14 agosto 2014

Intervista a Er Costa

Chi è di Roma forse ha avuto la fortuna di apprezzarlo dal vivo in due recenti occasioni, per l'apertura dei concerti di Tyga a maggio e di Method Man e Redman a luglio. Palcoscenici meritati. Er Costa (Gente de Borgata) è MC capace e istruito, nel senso di istruzione che – al di là della cultura e dell'intelligenza personali (qualità non sempre scontate in un artista) – è sintomatica di una padronanza della materia che ai giorni d'oggi è roba rara. Capita spesso di leggere interviste in cui il rapper di turno, più o meno famoso, attribuisce all'hip hop una connotazione quasi merceologica, sconfessando così anni e anni di conoscenze e studio, fatica e sudore. Non Claudio, non Er Costa, uno che è stato tanto fedele alla linea da avere sotto gli occhi la consapevolezza che non tutto è come viene dipinto. È una questione di umiltà che solo i migliori sanno coniugare a quello stile di vita “sbruffone”, tipico di chi fa hip hop. Leggere quanto dice a Supreme Radio per credere.

Assistendo ai tuoi live si intuisce bene quanto tu sia un sacco dentro il concetto del rap romano. E di più è evidente in diversi singoli, mi viene in mente Te porto Roma (Nudo e Crudo, 2011). È una cosa che trovo affascinante, quasi d'altri tempi. Non tutti gli artisti rap oggi avvertono questo radicamento territoriale. Cosa significa invece per te?
Diciamo che l’attaccamento alla provenienza, città o quartiere, ha sempre contraddistinto il rap e l’hip hop sin dagli albori, fa parte dello spirito di competizione e dell’orgoglio di rappresentare il posto da dove vieni, un po’ come accade per il tifo sportivo. Quello che dici è vero, parecchi rapper soprattutto in “epoca” moderna questa cosa non ce l’hanno, credo che dipenda da vari fattori. Alcuni temono che caratterizzare troppo la loro musica con la territorialità precluda sbocchi fuori dalla loro zona, c’entra parecchio anche la “pop-izzazione” che ultimamente sta distruggendo l’identità di questo genere musicale, o semplicemente alcuni non sono orgogliosi di rappresentare il posto da cui provengono perché è un posto del cazzo e ne sono consapevoli. Io sia nel modo che nel contenuto rappo rappresentando Roma, città a cui appartengo e che amo alla follia e che credo produca il miglior rap italiano da sempre, per cui non smetterò mai di farlo sentire con orgoglio in ogni cosa che faccio.

Come collochi l'attuale scena romana, comprendendo sia la vecchia scuola che la nuova al cospetto della scena più “mainstream”, che all'incirca vede come principali protagonisti gli artisti del nord? A tuo avviso è possibile che alcune scene siano più “predisposte” allo sputtanamento e altre più “fedeli” a quella che è la nobiltà dell'hip hop?
Questo è un discorso molto, molto complesso. Parti dal presupposto che una buona metà dei rappers mainstream che vivono a Milano ci si sono trasferiti perché è lì che alcune cose succedono, ma sono nati e cresciuti in altre città e spessissimo in altre regioni. Alcuni sono di Roma, altri del sud, altri di qualche posto in giro per il nord, ma sembra che se vuoi fare il rapper mainstream devi per forza andare a Milano. Quanto allo sputtanamento, secondo me è una sindrome tutta italiana che è trasversale in tutti gli ambiti, non solo nella musica; vale nel cinema, nell’arte in generale, nella ristorazione, nella produzione alimentare, in tutto: quando una cosa comincia a funzionare dal punto di vista commerciale, dei numeri, automaticamente diventa una merda dal punto di vista della qualità intrinseca. Nel rap questo è più evidente che in altri settori perché è una cosa talmente legata alla libertà d’espressione, alla credibilità, all’onestà intellettuale e alla coerenza, oltre che ovviamente allo stile e alle skills, che nel momento in cui entri a contatto con delle realtà come la discografia convenzionale o la tv, i compromessi che sei costretto ad accettare ti rendono una merda agli occhi di chi porta avanti questa cosa in maniera seria. L'industria discografica italiana è un ambiente in cui i discografici 50-60enni pretendono di istruire gli “artisti” 30enni su quello che vogliono ascoltare i loro clienti 15enni. E loro, gli “artisti” 30enni, obbediscono senza farselo ripetere due volte. Lo capisci da te che è un gioco malato che ci ha portato al punto in cui siamo oggi. Se senti molte delle hit rap dei 201X ti sembra di ascoltare le compile hit mania dance degli anni 90.

In questo modo ne perde la qualità...
È paccottiglia. Non si tratta di andare fuori-genere, è proprio musica di merda. Spesso a farla sono gli stessi che dieci anni prima da indipendenti facevano musica da paura. Te ne accorgi anche dall’obsolescenza della musica stessa, io ascolto dischi degli anni '90 che sono attualissimi e validissimi, anzi il passare del tempo li ha resi ancora più fascinosi, e in alcuni casi sono stati fatti da quella stessa gente che adesso fa musica da discount ed è costretta a buttare fuori un singolo ogni mezza giornata e un disco a settimana perché la loro musica, non valendo un cazzo, non dura un cazzo. Mettici inoltre che ai fan 15enni di questo nuovo rap italiano stanno per crescere le palle e i peli in faccia, presto si stancheranno di questa fissa momentanea e la bolla mediatica cresciuta intorno al non-rap si sgonfierà, e chi oggi ci mangia tornerà a fare il vecchio lavoro se ne aveva uno, o sarà costretta a passare ad altro per sbancare il lunario. È un circolo vizioso in cui non voglio entrare e di cui non voglio sapere niente di più di quello che già so. Comunque esiste gente che fa numeri grossi sul mercato e che fa anche dell’ottimo rap, ma personalmente li conto sulle dita di una mano, e avanzano parecchie dita.

Nella tua musica i temi a sfondo sociale sono importanti. V per Vendetta e A Regazzì, anche se c'è molto di tuo e di intimo, sono due esempi lampanti. In generale ritieni il rap ancora capace di parlare dei problemi della quotidianità o è appannaggio esclusivo di chi resta underground nell'animo?
Il vero rap è questo, parla delle nostre vite, della realtà che si vive. Può anche essere intrattenimento o autocelebrazione, anzi deve esserlo, ma la tua produzione musicale deve per forza essere contestualizzata nella realtà che vivi, altrimenti non è rap, è un'altra cosa. Non basta saper andare a tempo ed avere flow per essere un vero MC, c’è molto di più. C’è un'attitudine dietro ed una mentalità, senza le quali le tue skills e il tuo stile non valgono niente, sono meno di zero. Io mantengo una certa definizione mentale di ciò che è real e di ciò che è fake. Il rap non può prescindere da questa definizione. Per cui è automatico che io faccia dei pezzi dove parlo della condizione sociale del mio paese, o della merda che un ragazzino che si fa strada nella vita in un ambiente metropolitano è costretto a schivare per non finire male. Ho scritto V per Vendetta come se parlassi a tutta la gente che in Italia viene fottuta dal sistema, e A Regazzì come se parlassi a un qualsiasi ragazzino di zona, lo dico anche nel pezzo. Probabilmente se avessi dovuto concordare con un'etichetta discografica quali due pezzi del disco rendere i due singoli, e scegliere quali due video fare, voi quei brani non li conoscereste.

Cosa ti ha spinto verso il rap e l'hip hop?
Io sono dell’82, avevo dieci anni in piena golden age. La golden age ovviamente esisteva negli States, il rap in Italia era quasi da sfigati, in molti ambienti l’abbigliamento hip hop tipico dell’epoca era ritenuto nel migliore dei casi ridicolo, venivi discriminato. Ma io sono un bastiancontrario per natura quindi me ne sono subito innamorato. Poi in America il rap nonostante fosse già di massa non era fashion e fighetto come oggi. Era street, era proprio una vera controcultura indipendente dalle logiche di mercato, era una bestia selvaggia, impazzita e fuori controllo. La sentivo mia per questo. Quanto al rap italiano, la cosa era ancora molto relegata alla storia delle posse, dei centri sociali, era stilisticamente acerba e molto condizionata dalla politica di estrema sinistra, dalla quale io mi sento equidistante rispetto alla destra, nel senso che da libero pensatore già all’epoca detestavo l’una quanto l’altra, proprio come oggi, per cui non ero troppo preso. Poi quando ho sentito la prima roba italiana che mi ha veramente convinto, e ho capito che si poteva fare rap in Italia e a Roma, rappresentando in modo originale la propria cultura, le proprie origini e la propria realtà, scimmiottando gli americani mai nei temi e relativamente poco negli atteggiamenti, ho capito che volevo farlo anche io. Allora ho iniziato e quando ho visto che ciò che riuscivo a combinare mi convinceva sempre più, l’ho presa sul serio. Ad un certo punto ho sperato e creduto di poterne fare un lavoro, di viverci, ma per fortuna mi sono reso conto in tempo che la cosa stava prendendo una piega storta, così mi sono organizzato per campare di altro e mantenere la mia passione per il rap al solo servizio dell’espressione di me stesso. Chissà dove sarei e cosa farei oggi se non avessi avuto quella lucidità...

Visto che abbiamo parlato così tanto di te, toglimi un dubbio. Sei un grande appassionato di basket NBA: come lo giudichi il ritorno di LeBron James a Cleveland?
Lui dice di aver sempre saputo che prima o poi sarebbe tornato a casa. È andato via da lì perché doveva vincere degli anelli. Li ha vinti. Ora dice di voler tornare a casa per costruire un futuro vincente per la sua gente. E per portare degli anelli a casa dalla sua gente. Mi sembra un nobile intento. Ha Kyrie Irving e forse Kevin Love. Per me ce la fa. Io sono suo grande fan da sempre e gli auguro di diventare il più grande di tutti i tempi, anche se non ho mai misurato la grandezza di un giocatore dal suo palmarès. Giudicare un giocatore da quanto vince è come giudicare un rapper da quanto vende. Io giudico i giocatori da come giocano e i rapper da come rappano, e il mio giocatore preferito alltimes è Allen The Answer Iverson. E sempre lo sarà. Non ne vedremo mai più uno così.

Tornando al rap, progetti per il futuro?
Sto per pubblicare una raccolta di tutto quello che ho fatto a parte il mio album di qualche anno fa, Nudo e Crudo, e si chiamerà Tutto Tranne Che Nudo & Crudo (viva la fantasia). Sarà accompagnata da un pezzo inedito di cui sto per girare il video. Poi in inverno uscirò con un nuovo album e un nuovo tour.

Avrei un'ultima curiosità prima di chiudere. Come te lo immagini l'hip hop tra una decina d'anni?
Questa è una domanda senza risposta. Non ho grandi speranze, te lo dico chiaro e tondo. La vedo male. In ogni caso, quello che vale per me stesso vale anche per l’hip hop: meglio morto che malato. È meglio riposare al cimitero che marcire in ospedale.

(anche su Supreme Radio)