qualità. Il problema è che spesso in Italia il salto di qualità avviene al contrario. Arrivo a una grande radio con un prodotto che fa schifo rispetto a quello che facevo quando ero ancora nel sottobosco. Ma per favore...

Solo i grandi del passato sono stati capaci di coniugare underground e pubblico mainstream…
Uno come Bassi Maestro, un precursore, un capostipite, uno che rispetto da morire per quello che ha creato e che tuttora crea, così come un Ice One, si è fatto conoscere per il merito e non per altri fattori. Ma anche qui parliamo di nicchie. Erykah Badu è famosa, ma chi davvero la conosce? Eppure tutti conoscono Justin Timberlake. Sono quelle persone che hanno comunque bucato il mercato. In generale capita che devi sputtanarti per riuscirci e se ti sei sputtanato ma resti al tuo precedente livello, allora sei due volte coglione. Ci sono rapper che a volte parlano di sociale e altre volte di soldi, e se lo fanno in maniera intelligente è un conto. Altrimenti fai pace con il cervello. Sia chiaro: non sostengo che non sia positivo svoltare, io stesso ne ho fatto un lavoro, è solo che serve anche coerenza in quello che si fa e in quello che si dice. Sennò sei un buffone.

Si parla sempre di rapper. E tra voi beatmaker come stanno le cose?
La maggior parte delle cose non arrivano anche per ignoranza, tanto di chi ascolta quanto di chi produce. Alcuni beatmaker che conosco in passato mi hanno detto: “Il vero beatmaker non campiona, suona”. Cioè? Che musica fai? Chi suona è musicista. E il beatmaker, mi dispiace, non è un musicista. Io suono il basso nei pezzi, ma non per questo vado in giro a dire che sono musicista. Riconosco i miei limiti, ma tutti quelli che si professano beatmaker sono in grado di fare tagli di campione? Sanno riconoscere un pezzo suonato da uno campionato? A questo punto ho qualche dubbio…

Ti lasciamo lavorare. Progetti per il futuro? L’idea è quella di creare qui a Corviale una factory, un laboratorio che oltre alle produzioni includa anche una web radio di musica a 360°, non solo hip hop. L’ambizione, in poche parole, è di portare in questa factory una buona fetta della scena romana. Creare un movimento che non sia fine a se stesso, ecco.

(anche su Supreme Radio)